Castel di Sangro / Bomba

bomba. 3 maggio 2015.

La mattina successiva ci sorprende rilassati e ben pasciuti. Dopo una sontuosa colazione,  svariate coccole ai cani del simpatico gestore della locanda e foto di rito a bordo del trattore nella rimessa, ci avviamo per riprendere il corso del Sangro, che avevamo abbandonato in prossimità delle chiuse poco prima di Barrea.

La tappa di oggi è certamente meno impegnativa e più leggera di ieri, ma ugualmente panoramica. Lasciato il centro abitato di Castel di Sangro in direzione Roccaraso, prima di imboccare la trafficata SS17 imbocchiamo uno sterrato che costeggia il fiume, l’unico tratto non asfaltato di tutto il viaggio, che si rivela piacevolissimo e divertente grazie alle pozzanghere di fango di 15/20 cm. La Peugeot di Emiliano si districa con grande eleganza nonostante sia quella coi copertoni più sottili.

Dopo aver percorso una decina di km nei campi in fiore, offriamo riposo alle bici (e ai fondelli) tornando su un fondo asfaltato (per modo di dire), la SP55: una stradina panoramica ignorata dal traffico a motore, che predilige la vicina superstrada, a cavallo tra Abruzzo e Molise; a fianco, i binari arrugginiti della linea della ex-sangritana. Provinciali semiabbandonate, fiumi e ferrovie abbandonate sono da sempre i tre migliori  amici del cicloturista, e la strada scorre via con estrema piacevolezza.

In queste zone la Linea Gustav passava pochi chilometri a nord dalla nostra rotta, nei pressi dell’altipiano che termina col valico di Forchetta di Palena. E proprio questa piana fu teatro di uno degli episodi più cruenti e barbarici dell’intera guerra, l’Eccidio di Limmari: nell’autunno 1943 una delle più temibili unità della Wehrmacht, la 1^ divisione Paracadutisti, si era asserragliata sulle alture che dominavano il Sangro, dopo aver abbandonato la sponda sud del fiume all’arrivo degli Alleati. Dalla metà di novembre in poi i tedeschi iniziarono la distruzione sistematica di tutti i villaggi della zona: il 21 novembre  a Pietransieri, nei pressi del bosco di Limmari, i nazisti trucidarono 128 persone, tra cui 60 donne e 34 bambini, senza motivazioni specifiche, se non il semplice sospetto che la popolazione locale sostenesse i partigiani. Venti giorni prima, in conseguenza all’ordine dato di Hitler di rimanere sulle proprie posizioni e di fare terra bruciata attorno a possibili nuclei partigiani, era stata pubblicata la seguente comunicazione nelle frazioni di Rivisondoli, Pietransieri, Pescocostanzo e Roccaraso: “Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”. Pochi obbedirono alla disposizione, alcuni si rifugiarono proprio nel bosco di Limmari, dove trovarono la morte per fucilazione. Ci fu un’unica superstite, Virginia Macerelli, che all’epoca aveva sei anni, riparata dal corpo della madre.

Ricordare è un lavoro da delinquenti.

Proseguiamo giocando col confine regionale, giocando col silenzio della vallata e gli scheletri dei trattori abbandonati, sorridendo di risposta ai sorrisi dei vecchi obesi che guidano macinini col filo di paglia in bocca, aspettando treni su rotaie in disfacimento o perdendo quarti d’ora su quarti d’ora nel tentativo di emulare la copertina di Combat Rock dei Clash. E innamorandoci dei caratteri dipinti a mano sui cartelli ferroviari sbiaditi dalla neve, dal vento e dal sole.

Questi posti non sono soltanto quelli di un eccidio che pochi conoscono e che ben poco ha da invidiare – ammesso che il numero di morti sia qualcosa da invidiare – a Marzabotto o alle Fosse Ardeatine: sono anche quelli tra i più colpiti dal terremoto dell’Aquila.

All’epoca, il nome della frazione di Quadri ha conquistato per un po’ le scene dei telegiornali, poi è rimasto nella sua conca di immobilismo, attraversato da una linea ferroviaria dismessa, una sorta di pianeta alieno popolato da anziani giocatori di carte alcolizzati. Il nostro arrivo nella piazza centrale del paese (censimento mentale della popolazione per fasce d’età: bambini, 10%; adolescenti, 0.5%, la ragazza dietro il bancone del bar; adulti 18>59, 20%, tutte donne; anziani 60>∞, 69,5%) causa uno scalpore secondo solo forse all’arrivo degli Alleati. Negli sguardi delle signore dai capelli raccolti vestite nel nero del lutto di sempre, si leggono chiare domande: “In bici? Con i bagagli? In bici e bevono Peroni alle 11 di mattina? In bici, cinque maschi e una femmina? In bici, qui?”.

La provinciale continua a snodarsi inspiegabilmente attorno a una superstrada sicuramente costruita in un secondo momento, come se ci fosse cresciuta attorno. O forse come atto di resistenza a quella colata di cemento a quattro corsie. Incontriamo un’ennesima volta il corso del Sangro: è diventato grande, l’abbiamo visto crescere ansa dopo ansa e ora è adolescente. Mentre avanziamo, sulla sinistra il profilo di Villa Santa Maria si fa sempre più scosceso e tagliente, si formano delle gole e spuntoni di roccia che si fondono quasi con le costruzioni di tegole e mattoni.

Pochi chilometri ancora, e il blu intenso cupo del Lago di Bomba ci si mostra in tutta la sua maestosità. Decidiamo di premiarci con un pranzo a base di panini in un chioschetto panoramico in località Colle di Mezzo. La signora al banco, oltremodo cordiale, ci lascia usare la chitarra presente nel locale permettendoci di rovinare le ore del riposo alla popolazione locale.

Gli ultimi chilometri della tappa di oggi sono un selvaggio saliscendi che costeggia la sponda est del lago, e scopriamo a nostre spese che tra il paese di Bomba e la spiaggia sulla quale si trova il nostro campeggio intercorre una pendenza del 15% e un centinaio di metri di dislivello. Ci ritroviamo così alle otto di sera “intrappolati” in un campeggio dove tutto sta chiudendo, con un bungalow dotato di fornelli e frigo ma senza aver preso nulla per cena. A questo punto entra in scena Valerio, che con estrema classe e disinvoltura procaccia le vivande alla compagnia bussando con fare da pellegrino alle porte del locale cucine del ristorante, aperto a pranzo e ormai in chiusura. Elemosinando “il minimo indispensabile” per una cena, grazie alla maschera di innocente cucciolo cicloturista riesce a farsi dare dal cuoco desideroso di andare a casa le seguenti cose avanzate dal pranzo:

- un chilo di pasta;
- una vasca di alluminio da ristorante di ragù al cinghiale;
- 6 birre ichnusa grandi;
- olio e sale, in bicchieri di carta;
- una mezza vaschetta di tiramisù;
- una vaschetta di fragole.

Mentre il cuoco cede a ogni sua nuova richiesta, lui mi dice sottovoce: “Ho visto il peperoncino in sala a quel tavolinetto, mentre è di là prendine un po’ e mettitelo in tasca”. Pochi istanti dopo il cuoco, ormai impietosito e rassegnato, ci fa: “Lo volete pure un po’ di peperoncino?” E lui, con candore angelico: “Davvero? Grazie! Se ne ha ancora, ne metta pure un altro po’”. Rimango ammirato col mio rametto di peperoncino ancora in tasca. Esoso fino a raggiungere una dimensione artistica.

La cena e la serata si conclude sulle sponde del lago con Valerio portato in trionfo insieme al piccante.

Castel di Sangro / Bomba

La mattina successiva ci sorprende rilassati e ben pasciuti....