Cagliari / Iglesias / Portixeddu

portixeddu. 23 aprile 2013.
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Ci svegliano i TG e Napolitano che mette d’accordo tutti, commuovendosi al giuramento. Uno non può lasciare il continente qualche giorno, che gli formano un governo sotto il naso.

Esco sul ponte per godermi l’alba e l’approdo a Cagliari, ma vengo immediatamente intercettato da un camionista napoletano che mi chiede di scattargli delle foto col cellulare per poi inviargliele, “che le faccio vedere a mia moglie”. È molto esigente nel chiedermi più inquadrature e tipi di luce. Io vorrei fare colazione, ma lo assecondo.

Il lungomare di Cagliari ci accoglie col sole, due cornetti e piacenti donzelle. Dopo essere sbarcati e ristorati, Salvatore mi dirotta verso il Cagliari point, girare l’isola con la maglia della sua squadra è praticamente un dovere. Il traffico è piuttosto intenso, ma garbato.

Dopo questa tappa obbligata, ci avviamo alla stazione per prendere il treno in direzione Iglesias ed evitarci i camion della nazionale.

Sul locomotore monovagone a gasolio, una gentilissima capostazione ci aiuta a sistemare le bici e a prendere la coincidenza per Iglesias, telefonando al suo collega dell’altro convoglio. Cominciano ad apparire i primi paesaggi in successione dal finestrino, e già l’Isola preannuncia la sua natura aspra e primitiva. Visto il tempo instabile preferisco tenere i miei vecchi jeans, che avevo portato di proposito in viaggio per un degno funerale: un grosso strappo sotto al cavallo li sta infatti rendendo sempre meno utilizzabili in contesti sociali.

Dopo un semiserio tentativo di montare la telecamerina sul manubrio e aver constatato che le riprese prendono al massimo le nuvole e una mezza testa dell’altro davanti, si parte.

La strada ci accoglie subito con una salita nei boschi e un silenzio innaturale per chi viene da Roma. Per minuti e minuti l’unico rumore è quello della catena che scorre e il fiato che fatica a prendere il ritmo. Poi nell’aria si fa largo un grugnito insistente di maiali che si fonde col profumo della mentuccia; si apre quindi uno stradone dritto in discesa, dove le gomme stridono e il vento fischia nelle orecchie, come a urlare la rabbia dei minatori del Sulcis e della provincia più povera d’Italia.

Il tempo di infilarsi in una gola, e la strada in un paio di curve ci conduce ai primi stabilimenti minerari abbandonati, sotto Monte Agruxiau. Quando ha scritto “Fra la Via Emilia e il West”, evidentemente Francesco Guccini non aveva visto queste zone. Altrettanto evidentemente, Sergio Leone sì. Dopo una sosta di qualche minuto in una piazzola battuta dal vento, ci lanciamo in un altro tratto di discesa per poi ritrovarci in fondo alla vallata. È qui che si compie, oltre alla colazione, il rito dell’adesivo da attaccare sulla bici, che è ormai diventato il fine stesso del viaggio.

In pratica, pedalo per fare tappezzeria al telaio.

Prima di Fontanamare, Tore mi propone una deviazione per il complesso minerario di San Giovanni: un chilometro circa di salita e tornanti tra le capre che si nascondono al nostro passaggio, e ci ritroviamo tra i ruderi industriali di quando in questa zona c’era lavoro. Di interi villaggi ora restano vetri spaccati e scheletri arrugginiti, i cui contorni rossastri disegnano linee aspre sui più aspri monti del Sulcis. Scende un fuoristrada, un signore abbassa il finestrino e con tono pacato ma fermo ci dice: “Qui non si può stare”. Né cafone, né ipocrita. Qui non si può stare.

Ok, proseguiamo.

Nel frattempo, i jeans coi quali ero partito continuano, pedalata dopo pedalata, ad allargare il loro strappo sul cavallo.

Altra deviazione scendendo a sinistra per un bivio, e ci ritroviamo su una bella stradina alberata che sovrasta la 126 giù a valle. Altri ruderi fino ad arrivare al paesino fantasma di Normann, toponimo vichingo palesemente fuori luogo. Tre case, un cane da guardia, qualche gatto curioso, molto vento. Riprendiamo la strada principale in direzione del mare.

In Sardegna basta una curva per cambiare tutto. E la svolta arriva all’improvviso, e dalle colline color macchia mediterranea ci ritroviamo di fronte al mare. E il mare sembra non finire più. Solo pochi scogli osano rimanere piantati nel blu.

In lontananza, il Pan di Zucchero scandisce il ritmo alle curve della costiera che stiamo per prendere, forse il tratto più bello di tutto il viaggio. Saluti benevolenti dagli automobilisti e dai conducenti di corriere portate tra i tornanti a picco sul mare, senza chiedersi chi ci sia oltre la curva.

Vento come presenza costante, adrenalina, sensazione di trovarsi al confine del mondo conosciuto.

Dopo tante pause e tante discese e risalite in sella, lo strappo sui jeans assume proporzioni ormai socialmente inaccettabili, prolungandosi fino al ginocchio.

In pratica, rimango a pedalare a chiappe all’aria. Il fresco nella pedalata aiuta molto.

Ed è sempre a chiappe all’aria che entriamo in una piccola trattoria di Nebida, proprio sopra le miniere abbandonante di Porto Flavia; anziane signore tedesche mostrano velato disappunto per le mie improvvisate prese d’aria. Una famiglia di americani con interprete annesso sardo/inglese fa finta di niente. Una gentile cameriera ci impone praticamente nuove ordinazioni, “quindi porto anche questo, giusto?”, e noi presi da fame più che dalla persuasione la assecondiamo.

Il pecorino al forno squagliato sul pane carasau mi fa dimenticare lo stato pietoso in cui ero entrato, un quarto di vino bianco condisce il tutto e ci prepara ad affrontare meglio il salitone imminente.

A Nebida, sporadici adolescenti si spostano a piedi a bordo statale, nel nulla battuto dalla brezza marina.

Dopo una stradina pedonale panoramica sopra Porto Flavia e qualche tornante in discesa dove il vento mi sbatte sulla schiena i laccetti della felpa, arriviamo a Masua.

È qui che si apre una sorta di fenditura tra due monti a picco sul mare, all’interno della quale la strada si fa largo con pazienza, rosicchiandosi ogni centimetro e guadagnando quota con violenza. Lo strappo maggiore sono soltanto 2,5 km, ma di quelli al 13%.

Ed ecco che la ruvida e generosa ospitalità sarda chiede il conto. Il vento si insinua in una sorta di canyon che porta ora la lingua d’asfalto nell’entroterra, subito dietro il promontorio del Pan di Zucchero. Il Far West del mediterraneo non ama certo risparmiarsi.

“Puoi fà l’eroe quanto te pare, prima o poi hai da scende e spigne”

Così avevano detto a Tore degli amici che avevano già percorso questo tratto in bici. E noi cediamo alla saggezza popolare, ma soltanto negli ultimi cento metri di rettilineo finale, fino al valico.

Silenzio assoluto.

Ci sdraiamo sull’asfalto a riposare, tanto qualsiasi veicolo a motore è udibile con una decina di tornanti di distanza. Qualche belato in lontananza.

Ma il contrappasso per la salita si schiude subito dopo la strettoia alla fine del rettilineo: una vallata immensa che pare la Terra di Mezzo, un’Irlanda del Mediterraneo illuminata di verde brillante e oscurata da nubi grigie e minacciose, pecore come punti bianchi tra le rocce e i pascoli, nuove colline e vallate che nascondono chissà cosa da chissà quanto tempo.

È tempo di tirare i remi in barca e godersi la discesa, e le lacrime che rigano il viso insieme al vento.

Brezze umide preannunciano pioggia imminente. E noi perdiamo dislivello e ci immergiamo in questa bruma rassicurante e surreale, la strada è un serpente docile. Tutto intorno, solo macchia e ginestre in fiore.

Al bivio per Cala Domestica, l’atmosfera diventa ancor più irreale: la baia chiusa dalle rocce è abitata soltanto da gatti selvatici, sabbia e telline in decomposizione. Le onde parlano inascoltate.

Camminiamo in silenzio come se fossimo in un luogo di culto.

Risaliti per la provinciale sulla quale ci trovavamo prima, ci ritroviamo con altra salita da fare e con le nuvole del pomeriggio ormai fiere della loro posizione sopra le nostre teste. E il primo acquazzone arriva con violenza sui nostri volti silvestri, lasciando il camper di olandesi accostato alla piazzola a sorriderci e salutarci con un briciolo di compassione.

Forse però non sanno che si perdono, nell’asciutto del loro furgone.

Attraversiamo un altipiano roccioso a poche centinaia di metri dal mare, la cui conformazione ci lascia esposti alle intemperie. Le buste di plastica proteggono il nostro bagaglio, un cappello e il casco le nostre teste.

Ancora un tratto panoramico a picco sul mare prima di Buggerru, che ci regala ancora qualche tornante in discesa e un po’ di tregua dalla pioggia. L’asfalto risplende bagnato sotto le nostre ruote.

Arrivati in paese, un ammasso di casette basse che si divincola in una cala come farebbe un pesce nella rete, siamo colti da indecisione a causa di un bivio: una strada scende al mare, l’altra torna a salire a ridosso delle colline, e non ci va proprio di affrontare altre salite, ma proprio per questo non vogliamo perdere quota inutilmente. Chiediamo quindi informazioni a una signora su quale delle due strade prosegua per Portixeddu, e mentre quella ci indica una delle due viene interrotta bruscamente da una minuscola vecchina in nero del lutto di sempre:

“Non le date retta, lì allungate!”

La signora insiste con la sua strada, ma la vecchina non molla.

“Ma nonna Angela, l’altra è più semplice, così non si perdono!”

“Zitta, lo saprò io che sono nata qui!”

Ne nasce un diverbio acceso e prolungato fino a quando io intervengo stupidamente: “Beh, magari noi due ci dividiamo e vediamo chi arriva prima!”. La signora rinuncia, sale in macchina e ci guarda come a dire “io ci ho provato, pazienza”.

La vecchietta è trionfante e soddisfatta: “Lo vuole insegnare a me come si arriva a Portixeddu, noi quella la facevamo a piedi!”, e gli occhi scavati nel nero delle occhiaie le si spalancano.

Nel frattempo, i jeans continuano ad allargare la forbice tra decenza e viaggio.

Prima di Portixeddu c’è un rettilineo sul mare con delle dune tormentate dal vento, che al nostro arrivo si conferma impietoso: la furia degli elementi ci fa arrivare alla nostra meta totalmente fradici, e, come si dice a Roma, co’ le pezze ar culo. Anzi, manco quelle.

Portixeddu è finis terrae, nel nostro immaginario l’ultimo lembo dell’Occidente conosciuto, la fine di tutto e il principio del Mediterraneo, ed è in quella manciata di case buttate lì a vedere le onde che abbiamo appuntamento con Corallo.

Corallo.

Ma è il nome vero?

Sì, pare di sì, almeno le lettere poggiate sul tavolo di casa sua hanno quel nome scritto come destinatario, anche se questa non è una garanzia anagrafica.

Corallo è l’ultimo capotribù della Costa Verde sarda.

Corallo ha più di cinquant’anni, e nessuna età.

Corallo era ed è ancora un figlio dei fiori, ma non un hippie.

Corallo vive di espedienti e lavoretti saltuari, e campa meglio di tanti che hanno un lavoro.

Perché da queste parti l’economia non è basata sul capitalismo, ma sul dono e sulla mutua assistenza.

Da Corallo ci sono stato già una volta, tre anni fa, e anche lì ogni sicurezza e convenzione occidentale è stata messa in discussione.

Allora si trattava di un amico di un mio amico, che mi aveva detto “se passate per quelle parti dovete assolutamente andare da Corallo, vi dò il numero”, e ci eravamo ritrovati a cucinare insieme a lui per una decina di malati mentali che quella sera avrebbe ospitato a casa sua, improvvisandosi albergatore molto personalizzato. In cambio, ci mise a disposizione una roulotte dismessa con trappole per topi, polvere e ragni.

Ora, a tre anni di distanza, ci attende col sorriso e un abbraccio energico, al tavolo di uno dei due bar di Portixeddu, che beve Heineken in compagnia di gente del posto. Due vecchi baffuti giocano a biliardo, gli altri ridono con lui e di lui.

La prima osservazione che ci fa è sullo stato nel quale ci presentiamo:

Minchia ragazzi, mi avevate detto di essere attrezzati per la pioggia!”

“E non hai ancora visto niente, guarda i jeans come sono ridotti!”

“Ma voltati, e non mi far vedere questi spettacoli immondi!”

Tante chiacchiere, tanti racconti. Non a caso il soprannome di cui gode nella zona è “lo stancacervelli”. Ma una serata con lui è comunque un’esperienza. E mentre continua a scherzare con gli amici, il bagnato che abbiamo addosso comincia a pesarci, quindi dobbiamo portarlo via di forza per andare a cambiarci a casa sua, che è arroccata tra le colline a un paio di chilometri dal paese.

Appena arrivati, ci accolgono i suoi cani e gatti, sempre lieti di conoscere qualcuno di nuovo, e una miriade di oggetti di qualsiasi natura sparsi ovunque, attrezzi da lavoro, camere d’aria, panni stesi a non asciugare, ciocchi di legno, collari, scatole di detersivo.

“Ragazzi ho sentito un mio amico pescatore, mi ha regalato un barracuda da mangiare stasera. Per quello vi avevo detto di non portare niente da mangiare, solo le corde per la chitarra, che qui non ce n’è”

Per la doccia c’è acqua calda, c’è tutto quel che volete, arrangiatevi come credete”

È notevole la valenza particolare del verbo “arrangiarsi” per Corallo, come a dire “fate quello che credete, casa mia è casa vostra, ma non mi rompete che ho altro da fare”.

“Ragazzi qui sotto scorre un torrente, l’ho deviato nei condotti, è acqua potabile, è buona, è quella che berrete stasera!”

Apro il rubinetto della doccia, passano tre minuti di orologio. Proprio quando sono sul punto di rivestirmi e andare a chiedergli come fare, il getto esce prepotente. Poi, quando apro il lavandino, quello stesso getto riempie tutto di giallo. Nel dubbio decido di bere solo vino stasera.

Insieme al pesce fresco, Corallo ci propone spaghetti con la bottarga. E quando mi chiede di aprire la busta, mi accorgo che si tratta di più di un chilo.

“Corallo, ma ci saranno più di cento euro di bottarga qua dentro!”

“Sì, saranno centotrenta, centocinquanta euro, me l’ha data un mio amico che lavora all’allevamento qui dietro”

“Ma non c’era mica bisogno, stai scherzando?”

“Ma lo so, guarda che mica l’ho pagata, gli avevo chiesto un po’ di bottarga che avevo ospiti, e quello mi si presenta con questo bustone… e mi ha detto, tu prenditela e basta, quindi anche io dico a te, mangia e zitto”

Non ritengo opportuno fare altre domande.

La serata scorre lieta tra pesce, fumate, vino, chiacchiere, chitarre e cervelli stanchi. La natura gioca il suo ruolo con naturalezza a casa Corallo. Dopo aver mangiato la testa e rimosso i muscoli delle mandibole del barracuda (“mangiati la testa, c’è la polpa, è la parte più buona”), vado a lavare i piatti in cucina, e trovo una scolopendra di dimensioni preistoriche che tenta di risalire il lavabo. Fortunatamente le pareti sono bagnate.

Gli aneddoti dell’attempato figlio dei fiori si sgranano come perle da un rosario, ci racconta dei figli sparsi per il mondo, delle abilità manuali, della sua vita quotidiana e delle conoscenze abituali sparse tra i paesini della Costa Verde. È in quest’occasione che apprendiamo la sua personale distinzione tra hippie e figlio dei fiori: a suo giudizio infatti i primi sono affetti da una sorta di parassitismo idealista della società, mentre ai secondi non manca il senso pratico e la voglia di fare e costruire, ed è ovviamente in quest’ultima categoria che lui si riconosce. Ricorda a più riprese gli amici persi per l’eroina, che dopo la marijuana degli anni Settanta ha falciato quasi tutti.

“Ragazzi, domani alle due e mezza devo trovarmi a Cagliari per una visita in caserma, pare che mi ridanno la patente dopo avermela tolta cinque anni fa… meglio che andiamo a dormire”

Magari fosse così. La sua favella famelica di ascoltatori e la sua vita variopinta ci impediscono il sonno per molto altro tempo ancora, mentre lo ascoltiamo divagare sul divano. Verso le tre giunge l’ora della nanna.

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