Bastia – Borgo

borgo. 15 ottobre 2015.

Regionale veloce Roma/Pisa delle 6.32. Due signore urlano minacciose e cordiali, snocciolando luoghi comuni degni di Frate Indovino. Nemmeno le cuffiette e la musica al massimo volume riescono a portarmi via da loro.
“Non c’è niente di più brutto che fare del male a qualcuno”
La signora più anziana è di origine corsa, di Ghisonaccia. È vispa e parla un buon italiano con cadenza da montanara. L’altra è di Pescia Romana, e ostenta con passivo fervore il suo timor di Dio. Dopo qualche altro luogo comune sulla famiglia e sull’amore, decide di imporle il suo numero di telefono, o meglio quello di sua figlia, ché il suo non se lo ricorda.
Lo spelling forzoso e ripetuto che mette a dura prova l’ortografia corsa mi infastidisce di rimando. “Luisa… con la S, non la Z! Ghinassi… con l’H…
I primi raggi di sole fendono la Maremma e il mio torpore. Fiero del nuovo manubrio e della conseguente postura diagonale, mi muovo per le lisce strade di Livorno con un assetto inedito, per raggiungere Mauro e salutarlo prima dell’imbarco.
Le case e le mura di Livorno sono vive, parlanti. La gente ha l’aspetto sereno, una signora attempata mi sorpassa a bordo della sua bici da passeggio. Sono le dieci di mattina e tirano raffiche di vento gelido.
I consigli da indigeno di Mauro mi permettono di prendere il pranzo alla “Polenteria” prima di salire sulla nave, di imbarcarmi con largo anticipo e di riempirmi lo stomaco al caldo mentre guardo il grigio del mattino dai vetri di plastica sbiaditi. Lego la bici in stiva a fianco alle tre mountain bike di tre ragazzi, pure loro in fuga come me.
La polenta calda fuma coperta dal suo ragù di pancetta: nuvole dense e grigie si ammassano sulle onde di un Tirreno pesante e agitato. Un pianoforte registrato e le note di Chopin cullano scarse ore di sonno pomeridiano, debole ricompensa di quello notturno mancato.
Sogni brevi e confusi: sono in un furgone guidato in maniera nervosa, con violente e frequenti frenate, diretto a Bastia, via mare. Il tempo si distorce e si accorcia, vedo comparire tra le onde e il minibus le prime sagome di roccia rosa, dai contorni frastagliati come da cartolina. Risate da parte del conducente, nuove frenate a forma di onda.
Mi sveglio: alla mia destra, l’isoletta di Porto è mezza mangiata dalla nebbia, il pianoforte sta ancora massacrando Chopin. Poi passa alla Vie en Rose.
Ancora qualche miglio marittimo e la sagoma di Bastia appare alle prime luci della sera. I colori blu tenue del crepuscolo contrastano coi colori caldi dei lampioni in maniera armoniosa.
Quando ci fanno sbarcare sono le sette passate, e il sole è già sceso dietro le alture alle spalle della città, così per risparmiare tempo decido di avviarmi per la strada più diretta, che è anche la più pericolosa, la nazionale, snobbando così la ciclabile dello stagno di Biguglia.
Casco e doppie luci, testamento mentale e via: mi allineo sulla corsia di emergenza, il limite di velocità oscilla in maniera minacciosa tra i 70 e i 90.
Chiedo se continuando la strada migliora a un negozio di bici in chiusura, i ragazzi mi rispondono tranquilli che c’è soltanto un petit piece du route interdit aux velos, mais c’est bon, tu pedales vite et c’est bon”.
Accolgo con sollievo l’uscita per Biguglia, soprattutto della sua variante corsa Ficabruna, e con gioia quella di Borgo, piccolo paese a 20 km a sud di Bastia dove mi attende Christophe, il primo couchsurfer di questo viaggio.
Salgo una ripida rampa ormai immerso nell’oscurità, arrivo sulla sommità di una collina riadattata a zona residenziale dove sorgono piccoli villini in cemento, moderni e spogli, affacciati sullo stagno e sull’aeroporto.
Un uomo scende dalla sua automobile nella via deserta, mi saluta, ci stringiamo la mano.
Convinto a quel punto che si tratti di Christophe, sistemo con nonchalanche la bici nel giardino di casa sua, precedendo il suo ingresso; la sua espressione cambia di scatto, mi fissa, passa dal francese all’inglese, forse per essere sicuro di essere capito: “What do YOU want?”
Ne traggo la doverosa conclusione che quel tipo dall’espressione preoccupata e allucinata non sia il Christophe che si è offerto di ospitarmi stasera, e che pertanto sto violando la sua proprietà. “Vous n’êtes pas Christophe? I think there’s a big misunderstanding”
Chiarito l’equivoco, lo pseudoChristophe mi aiuta a trovare l’indirizzo che cerco: alla svolta successiva, rue de Monte Pigno, trovo la casa del mio ospite, quella vera; è grigia e semplice, il silenzio è turbato solo dalle zampate di un gatto che gioca con l’erba, il buio trafitto soltanto dalla luce proveniente dalla sua cucina.
Christophe è un gentiluomo di mezz’età, pacato, tranquillo, un che di triste nell’aria, origini più fredde e più a nord delle isolane maniere. Lavora nella dogana ed è abituato a ospitare viandanti, forse per riempire gli spazi vuoti della sua casa e condividere qualche racconto ed esperienza.
Si offre di dividere con me la sua cena, che consumiamo davanti agli occhi curiosi del suo gatto.

Bastia – Borgo

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