Gravina di Puglia / Taranto

gravina di puglia. 2 agosto 2016.

#RomAtene - foto www.agnesesama.com -

 

La mattina gravinese ci ritrova alle prese con le mille cortesie di Michele, che si fa letteralmente in quattro per prevenire ogni nostro bisogno. “Io devo dire che non la condivido questa vostra, ecco diciamo, lucida follia, di arrivare ad Atene con la bicicletta, però vi supporto e non vi dovete fare problemi”.
Lasciamo Gravina e il suo centro biancastro, prima i vicoli, poi le rotatorie, e ci ritroviamo sulla superstrada per Bari.
Qui i camion sfrecciano sulla doppia corsia rettilinea e l’asfalto fischia a contatto con le ruote, ma fortunatamente c’è un’ampia corsia di emergenza a darci respiro.
Nel frattempo, la gente nel dubbio suona il clackson.
Dopo un breve tratto lasciamo la grande arteria per entrare in Altamura. Subito due cose saltano all’occhio: la presenza diffusa di forni e il traffico indisciplinato.
“Ma perché c’avete così tante macchine?”, chiede Massimo a un vecchietto, dopo l’ennesimo scambio di insulti a un incrocio
“Eh, perché siamo tanti! Altamura fa settantamila abitanti!”
“E tutti in macchina andate?”

Ci fermiamo in un parco per decidere il piano della giornata, in compagnia di pizza e cipolle: possiamo spostare un po’ più a sud di Taranto la meta della giornata, ed evitare la trentina di km di ingresso alla città con un tratto in treno.
Dopo sette giorni di sole a picco su braccia, gambe e collo, la nostra carnagione ha assunto tinte specifiche e differenziate per ognuno di noi: Agnese è un patchwork di tinte pastello, che spaziano da aree rosa fino all’arancione vivo, passando per il viola e il rosso carminio; Laura e la melanina paiono andare d’accordo, anche se ogni tanto dovrebbe girarsi come San Lorenzo sulla graticola; sulle spalle di Massimo si disegnano graziose forme tondeggianti a forma di canottiera, in un elegante bicolore; e bicolore sono anch’io, con la vitiligine che accentua i chiaroscuri.

L’uscita da Altamura profuma di cipolle collassate, ulivi e buoni propositi. Il nastro d’asfalto taglia in due il giallo intenso delle Murge. Silenzio, vento e il grano.
L’andamento della strada è in leggera, impercettibile discesa, e questo ci dà un ritmo spedito impedendoci quasi di pedalare.
Braccia nei campi, rughe al sole, muscoli tesi, mente altrove.
Un rogo nella sterpaglia ci costringe a contattare per la seconda volta in due giorni i vigili del fuoco. Prosegue la pedalata con ritmo rilassato, rilassatissimo, l’attrito pare non esistere, la sensazione è quella di usare bici elettriche. Finalmente un albero spezza la monotonia psichedelica del paesaggio: è d’obbligo il saccheggio a uso alimentare, così io e Massimo ci arrampichiamo sui suoi rami per cogliere le più buone pere esistenti al mondo.
Il gioco del raccolto dura un po’, tra risate e lanci di frutta verso il basso: un’automobile inchioda, l’uomo alla guida ha lo sguardo contrariato. Tira fuori la testa dal finestrino, con la lunga chioma unta e riccia, gli occhiali da sole e la cavezza. Ecco fatto, questo ci spara.
“Ragazzi, tutto a posto? Avete lasciato le bici buttate così a bordo strada, vi siete fatti male?”
“Ehm no, veramente ci eravamo fermati qui per…”
“quindi tutto a posto? Ci eravamo preoccupati! Non si lasciano le bici così! Comunque sono buone le pere, vero?”
“…sì sì”
“Ah, state attenti che qui ci sono le vipere, eh!”
“A me m’hanno già morso l’anno scorso, non me possono fà più niente!”, risponde Massimo.
Proseguiamo fino alle prime case di Castellaneta, dove dopo 25 chilometri di nulla veniamo riportati bruscamente alla realtà dalla guida nervosa degli abitanti.
Sosta al bar e ci avviamo verso la stazione: sul treno già ci aspetta Fiorella, proveniente con la bici carica da Bari.
La stazione di Castellaneta è un luogo surreale, quattro pareti gettate in un’immensa piana assolata, dove l’unica decorazione rimasta sono delle nervose scritte a pennarello blu degli ultrà del Bari. Pare che odino tutte le altre province della Puglia.

Caricate le bici in carrozza, la compagnia si allarga; e si allarga anch la tavolozza di colori che andiamo a coprire, con Fiorella e il suo candore ancora sconosciuto al sole. Passiamo così i chilometri che ci separano da Taranto evitando le terre maledette dell’Ilva, e il suo rosso mortifero appiccicato per sempre sulle mura e sui guardrail arrugginiti. Un luogo dove la Storia e lo Stato non entrano, le cui fauci si estendono per via aerea sulla vecchia città greca, tragico emblema gattopardiano dell’Italia intera. Della presenza del Mostro avvertiamo l’odore chimico e pestilente fin da dentro le carrozze dei vagoni.
Il simpatico capotreno – noi, abituati alla situazione di Roma, partiamo subito sulla difensiva – ci chiede se abbiamo o no i biglietti per le bici: scattano immediatamente le giustificazioni, al bar non era possibile farli e la macchinetta non funzionava.
Lui ci ferma subito: “Ragazzi, state tranquilli, se mi fate parlare vi spiego che il biglietto bici non si paga, o meglio lo paga la Regione Puglia, è un servizio che facciamo a bordo, quindi se gentilmente mi date i vostri dati vi faccio i biglietti. Tranquilli, gratis!”

In stazione, due poliziotti arrestano dei ragazzi nordafricani che tentavano di attraversare i binari. Calura opprimente.

Ci muoviamo un po’ impacciati tra il traffico della litoranea, cercando l’uscita via lungomare. L’azzurro intenso del Golfo di Taranto incornicia il tramonto negli ultimi 20 km verso la nostra meta. Passiamo Saturo, nucleo greco di Taranto, e le prime torri moresche appaiono nella macchia mediterranea. Un tuffo dagli scogli prima che se ne vada il sole è d’obbligo, il sale sulla schiena è blando, il calore afoso del pomeriggio pare essersi placato.

Arriviamo da Mariangela che è già buio, e anche qui veniamo sommersi dalla gentilezza di lei e dei suoi genitori. Il resto della serata trascorre tra conversazioni interessantissime sugli studi etnografici della mamma di Mariangela, delle origini delle colonie albanesi in Puglia e Calabria, della volta in cui vide una vera tarantata avvolta nella sua veste bianca girare su sé stessa urlando i suoi settant’anni al ritmo di musica frenetica, quando ancora era rito e non folklore.

La notte invece è densa di umido e di rumori: il più ritmico e roboante è senza dubbio il mio russare, che mette in fuga Fiorella e Massimo dall’altra parte del giardino in cui avevamo steso i materassini. Ma è tutto inutile: Massimo avrà incubi nei pochi momenti di tregua, in cui si ritrova in una stanza con altre persone a parlare di politica, ma viene interrotto dall’apparizione di uno smile bianco, senza volto, che esce da una finestrella ovale nella parete, imponendogli il silenzio e proibendogli di dire certe cose con sonori “shhhh”. Vedi il Primitivo di Manduria che effetti fa.

TARAS, FALANTO E LE ORIGINI MITOLOGICHE DELLA CITTÀ
La città di Taranto pare far l’amore col mare ogni sera, e dal mare provengono le due maggiori figure mitologiche che diedero le due rispettive versioni della fondazione della città. Entrambe sono suggestive e affascinanti, e nel loro passato scintillante di onde e delfini paiono offuscare persino il presente rossastro dei fumi dell’Ilva.

Il primo nome legato alle origini di Taranto è quello di un pezzo grosso: Taras vantava genitori importanti, nientemeno che il dio del mare Poseidone e la ninfa Satyria. A capo della sua flotta, il nobile condottiero sbarcò sulle sponde del Golfo che videro poi sorgere l’odierna città, attirato dalla visione di un fiume dalle acque limpide e vivaci, il Tara.
Quel luogo sembrava davvero perfetto per la fondazione di una città, ma prima di fare qualsiasi cosa Taras vuole sentire che ne pensa papà: si organizza così un sacrificio votivo.
Quando tutto era pronto per la cerimonia, la luce dorata del tramonto in riva al mare regalò allora una visione subito interpretata come di buon auspicio: un bellissimo delfino guizzò fuori dall’acqua proprio nel punto in cui l’orizzonte univa mare e cielo.
“È fatta,” si dice Taras, e col beneplacito del padre diede inizio ai lavori della ricca e prospera città, che fu chiamata Saturo in onore di sua madre Satyria.
Niente sfiga o roba tragica, stavolta: Taras regnò felice e amato dai suoi sudditi, fino al giorno in cui fu visto scivolare nelle acque del fiume Tara, e assunto in cielo tra le divinità marine.
Da allora viene raffigurato in groppa a un delfino, con il tridente che è simbolo di Poseidone in una mano e un vaso votivo nell’altra.

Il toponimo di Saturo è strettamente collegato al mito dei Satiri, le creature metà uomo e metà capra che amavano suonare il flauto tra i campi e correr dietro alle ninfette, anch’essi protettori della vita bucolica e della fertilità come Priapo. Si vede che da ‘ste parti hanno il chiodo fisso, eh.

Ma per completare la storia della città ci manca ancora un passaggio: in che modo Saturo è diventata Taranto?
In questo caso le radici della città vanno ricercate direttamente in terra greca, precisamente a Sparta. Siamo nell’VIII secolo avanti Cristo, e la polis della Laconia era impegnata nelle lunghe e sanguinose Guerre Messeniche.
Vedendo che il conflitto si protraeva, le donne spartane avvertirono i propri uomini del pericolo che la città intera correva: se infatti i guerrieri, per mantenere il giuramento di fedeltà alla patria, fossero rimasti lontani dalle mogli e dalle proprie case, Sparta intera avrebbe rischiato di non avere più una giovane generazione.
A questa prospettiva, gli Spartiati non trovarono soluzione migliore che acconsentire al fatto che i Perieci, i cittadini di classe subalterna senza diritti civili, si potessero unire alle donne e procreare. Meglio cornuti che lontani dalla guerra, coerenti fino alla fine.
Da queste unioni illegittime nacquero i Parthenii, condannati a vivere da emarginati e in condizione subalterna; ma venne il momento in cui proprio Falanto, uno di loro, li guidò in rivolta per riconquistare i diritti negati dall’aristocrazia. Guarda caso, la sommossa fallì e i Parteni, non potendo essere condannati a morte al pari degli schiavi, furono obbligati a lasciare la città alla ricerca di nuove terre.
Falanto, a danni fatti, si risolse a consultare l’Oracolo di Delfi, altro posto fondamentale per tutta la mitologia greca che raggiungeremo tra qualche giorno (e molti chilometri), per chiedergli dove emigrare e cosa fare. E Apollo gli rispose per bocca della Pizia, sentenziando il seguente responso:

“Popolate la grassa terra degli Iapigi e siate la loro rovina.”

“Sì, ho capito, ma quando?” Falanto non aveva poi tutti i torti: questi rispondevano sempre in modo tale che pare di risolvere la pagina della Sfinge della Settimana Enigmistica. La Pizia fu paziente, e gli rispose che avrebbe capito facilmente quando sarebbe arrivato il momento opportuno:

“Quando vedrai piovere dal ciel sereno, conquisterai territorio e città.”

Oddio, facilmente per modo dire: in pratica gli aveva risposto di conquistare e fondare una città solo in presenza di un ossimoro.

Ma l’oracolo non aveva ancora terminato: un’ultima sentenza assicurò la prosperità e sicurezza della sua futura città a una condizione:

“La tua città rimarrà inviolata se le tue ceneri rimarranno all’interno delle sue mura”.

E vabbè, una cosa alla volta, ora non ci preoccupiamo prima del tempo. Fatto sta che Falanto e soci si mettono in barca e varcano il mar Jonio, fino a raggiungere le coste pugliesi. Qui danno inizio a una lunga guerra inconcludente contro gli indigeni, nella quale non riescono ad avere la meglio, ma si limitano ad asserragliarsi nelle alture di Saturo, su un promontorio vicino al mare. Le alterne, sfiancanti vicende della guerra fanno vacillare la fede di Falanto, che giunge persino a dubitare dell’affidabilità dell’oracolo. Magari mi hanno detto la prima stupidaggine per togliermi di torno, pensa sfiduciato.

E stremato, si addormenta sulle ginocchia della moglie Ethra. La donna, vedendolo in quello stato, per la prima volta perde il suo buonumore e versa lacrime sul corpo del marito: e l’oscura profezia si scioglie in un gioco di parole, che stavolta Falanto coglie al volo. Il nome Ethra, infatti, ha proprio il significato di “cielo sereno”. E stavolta, con la pioggia del suo pianto e col favore di Apollo si vince facile.

Falanto scaccia gli Iapigi, (ri)fonda Taranto in onore dell’eroe Taras e se ne mette a capo, mentre i precedenti occupanti di queste terre riparano sulla costa orientale, proprio a Brindisi. Ma le disavventure dello spartano non sono ancora finite: in seguito a contrasti con i suoi concittadini, Falanto viene espulso dalla sua stessa città, e si rifugia proprio nella Brindisi dei suoi ex-nemici Iapigi, dove conclude il resto dei suoi anni.

Ma sul letto di morte, l’eroe decise comunque di fare un ultimo dono alla città dalla quale era stato scacciato con ingratitudine: memore dell’ultima parte della profezia, espresse il desiderio che le sue ceneri fossero sparse all’interno dell’agorà di Taranto, per preservarne l’integrità negli anni a venire: e così fu fatto, in gran segreto, dai brindisini, che senza saperlo resero un gran favore alla città di Falanto.

Gravina di Puglia / Taranto

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