Kanali – Mytikas

kanali. 6 agosto 2016.

#RomAtene - foto www.agnesesama.com -

 

I primi segni di stanchezza accumulata si fanno sentire, e dopo undici giorni a evitare il conto delle ore di sonno, ché tanto due mani bastano per il totale, la mattina ci coglie parzialmente impreparati, e soprattutto bisognosi di riposo.
Massimo teme il caldo, e preferisce fermarsi presto, prima che arrivino le ore più afose. Così la compagnia si divide, Massimo e Agnese smontano con una mezz’ora di anticipo e si avviano, mentre io Laura e Fiorella ce la prendiamo più comoda.

[MASSIMO]
Io e Agnese partiamo presto, prima di tutti, prima che il sole sbuchi dalle basse montagne a est, per evitare di viaggiare nelle ore più calde. La strada è ad alto scorrimento ma c’è poco traffico ancora. Abbiamo il mare sulla destra e l’aria è incredibilmente fresca per l’umidità, vorremmo quasi indossare una felpa ma il pensiero che di lì a poco le temperature raggiungeranno i quaranta gradi ci fa sembrare questa un’eresia. La colazione si fa in un bel bar vicino le spiagge, la proprietaria è gentile e ospitale con noi, come tutti qui e come tutti non può credere che veniamo da Roma con la sola forza delle nostre gambe. Ci riempie le borracce di acqua e ghiaccio e ci saluta contenta. Riprendiamo allora la superstrada che si allontana un poco dal mare e passa fra le campagne ben tenute e coltivate non in maniera intensiva. Il sole già picchia sulle nostre teste mentre il verso di milioni di cicale pervade ormai l’aria e si confonde con le nostre ruote libere Campagnolo quando a tratti smettiamo di pedalare. Ai bordi delle strada è onnipresente l’anice che spesso strappo in corsa per rinfrescarmi col suo succo dolce. Dopo una decina di km alcuni cartelli indicano che stiamo per raggiungere un tunnel, il che sarebbe già un bel problema se fosse un traforo comune e più lungo di trecento metri, ma questo non sembra essere normale ed è di milleseicento metri.

[CLAUDIO]
Nella luce incerta del mattino ci aggiriamo sulla strada nazionale in cerca di un luogo in cui fare colazione. Le altimetrie della tappa di oggi sono decisamente più clementi, e l’andamento pianeggiante ci garantisce un certo ritmo. Raggiungiamo così Mitikas, graziosa località balneare ancora avvolta nella foschia estiva e nella pigrizia mediterranea. Il mare cinge in un abbraccio di buongiorno la cittadina che si rigira tra le lenzuola della terra, vaghiamo per gli isolati di casette bianche a un piano, senza incontrare nessuno. Entriamo in una taberna, ma hanno lasciato aperto il cortile: nessuno, ancora.
Finalmente, tornando verso la strada nazionale, un locale che occupa un crocicchio coi suoi colori pastello e il suo arredamento allegro: le due signore al suo interno ci accolgono con cortesia, e ci portano anche piatti e coltelli per tagliare il melone comprato ieri sera lungo la strada. Sentiamo gli altri per telefono, anche loro si sono fermati qui, e sono ripartiti da poco.
Dopo la colazione ci avviamo col mezzo melone avanzato caricato sul portapacchi, coperto esattamente dal casco come una mezza testa.
Una ventina di km di strada anonima e rettilinea ci portano dunque a Preveza, situata sulle sponde dello stretto del Golfo Ambracico: per evitare il lunghissimo perimetro di questa sorta di mare interno, pare che l’unico modo sia un tunnel sommerso. Un tunnel sommerso. Quasi due chilometri sott’acqua, senza corsie d’emergenza e del tutto simile a un’autostrada. Superiamo l’ingresso del tunnel per avvicinarci al porto: pare lo Stretto di Messina, solo che i contorni sono più schiacciati e il blu siciliano è rimpiazzato dalle sbiadite nebbie celesti dello Jonio.
Sulle rive, reti tirate in secco e bagnanti sparsi. Un tizio con il cappello di paglia ci dice che esiste un servizio navetta per pedoni e biciclette, nomina qualcosa di simile a “Camera”, poi tira in causa una “car” che fa su e giù. Dove la troviamo? – Davanti all’ingresso del tunnel, la fermate con un gesto e vi carica.
Arriviamo lì dove la strada si interra, le auto sfrecciano veloci, la corsia d’emergenza non c’è, solo un piccolo marciapiede pedonale. Cominciamo ad avviarci, un modo ci sarà.

Un tizio esce da un jeep attrezzata come un mezzo di servizio tipo ANAS. Ci fa segno di no con la mano, si avvicina tra il rassicurante e il preoccupato, ci spiega in pessimo inglese “no bike, me bring you. Five euro all”
Qualche gesto di dubbio, come possiamo entrare con le bici cariche dentro il tuo 4×4? Lui si gratta la testa, osserva, ci fa cenno di aspettarlo lì: come back, stay here.
Qualche minuto dopo torna munito di carrello, e le adagiamo con facilità sul pick up.
Il tizio nel breve tragitto in macchina ci chiede dove siamo diretti. Nel sentirci parlare in italiano tra di noi, intuisce la nostra provenienza, e dopo averci sbarcato subito dopo il casello del pedaggio autostradale, mentre già tiriamo fuori il portafogli, ci dice: “Italia … friends! No money! No money!”
Noi italiani brava gente ci guadagniamo così il transito gratis, da sprovveduti scrocconi.

[MASSIMO]
Dei cartelli vietano la percorrenza alle macchine con carichi ingombranti sul tetto e soprattutto il simbolo di un velocipede è contenuto inequivocabilmente in un cerchio rosso: non si può passare di lì e seguiamo le indicazioni uscendo al primo svincolo. Ci troviamo in un paesino con un grande porto turistico dove riusciamo a fotografare degli splendidi pescatori con la loro aria vissuta e pacata, i visi solcati da storie di mare, gli occhi socchiusi dal sole; chi ha grossi baffi canuti, chi la barba da filosofo, uno ha una pancia enorme sulla quale stende porzioni di rete per ripulirla dai pesci più piccoli incastrati, i quali vengono gettati al vento senza guardare verso dei gatti attenti ad impedire che anche un solo brandello tocchi il suolo.
Dovrebbe esserci un traghetto, ci dice Claudio al telefono, che si trova a qualche chilometro di distanza con Laura e Fiorella, per superare quel tratto, ma nessuno sa dirci qualcosa di certo, anche perché l’inglese non è molto diffuso e così dopo aver perso una buona ora e mezza decidiamo di andare, di oltrepassare la striscia di mare tramite quel traforo poiché altre vie non esistono ed il viaggio non può certo finire lì.
Allora applichiamo le luci e armati di coraggio e determinazione partiamo lungo il discesone che affonda sotto quel lembo di Ionio: saremo tra i pochi ciclisti al mondo ad aver pedalato sotto il mare! Per fortuna non passano molte auto e mi accorgo troppo tardi che ci sarebbe un metro di marciapiede a lato lungo tutto il tragitto submarino, ma ormai siamo in volata e la ripida risalita ci attende a breve. Appena riemersi scorgiamo un casello a poche centinaia di metri che ci sbarra la strada, a questo non avevo pensato. Provo ad individuare un accesso senza sbarre ma son tutti chiusi con tanto di inservienti con pettorina, ancora qualche pedalata e noto un piccolo spazio all’estrema destra, pochi centimetri che dovrebbero bastare, ma è presidiato anche quel varco. Allora grido ad Agnese :” Seguimi e qualsiasi cosa succeda non fermarti, preferisco essere rincorso oltre il casello che rimanere bloccati prima… Intesi? Fidati e non fermarti!”. Lei è nervosa, un po’ agitata, si capisce, ma annuisce ed io accelero ingranando la corona da 53. Giunti a pochi metri prendo bene la mira per la traiettoria, lo spazio è davvero risicato, si rischia di impigliare le borse nella sbarra. L’inserviente ci ha visto da un po’ ed è visibilmente perplesso poiché non accenno a frenare, so che vorrebbe fermarci ma so anche che non si azzarderà mai a sollevare un braccio per chiuderci il varco, ci farebbe cadere, così solleva timidamente una mano ma io scuotendo la testa :” Non possiamo fermarci, dobbiamo proseguire… E dove passiamo se no?” . Ormai sono al di là ma non mi giro per non interrompere la pedalata, spero solo che Agnese faccia altrettanto.

[CLAUDIO]
Il tratto successivo al casello è una via stretta, trafficata e di scorrimento veloce. Costeggiamo l’aeroporto di Aktio in fila indiana, a pochi centimetri dagli specchietti dei tir. Qualche chilometro più in là il traffico si dirada un poco. Ora ci troviamo lo stagno salmastro di Saltini a destra, e il mare interno del Golfo Ambracico a sinistra. Il paesaggio è umido e ombroso, e ci concediamo un passo più rilassato. Al bivio per Lefkada, un uomo barbuto col pick up trasporta un maiale vivo. Vediamo le sue orecchie scomparire da dietro le lamiere, e giriamo a sinistra verso l’interno, col golfo sempre a poche centinaia di metri. Arrivati a Vonitsa, si svolta a sinistra per i campi bruciati dal sole, che inizia a picchiare con caparbietà, e una lunga salita rettilinea ci fiacca e disidrata. Lascio andare avanti le ragazze per parlare con Massimo, ma non riusciamo a trovare punti di riferimento comuni. Il lago è destra? No, a sinistra? Chi sta prima, chi dopo?
Giunti in cima, dietro una curva vedo Fiorella sull’altro lato della carreggiata. Ma chi c’è con loro? Due ciclisti? Ma che è un miraggio?

[MASSIMO]
E infatti Agnese c’è, sento la sua ruota libera fragorosa per un attimo appena dietro di me. E allora via le dico, testa bassa e pedalare!
La strada è orrenda, si è fatta strettissima, sembra provvisoria ed ha un solco longitudinale proprio dove rotolano i nostri battistrada, ma ormai è fatta, le bici son passate!
Dopo un paio di chilometri, mentre Agnese mi pedala davanti, la vedo improvvisamente scuotere le spalle, tanto da rischiare il controllo dello sterzo, e poi piegarsi e cercare di toccarsi la scapola sinistra senza riuscirci. Capisco subito che è stata punta da un insetto, probabilmente incagliatosi nella canottiera. Non ci si può fermare, c’è traffico e lo spazio è troppo esiguo. Dobbiamo percorrere qualche centinaia di metri e lei si dimostra stoica nel sopportare il dolore senza perdere il controllo della sua Orbea, fino ad uno spiazzo terroso che si trova sulla destra. Appena lo raggiungiamo lei si ferma, é sempre più dolorante, non so di che bestiaccia si tratti ma tra poco sarà tardi per ridurre la reazione, quindi le pratico subito un massaggio centrifugo sulla spalla, schiaccio la puntura ripetutamente con dei pizzichi, poi provoco una depressione succhiando forte la puntura, infine le applico una pomata al cortisone che il giorno prima aveva comperato per altri motivi. Sembra che i rimedi facciano effetto, nessun gonfiore e il dolore rimane sotto una certa soglia.
Si prosegue allora, sempre su quella stradina dissestata tra le macchine che ci sfiorano. Incontriamo un bivio, destra o sinistra? Si procede a destra ma siamo molto stressati, ci vorrebbe una pausa, un ristoro. E come un miraggio appare una casetta tutta celeste, decine di rondini velocissime vorticano attorno, alcuni anziani sono seduti ad un tavolino con le carte e il caffè servito fra le mani, un cartellone della birra amstel ghiacciata e sgocciolante indica il prezzo: un euro e cinquanta. Accostiamo, parcheggiamo i mezzi addosso al pergolato, abbiamo bisogno di accoglienza e allora dalla porta esce una donna rotonda e sorridente con una maglietta blu dove giganteggia la parola “Yes” e d’un tratto tutto diventa famigliare. E’ il primo “Yes” dopo tanti “No”.
Dopo poco Agnese sorseggia una spremuta con ghiaccio ed io un’Amstel gelata seduti ad un bancone sul retro. La signora parla un inglese fluente, è polacca e vive qui da tempo, dopo dieci anni il suo uomo greco si è finalmente deciso a sposarla: lei ora è felice, ha due figli ed una vita semplice e dignitosa davanti. Anche lei ci riempie di ghiaccio le borracce e ci saluta sorridente con la sua risposta ben stampata sulla pancia. Arrivano due strappi di salita torrida che superiamo con affanno, poi una serie di discese ci portano ad un bivio a T, qui non si può sbagliare ed estraiamo subito gli Smartphone.
Mentre consultiamo le mappe digitali arriva un’ Harley-Davidson gigantesca e nera come il pilota, la sua ragazza invece mostra un certo disagio seduta su quel mostro in vibrazione. Si accostano e lui ci dice in perfetto italiano: “Dove dovete andare? Ve la mostro io la strada, sono due volte che faccio il tunnel sbagliando a quest’incrocio”. Così spegne il bicilindrico e scende con una sacrosanta mappa stampata su carta. Noto subito la maglietta nera che recita uno slogan fascista, sicuramente anche a lui non sfugge il mio berretto di manifattura militare cinese con tanto di stella rossa cucita in fronte. Ma non c’è astio fra noi, il viaggio cambia le prospettive e le posizioni che in patria sarebbero agli antipodi qui si appiattiscono; in un viaggio on the road quel che conta è l’umanità, lo scambio, e la politica appare d’un tratto lontana, come un brutto sogno che svanisce, come qualcosa di negativo che allontana gli uomini e basta. Così grazie a lui riacquisto orientamento, la nostra strada è a sinistra. Anche la ragazza è scesa e continua ad osservarci allibita, fissa i nostri bagagli minimali e poi le loro enormi borse sul retro della moto. Non può credere anche lei che veniamo da Roma in bicicletta così scarichi, lei che non aveva mai viaggiato su due ruote, nemmeno a motore.
“E te credo,” dico io sardonico, “ma che ve sete portati là dietro, pure il decoder de Sky?
Scoppiano a ridere pieni di ammirazione, che raggiunge la massima stima quando rispondo alla loro curiosità su come abbiamo fatto ad attraversare il mare.
“Vedi come è bello magro lui?” borbotta la tipa riferendosi al pancione del compagno. Ed io: “Ma certo, anch’io ero così quando so’ partito!” Scoppiano a ridere ancora, poi ci salutano benevoli e volano via facendo tremare l’asfalto sopra le ruote.
Costeggiamo allora una bella zona lacustre, dove dei fenicotteri oziano nell’acqua e una viperetta scappa serpeggiante dalla mia ruota anteriore. Ma la strada ancora stretta risulta sempre pericolosa, macchiine e furgone continuano a sfiorarci a più di cento all’ora mentre Claudio mi chiama per sapere la nostra posizione.

[CLAUDIO]
Agnese e Massimo ci vengono incontro nel senso opposto, nella più surreale delle situazione stradali:
- Ma che ci fate qui?
– Che ci fate voi qui!
– Noi andiamo verso sud, avete sbagliato strada!
– No, voi avete sbagliato strada, noi andiamo verso sud.
– Fermi tutti, controlliamo la strada e vediamo di risolvere la questione.

Uno sguardo alla mappa, e sentenzio sconsolato: “Ragà, hanno ragione loro. Però loro hanno sbagliato strada prima, noi la stavamo sbagliando adesso.”
Superato il grottesco incontro, torniamo indietro di un paio di km al bivio precedente, dove imbocchiamo la strada verso la costa, in cerca di un’oasi per le ore calde.
Nonostante il vento teso, Agosto sferra i suoi colpi più possenti. La piana arida si tramuta in una mesa messicana, l’estate puzza di carogna, la decomposizione animale è parte essenziale del giallo che ci ritroviamo ad attraversare, insieme a rottami arrugginiti e piante secche.
Il sangue ribolle nelle vene, la pelle raggrinzisce, il corpo domanda liquidi.
20 chilometri di nulla e animali morti sanno far male.
Dopo la discesa, un lungo rettilineo polveroso conduce alle porte di Kekropia, bisogna stringere i denti e fermarsi lì per pranzo.
Ma a meno di un chilometro dall’inizio del paese, una pompa di benzina attira la nostra attenzione: l’edificio in cemento scrostato lascia trasparire un male di vivere bagnato di calore umido, le scritte sbiadite sono solo un proforma per indicare la presenza di anima viva.
Pare l’inizio di “C’era una volta in America”. Il cigolio di qualche giuntura smossa dal vento è l’unico rumore concesso dal caldo imperante. Entriamo nel locale, quattro muri spogli, un frigo bevande e qualche poster alle pareti. Dietro al bancone, Bacardi, Ouzo, una fila di tazze, un tipo dal sorriso silenzioso e dai contorni scuri dietro al bancone. Sta parlando al telefono quando entriamo, ci fa segno di entrare e accomodarci.
Un tavolino e qualche sedia, il frigo che ronza, le pareti disadorne. Passano i minuti e il tipo non torna. La sete ci arde le labbra, così decidiamo di servirci da noi.
L’atmosfera da saloon è tale da far presupporre una sparatoria al suo rientro – come vi siete permessi, stranieri?
E invece si rimette placido dietro al bancone, ci sorride, si fa i fatti i suoi. Alla spicciolata, entra ed esce una famigliola, moglie, nonno, figlio sui dodici anni.
Scambiamo qualche chiacchiera tra greco improvvisato, greco antico e gesti. Il ragazzino si scambia il contatto facebook con Agnese, che gli promette di mandargli una sua foto. Poi, col foglio piegato in due tra le mani, si avvia contento al motorino: il nonno sale dietro, e si lascia portare dal pargolo, che si immette in strada sgommando nella polvere.

Entriamo a Kekropia: il paese è un ammasso di casette basse, rurali, schiacciato tra i ripidi monti petrosi e il mare. Un’unica strada lo attraversa, e i camion e i mezzi agricoli che lo attraversano devono alternarsi nei due sensi in alcuni punti più stretti, di fronte alla platea dei tavolini gremiti di anziani alcolisti.
Proprio questi ultimi, le facce scavate dal sole e dalle pieghe di chi lavora nei campi pensando all’ouzo che potrà scolarsi alla sera, salutano il nostro passaggio esultando.
Accostiamo le bici al porticato di legno; è l’inizio della fine.
Malgrado in uno dei due bar attigui ci sia molto più posto, Massimo insiste per sedersi in quello più affollato, “è sicuramente quello frequentato dagli anziani di paese, voglio stare qui”.
Gli autoctoni divertiti ci accontentano, spostando sedie e tavoli per ricavare cinque posti. La signora che serve ai tavoli dapprima ci dice che non servono cibo, ma un tipo più giovanile e meno bruciato degli altri la interrompe rivolgendosi a lei in greco.
“Paralia! Mangiare, in spiaggia, più avanti!”
“Ma io voglio stare qua, con voi! Me piace qua!”, dice Massimo.
Qualche scambio, alcune espressioni ambigue, poi la donna ci fa capire di poter mettere insieme qualche stuzzichino, mostrandoci i piatti piccoli come a indicare che il suo non è un ristorante.
Ci sediamo tra i vecchi gioviali e i loro nasi rugosi, cominciano a volare le prime birre ghiacciate. Il tipo che ha interceduto per noi è l’unico interprete della compagnia, dato che parla un buon inglese, greco e qualche parola di italiano. Dice di chiamarsi Nodas.
Arrivano altre birre, non si sa da dove. Prime risate, il tono della voce si alza.
La signora ritorna con due vassoi enormi di alici fritte, scompare nel locale posteriore per apparire di nuovo con pomodori, feta e cetrioli. L’unica soluzione possibile è che fosse cibo suo, che aveva in casa – meglio non chiedere.
Massimo comincia a entrare in estasi: “Io so’ fijo de pecorari e te posso dì che sta feta è n’altra cosa, rispetto al resto!”
Io devo appartarmi per annotare la mole di cose che accadono per proseguire col diario di viaggio; lo maledico: “Mannaggia a te che me fai scrive mentre magno!”
I vecchi si scaldano, ridono, siamo ancora una volta a casa. “Iasas” per tutti e Amstel ghiacciate. I volti scolpiti si deformano: panzoni truculenti dagli occhi sinceri e scuri, suoni gutturali e sigarette puzzolenti, camicie lacere e sbottonate si arrendono ai grassi strabordanti, versi sguaiati e allegri, infradito e motorette sgangherate. La porta del bagno ha il gancio per tenerla aperta, e non per tenerla chiusa, e anche questo è molto indicativo.
Mentre scrivo, risate fragorose squarciano il velo del caldo.
Ogni tanto Agnese o Massimo mi chiamano, “Non sai che te stai a perde là fuori! E’ tutto in divenire!”
“Regà, o scrivo o vivo”, rispondo io.
Il senso ineluttabile della rovina piomba sul nostro pomeriggio. Le difese cedono di fronte alle birre che continuano ad arrivare ai tavoli.
Quando la taverna chiude verso le cinque, Nodas e gli avventori rimasti ci trascinano nel bar accanto. Altre birre ghiacciate vengono stappate senza alcuna pietà dietro il bancone.
La consapevolezza che la giornata sta finendo e non sappiamo ancora dove fermarci o dorire viene annegata nel luppolo frizzante, e si accetta la precarietà come bagaglio del Fato. Per completare la ritualità pagana, Massimo decide di farsi radere dal barbiere del paese.
Sono quasi le sei quando riusciamo a divincolarci dall’allegra compagnia e a lanciarci in discesa verso Mytikas. Un tornante di troppo e il copertone di Massimo si squarcia per la pressione e il calore, schiantandolo a terra.
A quella velocità la caduta sull’asfalto è rovinosa, ma fortunatamente viene affrontata in modo da limitare i danni, la bici si accascia a sinistra lasciandolo rotolare: graffi ed escoriazioni a mani, fianchi e ginocchia.
Sistemata la ruota e medicate le ferite, proseguiamo sulla costiera nella luce del tramonto, ubriacandoci del rosso delle rocce che si tuffano nel mare tranquillo.
Un relitto di un peschereccio attira la nostra attenzione, e come tutti gli altri manufatti umani abbandonati, lo esploriamo arrampicandoci su di esso.
Ad Astakos mancano circa 50 km, troppi per farli prima del buio. Decidiamo di chiedere un passaggio a dei mezzi in grado di portare bici a bordo: camion, furgoni, pick up. Io mi spingo avanti per esplorare la zona in cerca di zone appartate per accamparsi; nel frattempo Laura riesce a fermare un camper di francesi, dicendo loro che uno di noi aveva forato cadendo e che avevamo bisogno di caricarlo al paese più vicino. Dopodiché sale sul camper, e quando raggiungono gli altri tre li trovano intenti a pedalare: aiuto rifiutato, francesi scomodati invano, capre libere sulla strada, sole che annega in mare.
Preso da adrenalina di fine pomeriggio, mi lancio tra le curve della strada costiera, e raggiungo il paesino di Mytikas. Chiedo a un paio di anziani se ci sono campeggi, mi indicano lo Ionion. Davanti all’ingresso, spiaggetta di sassi, un mare travestito da lago e le forme ripide dell’isola di Kalamos. Non ci sono onde, l’atmosfera è idilliaca. Casa, di nuovo.
Tuffi su tuffi fino a quando è buio, doccia e tende. E’ ormai sera tarda quando riusciamo a fare una passeggiata per il centro in cerca di un posto dove mangiare. Ma i Greci cenano tardi, si sa.
Massimo viene ispirato dalla Taberna Stathoulas, un ristorantino alla buona con terrazza proprio sul mare. Ci sediamo ai tavoli, a pochi metri al molo dove il marito della signora dietro i fornelli approda per rifornire la cucina di pesce fresco.
È l’estasi del calamaro, il trionfo dello tzatziki, l’apoteosi dell’orata alla brace. Ancora ebbri della lunghissima giornata, esageriamo con le ordinazioni in stile trimalcionico.
Alla birra appena smaltita subentra il vino bianco ghiacciato, gli stomaci si dilatano, rieccoci ancora una volta a casa. Oblio nelle tende e sonno frammentato.

ITACA E ODISSEO

Stasera di fronte a noi incombe quieta e minacciosa l’immensa massa scura del mare. E nel buio, non troppo lontano, delle fioche luci. Siamo proprio davanti a Itaca.
Itaca, isola sospirata, patria e focolare domestico, appello al Ritorno dopo tanto girovagare. E se ne sta lì a colorare la notte, mentre noi dormiamo sulla terraferma.

Itaca petrosa, regno di Odisseo, lontano da casa e dalla moglie da vent’anni, due o tre storielle clandestine e qualche figlio sparso per il mondo. Odisseo che dopo dieci anni di estenuante guerra e altri dieci di non meno estenuanti viaggi, dopo essere sbattuto su ogni sponda possibile del Mediterraneo dall’ira degli dèi troiani – primo tra tutti Poseidone, che l’aveva presa sul personale ancor più dopo l’accecamento di suo figlio Polifemo – chiede ai Feaci aiuto per tornare a casa.

La fedeltà di Penelope, sua devota sposa, è proverbiale: per non concedersi a nessuno dei Proci, che aspiravano alla sua mano e con essa alle ricchezze della sua reggia, quando era stata messa alle strette e posta di fronte a una scelta dichiarò che avrebbe sposato un pretendente soltanto quando la tela per suo suocero Laerte che stava tessendo ormai da anni sarebbe stata portata a termine.
E ciò che intrecciava durante il giorno, lo disfaceva la notte. Così, con la lentezza che può essere equiparata soltanto a un cantiere della Metro C, i lavori sembravano fare un passo avanti e due indietro. E i capelli si facevano candidi, il ricordo del marito flebile, ma la speranza sempre viva.
Dal canto loro, i Proci si erano stabiliti con la prepotenza nella reggia: bevevano e gozzovigliavano come se non ci fosse un domani, ché tanto prima o poi la regina doveva pur prendere una decisione. E quelli giù col vino nero di Cipro, a ridere e ruttare, che tanto Odisseo è lontano, forse morto, sicuramente morto.
E invece l’eroe navigava alla volta di Itaca, a bordo di una bella nave condotta dai marinai di Alcinoo, re dei Feaci e suo ultimo, benevolo ospite. Purtroppo la generosità di Alcinoo non fu gradita a Poseidone, che durante il ritorno in patria schiantò la nave con il palmo della mano tramutandola in pietra con tutto l’equipaggio. Vedi uno a essere ospitale.
Ma Odisseo era stato già sbarcato sano e salvo, grazie alla protezione di Atena: anzi la dea, sotto forma di un pastorello, lo svegliò dopo aver avvolto l’isola di una fitta nebbia magica, tanto che nemmeno il suo re dopo tanto girovagare riuscì a riconoscerla.
Per prudenza, infatti, Odisseo si inventò una storia fasulla fingendosi un mercante cretese in fuga da una condanna, e chiese su quale isola fosse mai finito. Atena sorrise, lo carezzò e disse:
“Sei davvero un meraviglioso bugiardo,” – biricchino “se già non conoscessi la verità ti avrei creduto”, e gli rivelò il suo aspetto.
La dea spiegò che non poteva offendere suo zio Poseidone aiutandolo in maniera diretta, e che per questo motivo aveva dovuto attendere ben dieci anni di peregrinazioni prima di riuscire a riportarlo a casa. Beh, meglio tardi che mai.
Atena spiegò inoltre a Odisseo che aria tirava a casa sua: un centinaio di principi delle isole vicine insidiava il suo legittimo posto al trono di Itaca e complottava di uccidere suo figlio Telemaco, che nel frattempo girava senza pace in cerca di notizie del padre. Occorreva quindi prudenza.
Sotto le spoglie di un vecchio mendicante, Odisseo fu accolto dal fedele porcaro Eumeo, uno dei pochi servitori a credere che egli fosse ancora vivo, e presso di lui svelò la sua identità a lui e al figlio Telemaco, facendogli però giurare di non rivelare nulla a mamma – sai com’è, è un po’ ansiosa, poi le spieghiamo tutto.
Sempre travestito da mendicante, Odisseo giunse alla sua antica reggia, dove ebbe modo di fare le debite distinzioni tra buoni e cattivi – il conto l’avrebbe fatto a pagare di lì a poco, nel bene e nel male: tra i primi, il vecchio Argo, suo fedele cane, ormai vecchio, smunto e debole, che ebbe a malapena le forze di riconoscere il vecchio padrone, drizzare la coda e le orecchie, prima di spirare;
la commozione dell’eroe fu momentanea, il tempo di asciugarsi una lacrima che la vendetta non poteva essere mandata a monte. Tra i secondi, il malvagio capraio Melanteo, che senza sapere chi fosse lo ingiuriò sferrandogli un calcio nel didietro, così per sfregio gratuito. Ridi ridi, pensò Odisseo contando fino a dieci mentre incassava il colpo.
Giunto alla mensa di Penelope, l’eroe dapprima mendicò cibo, poi fu dileggiato e schernito, infine vinse in una gara di pugilato uno dei commensali, Iro. Questa dimostrazione di forza gli garantì un posto a tavola, e l’ospitalità della regina, che comunque non riconobbe in quel vecchio cencioso suo marito perso ormai da tanti anni.
Anzi, Odisseo le narrò tante storie inventate, giurandole però che suo marito era ancora vivo e che presto avrebbe fatto ritorno a Itaca. Chi invece notò la sua vecchia cicatrice sulla coscia e capì chi fosse davvero fu la nutrice Euriclea, che l’eroe supplicò di tacere.
I Proci nel frattempo continuavano a scalpitare: il totopenelope si organizzò dunque in forma di tiro con l’arco: abbandonata la scusa della tela, la regina infatti acconsentì a sposare chi tra di loro fosse riuscito a tendere l’arco di Odisseo, che giaceva impolverato alle pareti della sala, e a centrare dodici anelli
Molti di loro si cimentarono nella prova, ma non riuscirono neppure a tendere la corda, da bravi smidollati quali erano. Lo stesso Telemaco tentò, ma fece poco meglio. Odisseo allora sbuffò – certo, figlio mio, potevi fare un po’ di palestra mentre ero via, eh – e diede inizio alle danze.
Il primo a essere colpito fu Antinoo, che si ritrovò una freccia in gola mentre tracannava da una coppa di vino. In un attimo, si scatenò l’inferno, e insieme ai fedeli servitori Eumeo e Filezio e al figlio Telemaco, Odisseo trucidò i Proci uno a uno.
Durante la strage, Atena svolazzava nella sala sotto forma di rondine.
Melanteo, il capraio infedele che aveva insultato e sbeffeggiato il suo padrone, fu mutilato delle estremità – mani, piedi, orecchie e genitali – che furono date in pasto ai cani.
Le ancelle infedeli, che si erano unite ai Proci durante la sua assenza, dovettero ripulire il salone dal sangue versato prima di essere impiccate.
E insomma, uno non si può assentare una decina d’anni che poi deve rimettere tutto a posto. E vissero insieme felici e contenti – Penelope con un paio di cornette da alce, ma tant’è.

Ma prima o poi, tutti i nodi vengono al pettine, e le profezie divine si avverano quando uno meno se l’aspetta. “Odisseo, sarai ucciso da tuo stesso figlio! E la morte giungerà dal mare, in tarda età”, aveva detto Tiresia a Odisseo negli Inferi – chissà se qualcuno se lo ricorda, eravamo ancora in Italia, nella terza tappa, sulle sponde del Lago di Averno.
E per questo fatto, per un’inutile quanto sadica prudenza, il povero Telemaco era stato fatto esiliare a Cefallenia: inutile perché dopo alcuni anni, Itaca fu invasa una flotta di navi capeggiate da un certo Telegono, che era figlio di Circe e… beh, il padre a questo punto è abbastanza chiaro chi fosse.
Telegono, ignaro di trovarsi a Itaca, era giunto sull’isola proprio per avere notizie di Odisseo, e altrettanto ignaro del fatto che quel vecchio imbufalito di fronte a lui fosse proprio suo padre, lo trafisse con una lancia dalla punta di pesce razza. Ed ecco la morte che viene dal mare.

Ma la storia ha un ultimo, inaspettato risvolto: trascorsi rispettivi esili, Telegono sposò la vedova e matrigna Penelope, mentre Telemaco sposò Circe. Manco un girone degli europei, tutti contro tutti. E tutti insieme come Mormoni ad accoppiarsi tra figliastri e matrigne, e a ricordare quell’Odisseo lì che non stava mai fermo e i casini che faceva.

Capitano che hai negli occhi
il tuo nobile destino
pensi mai al marinaio
a cui manca pane e vino
capitano che hai trovato
principesse in ogni porto
pensi mai al rematore
che sua moglie crede morto
Itaca, Itaca, Itaca
la mia casa ce l’ho solo là

Itaca, Itaca, Itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

capitano le tue colpe
pago anch’io coi giorni miei
mentre il mio più gran peccato
fa sorridere gli dei
e se muori è un re che muore
la tua casa avrà un erede
quando io non torno a casa
entran dentro fame e sete
Itaca, Itaca, Itaca
la mia casa ce l’ho solo là

Itaca, Itaca, Itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

capitano che risolvi
con l’astuzia ogni avventura
ti ricordi di un soldato
che ogni volta ha più paura
ma anche la paura in fondo
mi da’ sempre un gusto strano
se ci fosse ancora mondo
sono pronto dove andiamo
Itaca, Itaca, Itaca
la mia casa ce l’ho solo là

Itaca, Itaca, Itaca
ed a casa io voglio tornare
dal mare, dal mare, dal mare

Itaca, Itaca, Itaca
la mia casa ce l’ho solo là
Itaca, Itaca, Itaca
ed a casa io voglio tornare…

(Lucio Dalla, Itaca)

Kanali – Mytikas

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