Parigi

paris. 5 maggio 2012.

«I francesi sono italiani di cattivo umore»

detto popolare

La mattinata mi sorprende a curiosare la metropoli per la prima volta dall’alto di un sellino, per stabilire delle connessioni nella geografia della città inedite per chi l’ha sempre vista spostandosi in metro. E quasi senza accorgermene, all’altezza di rue de Rivoli mi ritrovo nel mezzo di un corteo della Critical Mass, un’accozzaglia di ciclisti urlanti e allegri, armati di fischietti e musica. Al centro del corteo, una bici a due piani con un impianto stereo che manda Manu Chao; al suo fianco, una nonnetta su una graziella ornata di fiori in calzamaglia giallo limone; un agile negro mi saluta enfaticamente, quando vede gli adesivi sulla mia bici vuole sapere tutto del viaggio, e moltiplica la sua naturale esaltazione. Tutti urlano ritmicamente velorution con immancabile accento parigino. Alcuni motociclisti provano a sorpassare con gesti rapidi e nervosi, e vengono ostracizzati dal corteo con urla e fischi.

Lascio il corteo in prossimità di rue Sébastopol, e vago per i vicoli intorno a Stalingrad e Gare du Nord, fino ad arrivare a Montmartre; gli ostelli ai quali chiedo sono però troppo cari, così torno all’Auberge de Jeunesse MIJE dove ho passato la notte scorsa, nel Marais. Una visita a Notre Dame, e finalmente l’acquisto degli adesivi di Parigi e della Francia, che battezzano l’arrivo della bici alla sua meta.

Il pranzo è davanti St. Paul, a base di sordido kebab; divoro il mio panino davanti a un tavolo di tardone acchittate a rimorchio, già pronte all’ardua impresa. Nel pomeriggio, torno con Chiara al Peace&Love Hostel, dove trovo tutto pieno, e trovo un ostello da assassini e prostitute nei pressi di Gare du Nord, lasciando l’acconto per la notte successiva.

Paris by night

La serata, invece, si preannuncia surreale già a partire dalla presenza di Patrizia e del suo leggendario amico Paolone; i due ci conducono infatti in un baretto nei pressi di Menilmontant, dove il cous-cous è servito gratis in condizioni igieniche quantomeno discutibili, si fanno jam sessions manouche e dove soprattutto scorrono fiumi di vino rosso. Dopo un po’, ci raggiungono anche i due amici parigini di Patrizia, François e Tristotto, come lo chiama lei. Tra di loro l’attesa per il voto governativo di domani è palpabile.

Ci spostiamo in un altro locale a pochi isolati di distanza, l’International, che è pieno di gente che si dimena inutilmente, per poi puntare verso il più tranquillo Cascada, a fianco; il locale vicino, il Porokhane, è un locale senegalese dove, come apprendiamo dalla locandina appesa all’esterno, si esibirà prossimamente Omar Pene, un titanico africano cantante di gospel, che nel manifesto appare estatico, rapito, solenne, gli occhi ruotati verso l’alto e un fascio di luce che illumina la sua mole.

Ma torniamo al Cascada: si tratta di un locale dark-metal con arredi macabri e funerari, ma dove si balla musica anni Cinquanta: una cicciona a stento contenuta in un vestitino nero a pallini bianchi si dimena con un negro dinoccolato in bretelle e basco, al suono di ritmi swingati e giri di basso.

Ah, la potenza del rock and roll.

A un certo punto, tutto fa pensare al locale del film di Rodriguez Dal tramonto all’alba.

Si cerca di ballare, alimentati e in un certo qual senso legittimati dalla grottesca atmosfera metal anni ’50 che si è creata. Il ragazzo al bancone è un dark con i capelli leccati da un lato, tinta nero corvino, un’enorme bara tatuata sull’avambraccio. Me lo immagino fare la fila alle poste o pagare il macellaio. Lo deridiamo apertamente.

Paolone dice cose epiche.

Alle pareti, notiamo foto “artistiche” di strappone dark strangolate o seviziate, in vendita a 40€ l’una. Allo stereo, rimbomba Chuck Berry. Un busto di scheletro è appeso alla parete, nell’atto di sostenere il soffitto come una cariatide.

Si fanno le 2, e la stanchezza si fa sentire; la pioggia è ancora rabbiosa.

Saluto Chiara e Giulia all’altezza di metro Menilmontant, e attendo la linea 5 nell’altra direzione, verso Nation.

Una voce femminile ripete insistentemente plus de trains direction Dauphine. Pare quasi disperata.

Non ci sono più treni in direzione Dauphine.

Andatevene.

Non ci sono più treni.

Non restate lì!

Avete capito?

Non ci sono più treni in direzione Dauphine!

A un certo punto, nella sua voce si distinguono le lacrime.

Nel frattempo, un giovane sconvolto divora avidamente un panino, lasciandone più di metà per terra. Pare comunque soddisfatto. Le merguez chiedono pietà, lasciate sul pavimento immangiate.

Alcuni ragazzi ridono. Lui non si accorge di nulla. Le merguez rimangono lì, senza divinità a proteggerle o dare loro un senso.

Dopo venti minuti di attesa passa l’ultimo treno. Due marocchini si picchiano davanti a me, davanti a un me inebetito che non si preoccupa nemmeno di scansarsi dai loro cazzotti a pochi centimetri dalla sbarra sulla quale poggia il mio naso stanco. Un rasta e un chitarrista ambulante provvedono a dividerli.

Si parla di integrazione, di razzismo, di noir, di français, di maroquin. Ma non comprendo molto. Uno dei due scende, l’altro prorompe in un esasperato soliloquio nel treno, urlando le sue convinzioni sconnesse agli altri passeggeri, che lo guardano senza dire nulla: sorrisi di intesa tra di loro, e di commiserazione per lui.

Metro Nation, ora i treni non passano più; un’addetta della sicurezza gira con un cane antidroga dall’altro lato della banchina. Prendo un bus notturno fino a St.Paul, i vetri appannati dal nubifragio.

Entro nell’ostello dopo aver mostrato la mia scheda magnetica a un sospettoso custode notturno, e crollo nel materasso.

Parigi

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