Pizzo Calabro – Scilla

scilla. 26 luglio 2017.

distanza: 115 km
dislivello: 2132 m+
traccia gpx: scarica

Il viaggio toglie, il viaggio dà.

E come una sorta di equilibrio karmico, a un giorno di riposo e novità positive ne deve seguire uno duro e problematico. La tappa di oggi è lunga, 115km di asperità calabresi, sempre con quell’azzurro tirrenico a destra, sempre con quei rilievi ruvidi a sinistra.

Per renderla fattibile saltiamo in treno il tratto tra Amantea e Pizzo Calabro.

Una piccola rampetta per salire su al paese, e facciamo colazione nel centro storico, ché merita per almeno tre motivi: il tartufo di Pizzo, il castello di Gioacchino Murat e i natali di Giorgio Marincola.

Il primo lo addentiamo per colazione, su una terrazza panoramica che ci preannuncia la sfacchinata della giornata: mare, monti, salite, discese, fritti, nuove salite, nuovi fritti, nuove discese.

Quanto al secondo, fu preso dalla gendarmeria borbonica e condannato a morte proprio da queste parti. Pare che le sue ultime parole siano state “Sauvez ma face – Visez mon coeur – feu! (“Risparmiate il mio volto, mirate al cuore, fuoco!”). Il terzo invece non sarà noto ai più, ma fa parte di quelle storie con la esse minuscola che hanno fatto la Resistenza: Giorgio Marincola era infatti un partigiano nero, di origini somale, cresciuto proprio qui a Pizzo Calabro.

Ci incamminiamo quindi lungo la costa fino a Tropea, dove cominciano a spuntare a bordo strada i primi chioschi di cipolle rosse. Cipolle e ‘nduja, una pioggia di rosso penzolante che riflette quello stesso sole che lo ha cresciuto.

Poco prima di arrivare vediamo un tizio che armeggia sul tetto della sua macchina parcheggiata a lato: è la Google car! Allora esiste davvero! Lo circondiamo curiosi, quasi fosse uno sciamano di un’era dell’informazione globale, uno di quelli che lavorano per la Sacra Fonte di Informazione e dei Dati Condivisi, per il nuovo Grande Fratello.

“Quindi finiremo su Street View 2018 dalle parti di Tropea?”

“Sì, se la qualità delle immagini viene bene”

Il Google-addetto è di Catania, ci spiega che assumono gente a seconda delle richieste delle singole regioni, ci augura buon viaggio. Inserisco un promemoria in agenda per gennaio 2018: controllare Street View su Google maps – statale per Tropea.

La meta balneare più nota della Calabria ci mette in difficoltà con un traffico smodato, in cui code di bare d’acciaio si impilano nelle stradine strette, tanto che neanche le bici riescono a passare. Sinfonia di clackson e aria appestata.

“Oggi che è nuvoloso, la gente non va al mare, stanno tutti qua”, ci spiega una signora di passaggio.

Massimo ha dato appuntamento a Elisabetta alla terrazza panoramica del paese, e ci fermiamo con loro per mangiare qualcosa a un bar. Giuseppe ci ha preceduto per curiosare in solitaria giù al castello, scendendo per le ripide strade verso la spiaggia. Tropea è bellissima, ma troppo confusionaria e affollata per i nostri standard: il cicloturista vuole dimenticare da dove viene, non vuole luoghi che glielo ricordino.

Nuvole dense si accalcano all’orizzonte, l’aria si fa pesante e chiusa: è ora di affrontare la prima lunga salita della giornata, quella per Ricadi. Il gruppo si sparpaglia: Massimo e Agnese scendono lungo la costa fino al Faro di Capo Vaticano, io, Piero e Giancarlo ci avviamo nell’interno per tagliarlo, Giuseppe è poco indietro.

Le pendenze si fanno cocenti.

Desolazione di frazioni nel silenzio delle ore calde, un anziano qua e là ci scruta curioso mentre passiamo, grondanti di sudore.

Passato il primo ostacolo, possiamo scendere verso Coccorino, mentre il blu del Tirreno continua a cambiarsi d’abito, con tinte sempre più intense e profonde, in vista dell’arrivo in Sicilia.

Nei pressi di Joppolo mi fermo per acquistare della nduja fatta in casa, attirato da un cartello scritto a mano che conduce a una casa privata: nel patio dell’edificio in cemento, spoglio ma ombroso, due donne stanno capando dei fagiolini. Hanno l’aspetto cortese e dignitoso, sono madre e figlia, la prima sui settant’anni, la seconda sui cinquanta. Un bambino si affaccia dalla tendina che dà in salotto, per riprendere uno dei giocattoli di plastica rimasti fuori in cortile. Rimane affascinato dalla bici carica di bagagli, mi saluta con timida curiosità.

Riparto con mezzo chilo di piccantezza calabra sul portapacchi, al quale le due pie donne hanno aggiunto di loro spontanea volontà una busta di pomodori e cetrioli, che mangiamo così come la terra li ha fatti qualche chilometro dopo, insieme a un paio di birre ghiacciate.

Giuseppe è a un paio di chilometri da noi, ma ha forato. Due tecnici del gas vedendolo sono andati in paese a prendere un compressore per gonfiargli la camera d’aria. La gentilezza meridionale, quella capace di oltrepassare divieti e regole dopo che si è iniziato un discorso con “amico caro“, quella che fa più di quanto si chiede e anche più di quanto si immagina, per il semplice fatto che il solidarismo mediterraneo è genetico. Un legame profondo tra uomo e terra che mette in condizione di obbligo morale chi abita in un luogo a essere ospitale con chi ci passa venendo da fuori, farlo sentire a suo agio, aiutarlo.

Nuova salita per Nicotera, resa interessante dal panorama delle scogliere a picco sul mare e da una storia d’amore a puntate scritta sui muri a spray nero. Una storia d’amore finita male, un botta e risposta di gelosia tra due donne per un unico uomo, probabilmente: “Rassegnati, lui è mio” “Pagliaccio cornuto” “Falsa bugiarda”.

Sulla discesa per Nicotera io Piero e Giancarlo siamo sorpresi da un temporale passeggero, con sferzate gelide di pioggia a vento: un quarto d’ora di follia, poi tutto torna come prima, lasciando qualche nuvola corposa e i colori più vivi di prima.

Allo scavallamento, ci appare immensa la piana di Gioia Tauro: quindici chilometri di piatto, forse l’unico in Calabria, emblema desolante della Questione Meridionale e dell’incapacità storica dello Stato di gestirla. Un porto enorme nel nulla, una distesa di aranceti dove il nome di Rosarno riecheggia ancora cupo nei titoli dei giornali, qualche bracciante che passeggia o pedala a bordo strada.

Qui la bici è un mezzo di sopravvivenza prima ancora che di trasporto, figuriamoci di viaggio come noi.

Cumuli di immondizia, frustate e scheletri di cemento che non si vedono nelle tavole di tutta Italia, vicino al rassicurante logo “Arance di Rosarno”: quando si consumano le eccellenze dell’assolato Mediterraneo troppo spesso ci si scorda di cosa sono fatte.

Il lunghissimo rettilineo sul porto ci intristisce, e arrivati a Gioia Tauro Giancarlo e Piero optano per il treno: ci sono ancora due salite da affrontare, quella di Palmi e quella di Colle Sant’Elia, e sono quasi le sei.

Giuseppe è a una mezz’ora da me all’inseguimento, Massimo e Agnese prenderanno il treno più in là, io mi incammino da solo verso l’ultimo ostacolo. La via per Palmi sale dapprima per stradine secondarie tra filari di ulivi, poi si fa sempre più scoscesa, con punte oltre il 20%: troppo anche per il rampichino, a carico pieno. Su una rampetta di cemento sono costretto a spingere, e noto che il portapacchi ha perso una delle viti che lo sostengono. Mentre riparo il danno, una donna in macchina si ferma a chiedermi se ho bisogno d’aiuto: noto il suo completo da ciclista e intuisco che a volte è possibile che la solidarietà sportiva si sovrapponga a quella meridionale.

Dopo Palmi, la strada sale più gradualmente, per tornanti asfaltati, ma con un andamento nervoso che dà sempre l’illusione del valico. Il sole sta volgendo il suo corso verso l’orizzonte quando in cima a Colle Sant’Elia ho l’apparizione.

Le sponde della Sicilia, incredibilmente vicine e sfumate, sembrano attendere il nostro arrivo tra le nuvole chiare. I raggi si diffondono a mo’ di riflettori tra le onde. Ultima discesa, ultimi 20 km per Scilla. I vorticosi tornanti per Bagnara Calabra mi offrono panorami incredibili, prospettive impossibili, le prime luci della sera.

Alla fine della discesa incrocio un paio di graziose cicloturiste tedesche, che biascicano un “ciao” stentato con tipico accento crucco.

L’azzurro della sera rivela quel fascino unico dello Stretto e le sue correnti vorticose che i marinai tanto temevano: il mare si increspa in piccole ondine, e ora Cariddi, ora Scilla soddisfano la loro sete di naufragi.

[...] Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non ristà. La costei voce
Altro non par, che un guajolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce
Mostro, e sino ad un Dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo.
Dodici ha piedi, anterïori tutti,
Sei lunghissimi colli, e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara in ogni dente.
Con la metà di sè nell’incavato
Speco profondo ella s’attuffa, e fuori
Sporge le teste, riguardando intorno,
Se delfini pescar, lupi, o alcun puote
Di que’ mostri maggior, che a mille a mille
Chiude Anfitrite ne’ suoi gorghi, e nutre.
Né mai nocchieri oltrepassaro illesi:
Poichè quante apre disoneste bocche,
Tanti dal cavo legno uomini invola.
(Odissea XII)

Scilla era una Naiade, una bellissima ninfa marina che soleva fare il bagno nella spiaggia di Zancle – oggi Messina. E proprio qui un giorno Glauco la vide e se innamorò, ma alla vista del dio marino – figlio di Poseidone, barba azzurra e fattezze semi-ittiche – la fanciulla scappò via. Disperato, Glauco cercò aiuto nei filtri magici di Circe, che a sua volta gli propose il suo amore. Al rifiuto di lui, la maga scaricò la sua vendetta sull’innocente Scilla, che venne trasformata in mostro marino. Le forti correnti dello stretto che tante navi abbatterono furono spesso scambiate per un essere malvagio tra i flutti, che divenne il terrore dei marinai della zona.

Ripercorrere quegli ultimi chilometri di SS18 col blu gonfio di buio ti fa capire bene quel mare nasconda qualcosa sotto le sue improvvise increspature.

Questa sera ci concediamo la comodità di un appartamento: la tappa è stata lunga, il tempo mette al brutto e non ci sono campeggi nei dintorni. La notte un temporale sciacqua gli antichi vicoli del paese e rende ancor più vive le luci dei piloni sulle due sponde dello Stretto, che paiono guardarsi in un eterno anelito.

 

Pizzo Calabro – Scilla

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