Delft / Hellevoetsluis

Hellevoetsluis. 25 aprile 2012.
Route 3,114,054 – powered by www.bikemap.net

I preparativi e la partenza

La mattina io e Fabio giriamo un po’ per negozi a Delft per completare l’attrezzatura per il viaggio. HEMA fa al caso nostro, lì troviamo a prezzi bassi vari degli oggetti vitali per l’esistenza che condurremo nei prossimi giorni, spazzole, teli e una falsa moleskin in similpelle nera dove annoterò tutti miei ricordi di viaggio. Dopo una sosta a un negozio di articoli ciclistici, dove un baffone dall’aria sgradevole e dai prezzi cari ci rifornisce di qualsiasi cosa, raggiungiamo Martino nell’hangar dove studia dal punto di vista chimico le leghe usate per gli aerei. Con l’occasione entriamo nell’abitacolo di un vecchio aereo di linea olandese, con i comandi completamente analogici, e saliamo su un F14 degli anni Settanta.

Una pioggia moderata e persistente saluta l’epico inizio del nostro viaggio, e dopo una doverosa foto insieme a Martino lasciamo Delft sulla ciclabile. Mentre consultiamo la mappa per decidere la direzione più conveniente, un biondo occhialuto con l’aspetto sofferente degli amanti dello Sturm und Drang ci offre indicazioni spontaneamente, e fila via.

Resistendo al tintinnare delle gocce sul cranio, attraversiamo campi e prati seguendo l’itinerario ciclabile fino a Schipwiden; qui un ciclista ritardato mi ferma biascicando frasi sconnesse in olandese: riesco a capire che quella che mi indica lì a fianco è la sua casa. Dopo avermi guardato con aria stranita, quasi contrariata, prova a scambiare qualche parola con Fabio, raccontandogli fieramente che è lì che andrà a settembre con altre undici persone. Dopodiché si allontana a gran velocità, seminandoci in pochi secondi.

Il viaggio continua per la Gaagweg sotto la pioggia, tra pecore, capre, agnelli e grossi cavalli da tiro; ai lati, villette accoglienti dai giardini curati con devozione quasi religiosa.

Qua e là, si affacciano sporadici tulipani spontanei, come fossero papaveri sulla Magliana. Passiamo altri borghi rurali, prima Maasland, poi Massluis, Fabio comincia a spiegarmi qualcosa sulla pronuncia “a pellicano” delle vocali olandesi.

Dopo una breve sosta davanti a una gabbia in cui convivono sereni pavoni e daini, la pioggia si fa sempre più violenta, riga il volto, i muscoli facciali si contraggono per proteggere gli occhi e la visibilità.

Ma si prosegue.

Le intemperie ci danno un po’ di tregua in prossimità del traghetto che ci porterà sull’altra sponda del fiume Maas, a pochi chilometri dall’Hoek Van Holland. Nell’attesa della traversata, pensiamo bene di aggiungere alla pioggia il nostro piscio nei cespugli, offrendo loro quanto meno una scelta.

Operazioni di carico, il traghettatore è una sorta di Mastro Lindo che ci sorride in modo beffardo, noi ci imbarchiamo a seguito di una ragazza in motorino alla quale Fabio chiede qualche informazione: quando le dice che siamo diretti in Zelanda ci dà dei matti ridendo, e dice che abbiamo sbagliato stagione.

Sbarchiamo a Rozenburg, la città delle rose, e il sole si adegua schiudendosi tra i lembi grigi e pesanti delle lenzuola del cielo olandese, e regala un colore nuovo e più vivo a ogni prato. Nel canale, transitano enormi navi da carico dai cromatismi vivaci. Le ammiriamo sfilare verso il mare aperto mentre passiamo su una ciclabile sospesa nel vuoto in un viadotto immenso, che ostenta la sua stabilità come un colossale simbolo dell’Homo Faber.

Celebriamo così l’entrata nella Zelanda, la Terra del Mare, il Paese Basso per eccellenza, dove il mare è ben più alto della terraferma, e spesso paga il suo dazio: nel 1953 queste zone furono completamente sommerse da un alluvione disastroso che fece migliaia di morti. Da allora fu varato il Delta Project, un gigantesco sistema di dighe e monitoraggio del livello delle acque per tenere costantemente sotto controllo la situazione. La nostra discesa passa esattamente sopra quattro di queste dighe.

Il territorio olandese è una dichiarazione di intenti e di cultura: trasformare il paesaggio in maniera radicale e funzionale, di modo che la natura risulti piatta e noiosa, e le infrastrutture entusiasmanti. Una sorta di trionfo della tecnica intelligente.

Un Paese di gente ricca che spende i soldi bene, a differenza degli americani o di altri che lo fanno per ostentare uno status symbol.

L’Olanda si pone come fiduciosa vittoria dell’Umanesimo, come emblema della trasformazione armonica della natura ad opera e piacimento dell’uomo, un emblema in grado di sollevare interi pilastri e banchine per facilitare il passaggio di cargo e container. Una morale calvinista di operosità e autorealizzazione evidente anche nell’accuratezza maniacale dei giardini, in cui sono lasciate a salutare i passanti delle statue di bambini a grandezza naturale, agghindati a festa, in un eterno gesto di cortesia un po’ angosciante, quasi a simboleggiare una rappresentazione di umanità perduta nella troppa umanità. Insieme a loro, campeggiano galletti segnavento e maiali di gesso.

Continuiamo nella campagna, regno indiscusso delle anatre.

Una papera ci si para innanzi, sbarrandoci il passo come la lupa dantesca. Quando ci avviciniamo, sgambetta goffa e scompare nell’umido.

Dopo una breve deviazione attraverso la zona industriale di Vierpolders, seguiamo la serpentina delle ciclabili nei campi in direzione Hellevoetsluis; percorriamo quindi un rettilineo tra fattorie e casette sparse alla luce dorata del tramonto che indugia fino a tardi. Piantiamo la tenda al camping De Quack.

Il campeggio ci appare immenso e disabitato.

Il rumore del mare, distante poche centinaia di metri, è appena percettibile.

Solo un numero imprecisato di roulotte deserte, tutte dotate di antenna satellitare, forse per farle somigliare di più a delle case.

Un grassone si lamenta del fatto che abbiamo appoggiato una delle bici su una di esse.

Ci buttiamo nelle docce bollenti, dove ci aspettano ragni delle dimensioni simili a quelle del palmo di una mano. Fabio non si perde d’animo, e lo interpreta la presenza come terzo segno positivo della giornata, insieme al fatto che gabbiano ha mollato i suoi escrementi a pochi centimetri dalla sua bici e all’apparizione improvvisa dell’arcobaleno all’uscita da Delft.

Portiamo il cibo nella stanza lavanderia, e ci prepariamo una suggestiva cena vista lavatrice a base di pan carrè, gouda e prosciutto affumicato.

Scendono le tenebre sulla tenda. Non fa freddo, nonostante le raffiche improvvise di vento che soffocano una musica di pessima qualità, forse una polka tirolese, da chissà dove.

Fleet foxes e Silver Dagger per addormentarsi.

Delft / Hellevoetsluis

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