Ascea – Praia a Mare

fagnano castello. 24 luglio 2017.

distanza: 108 km
dislivello: 2245 m
traccia gpx: scarica

Il mattino ci coglie già pronti, poco riposati, nel mezzo del silenzio delle famigliole nelle roulotte. La nottata è passata tra russate sincronizzate di Claudio, Giancarlo e (forse) Giuseppe, causando l’insonnia di Diego e Massimo – che è già operativo e scalpita per evitare il caldo.
In linea di massima, chi va in bici ha un problema. Di natura e intensità diversa, ma ce l’ha, e mi ci metto in mezzo.
Io sono alienato, ho un principio di Alzhaimer, dico sempre le stesse cose, vivo in un eterno presente.
Piero ha difficoltà a gestire il suo lato emotivo, nel bene e nel male, ed è privo di freni inibitori, che lo portano a una spontaneità che la nostra società non sempre accetta.
Massimo conserva in sé rabbia repressa e accumulata, che ne alimentano l’indole anarchica. Agnese è facile preda dell’ansia, Diego della compulsione. Giancarlo maschera bene, ma qualcosa ce l’ha, Giuseppe lo conosco ancora da troppo poco, ma qualcosa troveremo anche per lui. Ma tant’è.

L’inizio della tappa di oggi ci attende con una salita implacabile da Ascea marina al paese vecchio. Lo stato delle cose spinge la compagnia a soluzioni diverse: Diego e Agnese prendono il treno per Sapri e da lì pedalano in tranquillità fino a Praia a Mare, scavallando il confine calabrese; noi cinque ci avviamo verso la stessa meta, con l’opzione treno a seconda delle tempistiche della giornata per ridurre gli oltre cento chilometri di saliscendi costieri.
Mentre facciamo colazione, Massimo si avvia alla ricerca di un bar caratteristico; io aspetto che Giuseppe risolva un problema di assetto di carico, Piero e Giancarlo si avviano. Li riprendiamo qualche tornante più in su, mentre il Cilento impone il suo conto.
Queste terre sono in perenne movimento, in un anelito lento e possente verso il mare: la strada presenta infatti numerosi cedimenti e smottamenti, con un tratto parzialmente chiuso al traffico e senza asfalto, con pendenza al 20%.
Dopo l’incontro con un anziano e affettuoso ciclista (“Te bacio pure a te, te mando tanti baci!”, dice a Giancarlo), prendiamo distanze e spazi diversi, in una specie di inseguimento collettivo che vede ora Giuseppe in testa, ora Massimo fermo a un bar, perdendoci e riprendendoci di continuo durante la giornata.
Nel frattempo Diego e Agnese sono davanti a uno spaghetto ai frutti di mare.
Il caldo di oggi è ancora peggio del giorno precedente, e le scorte di acqua vengono costantemente ricambiate alla prima fontana che si trova.
A Palinuro, io e Massimo entriamo nell’ufficio del turismo chiedendo di riempire le borracce, ma la gentile operatrice ci sconsiglia di bere quell’acqua.
Proseguiamo, suonando trombette al passaggio di vezzose bagnanti, e interrompendone la camminata ancheggiante con guascona irridenza.
Il caldo la fa da padrone.
Mi fermo in un forno nei pressi di Camerota, per aggiungere qualche carboidrato alla scorta d’acqua. Lì ci dividiamo ancora, Giuseppe prosegue, io e Massimo ci fermiamo ancora per uno spuntino, Piero e Giancarlo si avviano con calma.
Un tratto rettilineo riparato da alte pareti di roccia invoglia Massimo a un tuffo in acqua. La strada per Marina di Camerota è stretta e trafficata, ma molto affascinante.
Dopo le sue casette color pastello e le sue barche da pescatori al molo, però, inizia l’inferno. La salita di Lentiscosa è un immenso intestino, un serpente che si arrampica a zigzag, infinito, interminabile: pare prendersi gioco del ciclista, illudendolo con una piccola spianata, per poi riprendere con più cattiveria ancora. E arrivati a Lentiscosa, non è finita: prosegue, implacabile.
La testa sfrigola per il caldo, il sudore non riesce a raffreddare la temperatura corporea, i liquidi evaporano. Primi tremori, tocca fermarsi.
Un altro bar appare come un’oasi, nella sua desolazione dell’ora del pranzo estivo. Ma non è ancora finita. Qualche tornante più in là riprendiamo Piero e Giancarlo.

Nel frattempo Giuseppe condivide un pezzo di strada con un cicloturista messinese, Peppe: lui è partito da Monaco di Baviera con un bagaglio minimale e bici da corsa, ed è ebbro di vita. In discesa, lo esorta a stare in scia e tenere le posizioni da gara. Giuseppe risponde flemmaticamente: “Guarda, io non vado in bicicletta, gioco a pallone.”

La salita dopo Lentiscosa non accenna a diminuire, l’aria è immobile. Poi, finalmente, la discesa per San Giovanni a Piro, dove ritroviamo Giuseppe, che si era fermato a un bar di ospitali signore. E ancora giù, vorticosamente, verso il mare. I freni sfrigolano sull’asfalto rovente.
A Policastro la fame si fa sentire di nuovo, e il pranzo diffuso durante la giornata compie un’altra tappa: una friggitoria viene letteralmente presa d’assalto, esaurendo le scorte di Peroni e arancini.una friggitoria viene presa d’assalto, esaurendo le scorte di arancini.

Sono quasi le cinque, e il canto delle sirene si fa sentire. Le sirene in questo caso sono le mamme di Diego e di Piero, che richiamano pargoli e amici ai rispettivi ovili calabri.
Stasera la compagnia si divide tra le due sirene: Giancarlo, Agnese e io da Diego, Massimo e Giuseppe da Piero. I primi sui monti, tra i castagneti di Fagnano, i secondi sulle sponde azzurre di Amantea.
Mancano però ancora una quarantina di chilometri per Praia a mare, dove ci aspetta Diego per caricarci in macchina fino a casa.
MI avvio lasciando gli altri indietro, e divoro il rettilineo per Sapri in slancio.
Dopo Sapri inizia l’immenso.
Una delle strade più belle mai pedalate, tutta a picco sul mare, con prospettive rocciose assurde, e pini che resistono su pinnacoli isolati nel blu.
Nessuna automobile, o quasi. E la brezza del tramonto.
Con somma ilarità, passo il viadotto che porta il nome di “Apprezzami l’asino”. Anna Maria, originaria di Sapri, mi spiegherà poi l’origine del toponimo. Mentre io già pensavo ad asini che soffrono di scarsa autostima, mi dice che “apprezzare” significa “dare un prezzo”: sotto il viadotto passava appunto una mulattiera strettissima, al punto che quando due asini si incontravano in direzioni opposte era necessario buttarne uno giù per proseguire. Si procedeva quindi all’ “apprezzamento” dell’asino, e veniva scelto quello di minor valore.
Proseguono le curve panoramiche, e a un certo compare un puntino bianco sulla sommità di una montagna, che pare sbracciarsi per avvertire di un pericolo imminente, del tipo “Ehi! La montagna sta venendo giù!”
Anzi no, fa fitness e piegamenti. Va e viene, nascosto dalle nuvole di passaggio.
Ah, ma è il Cristo di Maratea!
Gli ultimi chilometri regalano un po’ di discesa e pianura, fino a Tortora e Praia. Sono passate da poco le sei quando raggiungo Praia a Mare, e mi fermo in un negozio di bici attirato dai vecchi modelli da corsa esposti in vetrina.
Il proprietario sta parlando con un amico, quando mi vede avvicinarmi: “Ecco, guarda lui, questi sì che pedalano!” Gli chiedo un parere per quel rumorino che mi infastidisce da un paio di giorni, e mi dice di non toccare nulla. Se sono i raggi, meglio lasciarli così.
Parliamo un po’, lui fa randonnée e divora centinaia di chilometri al giorno. Insiste per regalarmi degli integratori energetici, roba che non uso mai, essendo attratto di più da salsicce o scamorze. Accetto per cortesia, e metto nella sacca l’intruglio vitaminico. Ci salutiamo e mi incammino verso la stazione, dove raggiungo Diego e Agnese.
Treno per Cetraro, a bordo c’è già un Giancarlo alquanto provato che ha avuto problemi alla ruota posteriore. Il capotreno entra nella nostra carrozza, l’ultima, dove la porta della sala comandi sbatte di continuo, aprendosi e richiudendosi.
Il suo tono è solenne e concitato.
“Gentili passeggeri, Trenitalia vi augura buon viaggio. Però voi dovete informarvi, voi dovete connettervi coi treni, se andate a Napoli dovete connettervi con Napoli, se andate a Reggio dovete connettervi con Reggio, e soprattutto dovete connettervi con Nostro Signore che è nei cieli.
Il proclama sale di intensità, il significato e gli intenti diventano sempre più oscuri quando si avvicina alla ragazza seduta dopo di noi, sedici anni al massimo.
“E tu, vieni con me, dove devi scendere? Non stare in questa carrozza con questi brutti ceffi (ci indica, ci guarda e ci fa l’occhiolino), vieni con me se devi scendere a Paola!”
Sorgono pesanti dubbi sui criteri di assunzione di Trenitalia in Calabria.
Cetraro. Lasciamo le nostre bici dagli zii di Diego, proprio di fronte al mare.
Poi macchina e salita nell’entroterra, arriva qualche nube e l’aria rinfresca.
Il resto della serata ci regala un agio e una comodità che in questi primi giorni di viaggio avevamo dimenticato: un letto, una cena abbondante, delle chiacchiere tra esseri umani.
Le polpette della madre di Diego ricompensano i 108 chilometri di sudore e sale della giornata, il vento tra i castagni ci induce a un sonno fin troppo facile.
Almeno fino all’alba, quando un temporale bagna i panni stesi ad asciugare in balcone.

Ascea – Praia a Mare

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