#8 – Steel meets Steelvio

passo stelvio. 28 agosto 2020.


Ordino un panino e una birra, e continuo a chiedere opinioni sulla scalata. Di solito faccio così quando non ottengo risposte che mi piacciono, continuo a chiedere finché qualcuno non mi dice ciò che spero.
Nel frattempo la pioggia si fa più pesante, e lo spettro della rinuncia si fa sempre più realistico. Valuto di concedermi il lusso di un letto e una stanza calda, e trovo una locanda a meno di metà della salita, a Trafoi. Da lì sono 28km e 500metri di dislivello, posso anche concludere una tappa con distanze brevi e accettare le circostanze con buonsenso.
Il panino nel frattempo mi dona energie inaspettate: sono tre giorni che non capisco se mangio troppo o troppo poco, ho poco appetito e durante il giorno non riesco sicuramente a sfondarmi, ma in alcuni momenti ho buchi improvvisi allo stomaco.
Lo speck e il formaggio tirolese mi tirano su, e non abbandono del tutto l’idea di tentare la scalata oggi.
Chiamo quindi altri due rifugi, tutti lungo la salita, ad altezze differenti: il primo all’inizio, il secondo a metà e il terzo al valico.
Anche la pioggia sembra concedermi tregua, e mi avvio verso Prato allo Stelvio, considerato la base della strada del Giro più alta d’Europa.
Inizio a salire a ritmo costante nel bosco, la gnagnarella leggera lascia il posto alla nebbia, mi sento molto più agile di prima.
A un certo punto capisco: oggi ho smontato gli attacchi ai pedali che mi hanno causato due cadute da fermo in due giorni, e anche una stanchezza insolita! Il ritmo, l’andatura, il tempo! Come diceva Neal Cassady in “On the road” dei suonatori jazz, “Lui sì che ha il senso del tempo!”
Evidentemente non sarò mai un ciclista sportivo, di sicuro sbaglio qualcosa e pedalare con gli SPD mi toglie il senso del tempo stancandomi, specie in salita. Oggi infatti salgo spedito e comincio a pensare che lo Stelvio sia a portata di pedale.
Comunque sia, rimando la decisione del pernotto per vedere a che ora arrivo al primo posto. Lungo la strada, una casa di sculture di legno e totem dipinti cattura la mia attenzione: c’è di tutto, da manufatti simil-pellerossa a teschi di animali.
Proseguo. Nuova pioggia.
Passo così Trafoi, dove fermo due ciclisti inglesi. “It’s not so hard, but very long”, mi dicono. Da lì alla cima ci sono 15 km ancora di salita, traggo il mio dado e confermo la stanza all’Hotel Genziana, un nome un programma.
Sono le 4 del pomeriggio e già la valle si fa scura. Il traffico è rado, la presenza di ciclisti mi rincuora sulle condizioni meteo in cima. A parte il fatto che scendono tutti, e tutti sono in mountain bike.
Sale la quota, scende la temperatura: preso il mio ritmo, il più blando che mi consente la corona da 42 davanti, realizzo che non posso fermarmi: se mi fermo mi congelo, sono già fradicio ovunque e solo il calore corporeo in movimento può salvarmi mani, piedi e schiena.
La celeberrima, infinita passerella di tornanti ha inizio: ognuno è segnalato e numerato, così come il chilometraggio mancante al Passo. Il primo cartello dice “48″. Sarà un errore, penso. Saranno 24 a salire e 24 a scendere, penso. Andando avanti mi rendo conto che sono davvero 48 tornanti in 24 chilometri. Mi scoraggio di nuovo, ma il freddo mi spinge più a salire che a scendere.
Lo Stelvio però sembra accorgersi della mia presenza e mi accoglie con raffiche di vento gelido, contrarie ai tornanti dispari e favorevoli a quelli pari.
Non finiscono mai, e i numeri sembrano scorrere sempre più lenti.
Superati i 2200 metri di quota, iniziano le visioni: il megadirettore di Fantozzi alla Coppa Cobram, le lingue felpate, il babbo di Heidi che chiama le capre. Ah no, l’ultimo è vero, è un vecchio pastore con la barba bianca e un impermeabile blu, che noncurante del diluvio urla suoni strani al gregge di capre nel prato sotto di lui.
“Manca molto?”
Domanda stupida, i km sono scritti per terra con precisione altoatesina.
“Eh beh, se sei arrivato qui finisci no?”, mi fa ridendo d’un riso nordico.
Ha ragione stringo denti&chiappe e divoro gli ultimi 5 km, dove le raffiche si fanno ancora più forti, forse per dispetto.
Mi viene da cantare: esce fuori la coda di Paranoid Android dei Radiohead,” Rain down, rain down”, ma mi fermo subito per conservare il fiato, che a questa quota è prezioso.
Ultimi 100 metri, commozione e arrivo.
Entro all’Hotel Genziana coi vestiti zuppi e freddi, e l’accoglienza delle due signore è una di quelle benedizioni che hanno ancora più valore in un contesto simile: lavatrice e asciugatrice calda mentre ceno, canederli in brodo e fettuccine ai funghi. Letto caldo e bici all’asciutto in garage.
Mi godo i doloretti e il tetto dei 2800 mentre la pioggia ticchetta sul tetto.

#8 – Steel meets Steelvio

Ordino un panino e una birra, e continuo a...