Don / Albert

albert francia. 2 maggio 2012.

Usciamo dal paesino della pace, e ci troviamo dieci chilometri di grazia ciclabile lungofiume, un tratto surreale e boscoso immerso nell’umido: un cane nero ci precede, ci guarda e prosegue, delle rane infuriano di gracidii nello stagno accanto. Passiamo un circolo di pesca.

Le chiatte accompagnano il nostro percorso con la loro presenza immancabile.

Poi, troviamo una serie di lavori in corso e conseguenti deviazioni, che ci allontanano dal fiume e ci spingono su un brutto tratto della nazionale, battuto da TIR e piuttosto stretto, fino all’ingresso in Lens.

Lens, città buona per viverci, ma poco accogliente per chi ci arriva.

Lens ci spenna, le regaliamo venti euro di spesa, venti di cartine e venti di carta sim francese.

Lens punteggiata di pompieri e poliziotti, dispiegati in un inspiegabile corteo attorno a un edificio della piazza centrale, senza alcuna emergenza apparente. Un poliziotto fa la linguaccia a un automobilista.

Uscendo dal centro abitato, campagna deserta e verdissima, piana sconfinata. Attraversiamo una miriade di paesini pittoreschi di tre case l’uno, fino ad arrivare alla bella Arras – città accogliente e “poco francese”, quasi mediterranea, con una piazza enorme impreziosita dalla stupenda cattedrale.

Qui ci fermiamo per una pausa-pranzo, e mentre siamo seduti al tavolo di un bar un artista di strada ci avvicina porgendoci due smisurate pagnotte, spiegandoci di averle prese nella spazzatura: la gente è diffidente, ma sono buone, davvero, io sto ripartendo, per questo mi chiedevo se vi potevano far comodo, visto che siete viaggiatori…

una delle due ce la spaccia per pain de figues, che viene immediatamente ribattezzato “pane de fica”, l’altra pagnotta viene cestinata subito dopo che si è allontanato. Il pane de fica viene tenuto in aspettativa e inserito all’interno della busta che protegge il mio sacco a pelo, gonfiandolo come un brutto male. Verrà buttato anch’esso qualche decina di chilometri dopo.

Pranziamo con le nostre provviste al tavolino di un bar in cambio di un caffè; qui tutti sono gentili e accoglienti con chi viaggia en velo.

La douce France, l’haineuse pluie

Non facciamo in tempo a finire di pranzare, che si alza un vento violentissimo e gelido che evoca spettri zelandesi e invisi al ciclista; ci rimettiamo così in sella per uscire da Arras, e mentre siamo fermi a un semaforo ci ferma un tale che si spaccia per figlio di emigranti italiani, della provinca di Enna: è un buontempone stralunato e brizzolato che si esalta alla nostra vista, “vorrebbe tanto venire in bici fino a Roma, fino in Sicilia”, ma mentre ci parla animatamente da una macchina gli urlano, testimoniando il suo status di scemo del villaggio, le parole “spiegaglielo in italiano!”; lui si giustifica “ma sono italiani davvero!”

Passiamo la stazione, poi usciamo dall’agglomerato urbano: un tizio dalla finestra ci chiede dove siamo diretti e da dove veniamo, incitandoci col pollice alzato.

Piste ciclabili – Man mano che si va a sud, sono sempre più disordinate, frammentarie, infine assenti. Il Belgio peggio dell’Olanda, la Francia peggio del Belgio. Ma anche l’interesse che suscita un viaggiatore a pedali è inversamente proporzionale. In Olanda è una cosa assolutamente normale, quindi ti ignorano; in Francia diventi il loro eroe.

La campagna diventa sempre più bella, si passano innumerevoli paesini in andatura strozzata o vivificata dal saliscendi. La pioggia torna a farsi sentire: dapprima discreta, ciao ti ricordi di me, poi costante, infine battente. La affrontiamo con entusiasmo, la prima discesa sotto la pioggia scrosciante ti fa sentire vivo, poi dopo trenta chilometri di secchiate in faccia alla sensazione di sentirsi vivi subentra la voglia di restarci.

Tra una nuvola e l’altra, sotto un cielo che spazia dall’azzurro intenso al plumbeo marcio, entriamo nella zona dei cimiteri di guerra. Come dei santuari a cielo aperto che sfidano la dolcezza sinuosa dei colli del nord della Francia con le loro forme rigide e statiche, si spalmano sui prati file e file di croci bianche che sembrano sull’attenti anche da morti, ostentando una sorta di orgoglio pietrificato e ripartito da paese a paese.

Mi torna in mente la copertina del disco dei Metallica “Masters of Puppets”.

La gelida regolarità delle croci cristiane è sporadicamente interrotta da qualche lapide a minareto appartenente a soldati musulmani, in un rapporto di sette, otto a trecento.

Io non ce l’ho con voi, sia detto per inciso, poveri ragazzi soffiati via in eterno dalle campagne della Somme, ma sento che ho deciso e che diserterò.

Facciamo merenda con dei dolcetti all’albicocca davanti alle tombe.

E ricomincia a piovere.

L’acqua implacabile cerca di marcire le nostre carni e il metallo delle bici, e picchia e riga il volto e filtra nel cervello. Le salite sono sempre più lunghe e pesanti, e si alternano con un certo sadismo a discese sempre più esaltanti, pedaliamo in una quadricromia esasperata, verde giallo marrone e grigio. Gli autisti dei rari TIR che incontriamo salutano con cenni della mano. I cosiddetti pays de coquelicot, i paesi del papavero, danno l’idea di un posto ospitale. Dipende solo dalla stagione.

Ormai prossimi al cedimento, sostiamo in un bar. Da dietro la spalla del papà, una bambina ci saluta. Vista l’umidità costante e la stanchezza, chiediamo per un letto e un posto al chiuso, ma l’offerta della cittadina di Albert non è molto esaustiva. Giunti nella piazza principale, la nostra etica ci impedisce di accettare una camera doppia a 82 € in un hotel. L’unico campeggio della zona, che avevamo chiamato qualche ora prima, è totalmente desolato; già facciamo retromarcia in cerca di altre opportunità, quando vediamo la jeep che avevamo incrociato pochi metri prima fare inversione e venirci incontro: ne scende una sorta di Babbo Natale / Marx / Brahms, il gestore del campeggio, spiegandoci di averci aspettato, di aver rinunciato e infine di aver capito che eravamo noi mentre tornava a casa.

Ci spiega due o tre cose del campeggio, poi ci lascia praticamente soli nel suo fazzoletto di erba bagnata.

Per ringraziarlo della sua fiducia e disponibilità (“Caro Vecchio”), ma soprattutto per cercare di limitare un po’ i colpi sferzanti dell’insaziabile pioggia, decidiamo di piantare abusivamente la tenda sotto la tettoia della reception, preferendo al terriccio imbevuto d’acqua il cemento come materasso: il risultato è una sorta di campo rom, con le bici usate per tendere i fili con i panni stesi ad asciugare (?), e calzini e mutande sui manubri.

Ma Waterworld non ha ancora finito di esigere il suo tributo: la doccia è drammatica.

Freddo.

Bagnato.

L’acqua è tiepida.

Dai.

No.

Fredda.

Il sapone è finito, lo shampoo non lo trovo.

Il phon è rotto, no, anzi il voltaggio delle prese è insufficiente.

Esco quasi piangendo per il freddo, mi cade un calzino pulito sulla terra umida.

Poi è il turno di Fabio. Lo attendo immobile sotto la tettoia, vicino alla tenda, in cerca di un po’ d’asciutto. Ora ha quasi smesso di piovere, c’è un silenzio innaturale e le gocce che esitano a cadere dalle foglie.

Assisto a uno spettacolo unico: un’anatra femmina viene inseguita da un maschio, un altro maschio compie giri sempre più stretti attorno a lei, la bracca, la immobilizza, il primo dei due inseguitori la monta, tetri quaqua graffiano l’aria. L’anatra femmina si divincola, i due maschi diventano tre e la bloccano, quello dominante continua a possederla. Nuovi quaqua disperati, sommersi da altri quaqua prepotenti.

Il tutto dura una trentina di secondi.

Conclusa l’infame gang bang, le papere si allontanano con nonchalanche, ognuna conscia di ciò che è successo, ognuna pietosamente nasconde i fatti dietro un muro di omertà. I quattro sembrano far finta di non conoscersi, i loro giri si allargano di raggio, poi la femmina spicca il volo e si allontana.

Qualche minuto dopo, Fabio torna dalla doccia, con una nuova idea: portarsi sotto la doccia le zuppe liofilizzate quando l’acqua diventa calda, e mangiarle direttamente lì. L’idea viene respinta per non motivazioni logistiche.

F – Io riconosco de esse hardcore quante te pare, ma stavolta abbiamo superato qualche limite. Sta cosa de mettese addosso i vestiti bagnati, non avevo considerato la digestione, insomma, abbiamo esagerato.

C – Un po’ come quello de Into the wild?

Morale: happiness is only when it’s dry.

La cena è a base di scatolette e capelli bagnati, la notte fredda e densa di sogni assurdi. Il fianco offerto in pasto al nudo cemento non aiuta, certo. Il pensiero di dover smontare la tenda la mattina presto, prima che arrivi il Caro Vecchio, nemmeno.

Don / Albert

Usciamo dal paesino della pace, e ci troviamo dieci...