I diari della bicicletta

Stazione trastevere. 30 luglio 2010.

LA SCELTA DEL VIAGGIO

Dire che l’importante di un viaggio è il viaggio stesso, e non la meta, è un luogo comune abusatissimo, da Kerouac in poi. Eppure l’agosto del 2010, quello appena scivolato via, ho scelto di trascorrerlo così, facendo della striscia bianca a bordo statale la mia destinazione, ed ho scelto di farlo alla velocità ideale per bere l’essenza di un posto: i venti chilometri orari di una bici carica di bagagli. Per una serie di coincidenze Estate mi ha riservato uno spazio vuoto, libero dai soliti programmi di routine balneare, e i vuoti possono atterrire, oppure affascinare, se si è spinti dalla voglia di riempirli. Erano diversi anni che non partivo sulla mia bici, dopo altre esperienze cicloturistiche (Umbria, Corsica, Austria), l’ultima delle quali finita male con un amico ripreso per il rotto della cuffia dal pronto soccorso austriaco, dopo una brutta caduta su una discesa da un valico alpino. Ma quando si avverte il richiamo di una serie di segnali, c’è ben poco da fare, a parte oliare la catena.

LA SCELTA DELL’ITINERARIO

Questi diari raccontano di tre itinerari separati, percorsi a breve distanza di tempo nel mese di agosto: il primo è stato un viaggio in solitaria durato otto giorni, il cui tragitto dalla Valdarno al lago di Como è stato programmato con il preciso intento di ritrovare per la Strada amici sparsi per il nord Italia che non vedevo da anni; alcuni tratti di strada non sono stati tra i più esaltanti, ma le tappe sono state appunto dettate in primis dalle stazioni di arrivo, compatibilmente con le mie capacità ciclistiche e la mia attrezzatura, entrambe non certo agonistiche o professionali. Pedalare da soli mette in moto il cervello, fa riscoprire il valore della socialità, fa scordare il suono della propria voce, a cui si è pur così abituati. Il secondo itinerario è più che altro una fuga dalle convenzioni di Ferragosto, durato solamente due giorni, tempo più che sufficiente per sfuggire alle code chilometriche e ai calderoni marittimi, rilassandosi con due amici nelle verdi colline della Tuscia e del Viterbese. Stare da soli ha avuto un’importanza incredibile nel primo viaggio, ma la condivisione di parole ed esperienze ha immediatamente colorato questo viaggio, tanto che ho deciso di organizzare un’ultima sortita di quattro giorni con uno dei due amici in questione, tentando un mio vecchio sogno, ovvero il superamento degli Appennini abruzzesi, passando per la Marsica e la Maiella. L’idea del coast-to-coast de noantri mi ha sempre affascinato, e partire col Tirreno alle spalle per poi arrivare con l’Adriatico stampato in fronte dà le sue soddisfazioni.

LA MIA BICI

La mia bici è brutta, ma immortale. Pedalo su una mountain bike Legnano verde, arrugginita, pesante, del tutto inadatta a un viaggio. Ci pedalo da quando avevo 14 anni, l’ho comprata a Cerenova per la ragguardevole cifra di 165.000 lire, ed ora che ne ho 28 e la schiena si curva un po’ per arrivare al manubrio, è sempre la mia bici. Non si tratta di non voler spendere soldi per un mezzo più decente, le city bike sulle quali si può partire senza problemi non sono costose. È un fatto di affetto, di giustizia, di è-così-che-deve-andare. Quattro anni fa l’avevo usata per andare a un concerto dalle parti di via Ostiense, all’uscita ho ritrovato solo la catena. Avevano rubato la mia Legnano. Qualcuno aveva rubato la mia Legnano. Non ci potevo credere, ho cercato di pensare che a quel qualcuno doveva servire più che a me se me l’aveva rubata, ma mi è stato difficile immaginarlo. Sia qualcuno a cui potesse servire più che a me quella bici, sia qualcuno a cui potesse servire quella bici. Tre anni dopo, un mio amico studiava nella biblioteca di Testaccio, in via Zabaglia; mi chiama con voce concitata, e mi dice che abbandonata nel parcheggio c’è la mia Legnano. È lei, ne è certo, era con noi a pedalare in Corsica e in Austria; e non sta scherzando, queste son cose serie, me lo giura. A parte i freni consumati, era come quando l’ho lasciata. È facile a questo punto capire perché dovessi partire con lei.

 

SUL PERCHÉ DI UN DIARIO

Vedere gli oggetti scorrere alla velocità giusta di cui parlavo poco fa, viverli, respirarli, e poi magari dimenticarli poco tempo dopo, non è un rischio che intendo correre. Le foto, qualcuno dirà. Eppure non mi piace fare fotografie, ti incatenano all’idea di un viaggio che va fatto per fotografarlo, si diventa schiavi del dover fotografare i posti dove si è stati, ci si vincola all’idea del viaggio-reportage. Quindi ho preferito la scrittura, annotando impressioni, persone e immagini su fogli volanti scarabocchiati nelle pause la sera, consapevole che una narrazione profonda vale più di un’immagine superficiale, e che in questo modo ogni gesto vissuto ha un valore amplificato. E il suono delle parole a volte è più colorato di miliardi di pixel messi insieme. Per questo motivo mi sono limitato a scattare qualche rara immagine a bassa risoluzione dal cellulare, tanto per dimostrare che non mi sono inventato tutto.

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