Naxos – Siracusa

ortigia. 30 luglio 2017.

distanza: 122 km
dislivello: 1044 m+
traccia gpx: scarica

La nona giornata ancora puzza di cenere dell’Etna, che già nuove cose reclamano il loro posto nel filo contorto e indistricabile del Viaggio. Siamo provati dalla scalata di ieri, e la sveglia di stamattina è resa ancor più legnosa dall’epocale sbronza da malvasia di ieri sera.

Strisciamo fuori dalle tende che Giuseppe s’è già alzato: la nostra scheggia impazzita ha deciso di tornare indietro a Taormina per salutare una zia al cimitero, e di raggiungerci lungo la strada. Massimo invece è partito ieri per fare pochi chilometri verso sud, fino ad Acireale, mentre Agnese è a Roma per lavoro.

Dopo tre notti di sollazzo è tempo di lasciare il Camping Almoetia, e il campo base in cui Piero è divenuto tenda umana, una sorta di carapace flessibile in cui ogni oggetto è alla sua portata – caffetterie, mutande, camere d’aria. Il concetto di casa portata dietro evolve: dal cicloviaggiatore-tartaruga, che porta appunto la casa con sé, Piero ha deciso di essere casa egli stesso.

Lasciare il campeggio è difficoltoso: innanzitutto perché abbiamo mescolato partecipanti alla piazzola per una, due o tre notti, mettendo in crisi i proprietari dell’Almoetia per il conto finale come fosse il gioco delle tre carte.

La tappa di oggi si preannuncia lunga e difficoltosa: 120 km fino a Siracusa, direzione sud lungo la 155 Orientale Sicula; ma con trionfa tracotanza e pigra indolenza, ignoriamo il problema partendo con calma, che il sole è già alto da molto. Per di più l’Etna ci osserva come fosse l’Occhio di Sauron, da lì sopra ci rende la vita difficile ed è sempre visibile.

Condannati a pedalare per sempre come Sisifo, ci incamminiamo verso Giarre per la prima sosta granita: il passo del centopiedi umano che abbiamo formato incolonnando le bici per la statale è lento, scorrevole ma lento, e il sole sale lungo il suo arco nel cielo.

Pedalare a sud è facile e difficile allo stesso tempo: il clima siculo in agosto è asfissiante, ma consente pernotti in tenda o all’aria aperta e un abbigliamento leggero da portare; il traffico è una costante nelle grandi città e l’automobile è ancor più sacra che a Roma, se possibile: ma qui il colpo di clackson è usato con meno rabbia che nella Capitale, come tacita accettazione della coesistenza di realtà diverse, alla come viene viene. Le strade sono strette e spesso la statale è l’unica alternativa, ma quando si formano colonne di auto che non ci riescono a sorpassare, c’è la pazienza tipica di chi sa bene che lo stato delle cose è uno, ed è difficile cambiarlo, quasi in senso gattopardiano.

Un mondo dove le porte si aprono e le regole si deformano con un “amico caro, vero lasciapassare umano e sociale là dove lo Stato e la norma non sono capaci di arrivare. Ci conformiamo a questo stato delle cose con serenità, proseguendo in contromano nei sensi unici dei paesi, sicuri di trovare la stessa tolleranza che ci si aspetta nei propri confronti. Ah, il contromano!

Qualche saliscendi sotto il caldo del mattino, e ci fermiamo ad Aci Trezza, città dei Malavoglia di Verga, un bel porticciolo che si affaccia sulle Isole dei Ciclopi.

Degli scogli coperti di vegetazione, qualche grotta, pinnacoli altissimi, il tutto a poche centinaia di metri dalla riva, ritenuti dai Greci la dimora di creature mostruose dalle fattezze umane, ma molto più grandi e con un occhio solo.

Mentre per Esiodo esistevano tre ciclopi nell’isola di Trinacria, evoluti artigiani alleati degli dei olimpici (Bronte, Argo e Sterope), quello più noto resta Polifemo, che compare nell’Odissea come figlio di Poseidone.

Di Polifemo la storia è nota: quando Odisseo sbarcò su questo scoglio, il ciclope lo catturò e divorò alcuni dei suoi compagni. Per sfuggire alla morte, l’eroe omerico fece sfoggio di astuzia e di alcol:dapprima fece ubriacare Polifemo col “vino greco, che era così denso che andava diluito con diciannove parti d’acqua e una di vino”, quindi accecò il suo unico occhio con un tizzone arroventato e scappò dalla grotta in cui lo teneva prigioniero sotto il vello di una delle sue capre.

Quando il ciclope, cieco e furioso, cercò di colpire la sua nave con un masso dall’alto e chiese il suo nome, Odisseo non gli risparmiò lo sfottò: “Dimmi il tuo nome, così ti faccio punire da mio padre Poseidone!” “Mi chiamo Nessuno!” “Padre, Nessuno mi ha accecato, puniscilo!” “Polifè, sempre a giocà stai, su tranquillo”

Esistono due ipotesi su un fondo di verità riguardo l’esistenza dei Ciclopi: testimonianze di popolazioni sicule mostruose ed enormi vengono riportate dai primi coloni greci, così come l’esistenza di elefanti nani preistorici, il cui cranio cavo sarebbe stato scambiato per un grande teschio umano con un unico occhio. Oggi di quella stirpe rimangono personaggi semi-mitologici come Bastiano, biondo e anziano pescatore dalla pelle abbronzata che traghetta i turisti sulle isole, e che talvolta li delizia con un tuffo dagli scogli più alti.

Fatto sta che ad Aci Trezza non ci fermiamo tanto, il tempo di essere avvicinati da un’anziana signora un po’ svanita e dal proprietario di un ristorante che ci invita ostentando la sua influenza sul paese: “Le bici le lasciate lì e non ve le tocca nessuno, perché qui tutti mi conoscono, pensate che mi chiamano il Presidente!“.

Ringraziamo e proseguiamo.

Poco prima di Catania ci separiamo: io mi faccio più avanti ingannato dai cartelli stradali, fatti a uso e consumo degli automobilisti, che mi spingono sulla tangenziale, mentre Piero, Fiorella e Giancarlo seguono il lungomare.

L’ingresso nella città è desolante: silenzio domenicale come un rito sacrale, violato soltanto dal rumore brillante delle posate a fine pasto, vialoni lunghi e deserti, qualche cartaccia svolazza agli angoli dei palazzi. Mi ricongiungo al mare e agli altri tre, in una zona importante a livello simbolico per il cicloattivismo e per il ciclismo urbano: il Lungomare Liberato, una porzione di litorale pedonale e da poco dotata della nuova pista ciclabile “Staffetta Partigiana”.

Qui sembra esserci molta più vita, di quella vita colorata e verace che rende l’uomo umano. Qui scegliamo un posto all’ombra per mangiare due arancini e dei pollastri presi per strada a un banchetto dove erano cotti su pietra refrattaria.

In una caletta con una decina di barchette ormeggiate una moltitudine di bambini fa il bagno, tuffandosi fragorosamente dai moli in cemento. Nonostante la quantità di imbarcazioni l’acqua è trasparente e pulita, e nonostante il divieto di balneazione c’è più gente in acqua che fuori.

Bambini ciccioni creano piccoli tsunami con le panze strabordanti da costumini in evidente difficoltà, adolescenti atletici si esibiscono impennando sulle loro mountain bike davanti alle loro coetanee, come un branco di cervi in amore. Urla e schiamazzi, fisici allenati a melanzane e ricotta salata. Matrone ansiose di soffiare i primi posti seduti all’ombra origliano e ricamano pettegolezzi di quartiere. Nello stesso quadratino di acqua convivono più generazioni in armonia, con un patto di non belligeranza imposto dal caldo, rotto soltanto dalle gerarchie della fila per l’acqua alla fontanella e per lo spazio dedicato ai tuffi.

Le vie centrali di Catania hanno sapore e odore di Spagna. Gli interventi di Carlo V sono evidenti nell’impronta della città, coi lunghi viali monumentali e i palazzi eleganti e imponenti. La piazza centrale del Duomo ha un impatto scenico spettacolare, di gusto esotico: al centro, la fontana dell’elefante, ultimo rimasto di una moltitudine di statue che un tempo adornavano la città, fino a divenirne il simbolo.

Ci fermiamo a fare acquisti da “Siculamente, negozio di magliette e brand Made in Trinacria. E poi uno sguardo all’orologio: come al solito, è tardi per tutto ciò che vogliamo fare.

L’uscita da Catania è difficoltosa e noiosa a causa dell’aeroporto. Lungo la strada per Augusta, incontriamo Massimo fermo davanti a una birra in un bar di passaggio sulla statale. Ci dice che si sta avviando da qualche parte sulla costa, e che gli hanno parlato di un campeggio a 4 km da lì.

Proseguiamo per Siracusa, mentre il pomeriggio volge al termine e la luce dorata avvolge ogni cosa. Gli ultimi 25 chilometri sono un buco nero dove non è possibile fermarsi: prima della nostra meta ci attende infatti la sciagurata zona delle raffinerie Esso e Erg.

Avanziamo nel crepuscolo su stradoni deserti, infrastrutture utilizzate poco e nulla, costruite per sventrare una natura fiorente che conserva soltanto l’ombra di ciò che deve essere stata. L’aria diventa irrespirabile, gli idrocarburi bruciano gola e polmoni, mentre dalle ciminiere salgono lingue di fuoco. La strada nel buio diventa estenuante dal punto di vista mentale prima ancora che fisico, nuove acciaierie, nuovi altiforni, nuove luci lampeggianti.

Un’ultima salita, e alla fine appare nell’oscurità il cartello di Siracusa: stanotte ci concediamo il lusso borghese di una stanza, il campeggio è 6 km dopo il centro abitato e in quel modo ci perderemmo la visita alla città il giorno successivo.

Troviamo una camerata al LOL Hostel, vivace ostello della gioventù proprio di fronte alla stazione. I ragazzi alla reception sono simpatici e accoglienti, e ci trovano una sistemazione per le bici nel cortile interno. Ai tavolini, ragazzi e ragazze nordiche conversano e fumano, appena disturbati dal nostro chiasso e dalle trombette sulle bici. L’atmosfera si fa serena, l’aria torna respirabile e leggera.

Siracusa, la “provincia babba” snobbata dalle mafie dove non accade mai nulla, è una nuvola azzurra in un oceano arido. Vie silenziose e lastricate, resti di templi, un porto naturale con un’isola davanti: siamo in Grecia, nella più ricca e fiorente delle sue colonie. Con le ultime energie facciamo una passeggiata per Ortigia, alla ricerca di una cena tardiva. Ne approfitto per vedere Paola, amica che vive lì. Quando riesco a raggiungerla, il suo locale, il Biblios Cafè, è già chiuso.

Prima che sopraggiunga l’oblio, chiacchiere di vecchi amici e ritorno sbarellante in stanza lungo il buio irreale dei vicoli.

 

Naxos – Siracusa

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