Bici rubate e bici ritrovate – prima parte

largo preneste. 10 settembre 2013.

Non bisogna mai affezionarsi agli oggetti materiali. Sono mezzi, e non fini.

Almeno per quanto mi riguarda, però, esistono due eccezioni, le chitarre e le biciclette: questi due tipi di oggetto per proprietà transitiva catalizzano ricordi e sensazioni, e pur rimanendo dei mezzi per fare qualcos’altro (muoversi, e suonare) e sostanzialmente dei pezzi de legno o de fero, acquisiscono una loro spiritualità legata alle esperienze passate insieme.

Tutto questo per dire che usare la bici a Roma con il fantasma di un furto che incombe è qualcosa di difficile da accettare per me, che va ben oltre il danno materiale. E se aggiungiamo come aggravanti il fatto che ho già subìto altri due furti di bici in vita mia e che la bici in questione è quella con la quale condivido tutti i viaggi, potete immaginare il senso di scoraggiamento nel trovare la propria catena spezzata nei pressi di Piazza Vittorio, il pomeriggio del 10 settembre scorso.

Catena di quelle da motorino, poi. L’ho raccolta da terra, l’ho guardata a lungo. Nessuna reazione, comfortably numb. L’ho guardata di nuovo. A quel punto ho realizzato, e trenta secondi dopo ero al commissariato dell’isolato successivo, il dito di una mano attaccato al videocitofono, l’altra con la catena spezzata ancora in mano. Chissà in base a cosa mi hanno lasciato entrare. Denuncia, particolari su modello, colore, segni particolari.

I segni particolari: cospargere la bici di adesivi era quasi un modo di concimarla per me, perché venisse su bella e forte. Una sala trofei su ruote, una bacheca di posti conquistati pedalando, una parete sopra il caminetto con bandiere e stemmi al posto delle teste degli animali abbattuti, anche perché la caccia non mi piace. Ma sono sempre stato cosciente che quei pezzetti di carta colorata e plastificata potevano essere l’antifurto dopo il furto, l’ultima spiaggia per sentimentali.

Appena uscito dalla stazione di polizia per la denuncia, mi incollo davanti allo schermetto dello smartphone a condividere la foto della bici ovunque: rubbici, gruppi critical mass, profili di amici ciclisti. Il passaparola delle ore e dei giorni immediatamente successivi è quasi commovente: pare che il valore di feticcio di quella bici fosse condiviso, e questo non può che farmi piacere. Il fatto stesso che l’avessi scelta bianca, come una lavagna pulita e pronta per essere riempita e vestire il lutto del furto ben più antico della gloriosa Legnano, non era casuale.

Ma nonostante l’efficienza dei social network e del digitale, è stato il buon, vecchio formato cartaceo a sbloccare la situazione. Coprendo non senza una certa soddisfazione i manifesti di Casapound, Chiara e Laura hanno infatti appeso vicino al luogo del furto dei volantini con la foto e la descrizione della bici. Dopo una settimana, quando le speranze si stavano ormai affievolendo, mi sveglia un sms da un numero sconosciuto. Questo il testo:

Avvistata bici Collalti con tracce di adesivi a largo Preneste legata vicino benzinaio Q8. Sergio.

Leggo il messaggio. Lo rileggo.

Lo leggo di nuovo. No, non è la catena che mi è rimasta in mano stavolta. Prendo la bici da corsa e praticamente ancora in pigiama percorro i circa 9 km che separano casa mia da Largo Preneste. Cerco di prepararmi a una delusione, il messaggio era di qualche ora prima, sarà uno scherzo, si saranno sbagliati. San Giovanni, Porta Maggiore, Prenestina. Sguardo dall’altro lato della strada, bici bianca legata. No, infatti non è lei. Sguardo al lampione successivo. È lei.

Mi avvicino, chiamo una pattuglia dei carabinieri, attendo il loro arrivo, e denuncia e foto alla mano indico il corpo del reato. Ha il sellino abbassato, il telaio totalmente ripulito e spogliato degli adesivi che la ricoprivano. Ora è di un bianco sporco, spezzato soltanto dalle ombre della colla, gli unici superstiti, tutti graffiati, sono Germania, Olanda e Baviera. E Andorra, vicino al pignone. Sotto la sella, una spugnetta che probabilmente è stata utilizzata per compiere le sevizie.

A questo punto i due militari, colti da zelo, fermano il giovane benzinaio pachistano, che dichiara immediatamente di non essere il proprietario di quella bici, lui usa l’altra, sono legate insieme perché a utilizzare la Collalti è il suo amico che ora non c’è. I modi dei Carabinieri sono bruschi, sgarbati, intimidatori, gli chiedono il permesso di soggiorno. Interviene il titolare (italiano) della pompa di benzina, gli fanno cenno di allontanarsi, è tutto a posto.

Mentre uno dei due controlla i documenti del pachistano, l’altro confronta con meticolosità la foto che gli ho dato con l’esemplare che ha davanti, ormai slegato.

“Minchia, è proprio lei, le ombre degli adesivi coincidono!”

Lo guardo con un sorriso compassionevole. Già, è proprio lei, grazie del suo controllo, vorrei dirgli.

Dico ai due Carabinieri che ritiro la denuncia, e faccio mettere a verbale di averla trovata in stato di abbandono, senza nominare nessun altro. Sento con certezza che quello non è il ladro della mia bici, soltanto l’acquirente, che comunque passerebbe guai per ricettazione. E mi sento pure un po’ un bambino viziato che ha ritrovato il giocattolo.

Quindi, per calarmi del tutto nella parte del bambino viziato che ha ritrovato il giocattolo, mi metto subito all’opera per il suo restauro. Ho passato i due mesi successivi a scrivere ad amici, couchsurfer e conoscenti chiedendo il favore di comprare i miei trofei strappati via e inviarmeli per posta. Giorni di attesa, solleciti da rompicoglioni maniaco, viavai di buste nella cassetta delle lettere, tutto per ricostruire l’apparato adesivo esattamente com’era. Gli stessi, identici adesivi, negli stessi punti. Più qualche aggiunta in più.

Non bisogna mai affezionarsi agli oggetti materiali. Sono mezzi, e non fini.

 

 

 

 

 

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