Napoli – Paestum

camping nettuno capaccio. 22 luglio 2017.

  • distanza: 88 km
  • dislivello: 519m+
  • traccia gpx: scarica

Ogni volta è così. Viaggiare in bici non rende immuni, non importa quanto spesso si viaggi, la notte prima di una partenza non si riesce mai a dormire. Una sensazione che ricorda la vigilia di Natale quando si è bambini, quell’euforia che il Viaggio porta inesorabilmente con sé.

Stavolta è il turno dei Borboni: un tuffo nel Mezzogiorno d’Italia, un’occasione per calarsi dentro la realtà più intima e verace della storia della penisola, di coglierne le influenze e il sapore. Due capitali, Napoli e Palermo, due vulcani, il Vesuvio e l’Etna, un unico mare, il Mediterraneo, a farci compagnia per questi mille e più chilometri.

Come al solito, l’organizzazione del viaggio risente (positivamente: è così che deve andare) di quel caos lucido che fa sì che si studino nel dettaglio e con precisione febbrile degli aspetti che poi vengono tralasciati o ignorati, e così a Stazione Termini ci presentiamo a orari diversi, su due treni sfalsati di mezz’ora tra di loro.

Io, Piero, Giancarlo, Diego e Agnese sul primo, Massimo sull’altro.

Napoli, Stazione Garibaldi, ore 10.30: prima di ogni cosa, prima ancora di capire quale direzione prendere, è propedeutica una dose ingente di sfogliatelle da Lauri, storica pasticceria partenopea.

Napoli è sempre affacciata alla finestra: i panni reclamano attenzione sventolando al sole, poco sopra le scritte sbiadite sui muri, tra i colori scuri e umidi. Fiumana di etnie, urla e risate. Saluti sommessi di vecchi anziani col giornale sottobraccio, cortesie affettate alle casse dei bar dischiudono l’usata cerimonia del caffè: glielo zucchero io?

Poi è il turno dei lastroni in pietra lavica: le ruote soffrono sotto il peso del carico e delle asperità, mentre ci guadagniamo una faticosa via di uscita dalla città verso sud. Finiamo sul lungomare verso Portici, in un tripudio di insegne di negozi dai nomi improbabili. La strada è facile: il mare sempre a destra, almeno fino a Messina.

Passiamo più o meno indenni Ercolano e i piccoli dislivelli prima di Torre del Greco, dove ci si ferma ad aspettare Massimo. Un cappello di paglia compare all’orizzonte, e poco sotto di esso una camicia bianca. Per oggi siamo al completo, mangiamo un boccone e si può partire davvero.

La tappa di oggi è un avvicinamento: decidiamo di evitare la bella ma trafficatissima Penisola Sorrentina, che ci farebbe allungare molto. Se oggi arriviamo a Paestum, guadagniamo un giorno sulla tabella di marcia, che possiamo spendere in Sicilia. Quindi ci si insinua nell’interno, scivolando nel verde ripido di torrenti tra i Monti Lattari e i Picentini.

Costeggiamo il fiume Calore in direzione di Vietri, e lo sguaiato paesaggio partenopeo cede il passo ai più composti paesini del salernitano: se nei primi era quasi tangibile il fatalismo meridionale, appeso com’era ai muri fatiscenti di ogni crocicchio, questi centri trasudano quieto abbandono. Una sferzata di vento tirrenico rompe di tanto in tanto la calura immanente.

Un signore ci avvicina incuriosito, tramutando in domanda lo stupore già letto negli occhi dei tanti anziani incontrati ai bar di paese. “Dove andate? Da dove venite?”

Un fiorino, ci verrebbe da rispondere.

L’autoctono è cicloviaggiatore anche lui, l’anno scorso si è fatto Cava dei Tirreni – Messina. E’ visibilmente contento di vederci, e insiste per portarci in un bar di suoi amici, dove si premura di farci sistemare le bici nel cortile interno.

“L’acqua e il caffè li offro io, ragazzi”, e si allontana pagando al barista senza darci possibilità di ribattere. Aggiungiamo al conto un paio di birre, che le maltodestrine aiutano a recuperare, e si riparte.

Qualche chilometro di salita ancora, e finalmente ci tuffiamo in picchiata sui tornanti che si aprono sul Golfo di Salerno, che ci dà il benvenuto con i colori pastello dei suoi container e delle sue navi da carico.

Salerno è una città vivace che riesce a far convivere al suo interno un porto commerciale e una spiaggia piena di bagnanti. Lungomare ombroso, chiasso di bambini e tatuati che giocano a palla, un paio di chilometri di urbanità: da qui in poi è una passeggiata, un interminabile rettilineo costiero che alterna pinete a campeggi dai nomi mitologici, segno che Paestum si sta avvicinando.

Spostarsi in bici in sei è come trovarsi in un’immensa piazza rettilinea, dove si passa da un gruppo di amici all’altro, è tutto un “loro due stanno avanti”, Massimo e Agnese si sono fermati a un caseificio, ok ci vediamo sulla strada, fammi aspettare Diego, e così via, tutto con ritmo rilassato e implacabile verso il primo rifugio notturno.

Il camping Nettuno è quello che ci sembra in posizione più comoda per i nostri prossimi tre obiettivi: mare, templi di Paestum e Tenuta Vannulo, ovvero il Sacro Santuario della Bufala.

La Bufala.

L’idea platonica di bufala, più che altro.

Ma per l’estasi non è ancora il momento, sarà a colazione domattina.

Per ora abbiamo una macchia ombrosa a due passi dal bagnasciuga, una distesa blu trasparente, un posto per piantare le nostre tende. “Vi faccio un prezzo speciale”, annuncia trionfale la signora. Come rinunciare?

Il resto della serata è fornelletto a gas, riso cipolle e zucchine, operazioni di montaggio del campo base e tuffi a mo’ di mostro marino davanti alla sconcertata folla locale. Piero è la star del lido. Agnese assume già da questo primo giorno le sue cinquanta sfumature di rosa già note ai lettori della #RomAtene.

Mi addormento tra i bassi delle casse di una festa in spiaggia e le chiacchiere di Massimo, mi risveglio senza i basse delle casse ma con le chiacchiere di Massimo. Sono passate quattro ore.

 

Napoli – Paestum

Create Routes or Search for a route from millions...