Priverno / Minturno

minturno. 30 aprile 2015.

Route 3,107,213 – powered by www.bikemap.net

Ogni viaggio che vuole onorare la memoria storica dei luoghi che attraversa ha bisogno di un battesimo.
È una sorta di rito di purificazione, un quantitativo di chilometri da devolvere alla causa e al riscaldamento della vera e propria Linea Gustav, un assaggio del nostro pellegrinaggio che ci ha portato attraverso i litorali del basso Lazio in zone comunque interessate dall’ultima fase della guerra.
E anche un assaggio della cucina marinara locale, con una doverosa sosta alla Cooperativa dei Pescatori di Terracina che ci ha preparato alle fatiche ciclistiche dei giorni successivi.
Ma andiamo con ordine: questa prima tappa di avvicinamento alla Gustav è partita dalla stazione di Priverno/Fossanova sotto un cielo grigio e pesante, di una sua corporeità incombente. E non esattamente sotto i migliori auspici per la mia fedele compagna di cavalcate, il cui deragliatore del cambio è stato regolato in extremis la mattina stessa della partenza grazie all’aiuto salvifico di un amico (grazie Diego) e una vite del portapacchi persa durante il trasporto in treno e rimpiazzata da una scorta di un’altra delle bici (grazie Giancarlo).
Ci inoltriamo con passo tranquillo per le strade lungo i canali di bonifica, quella bonifica così a lungo usata nella retorica giustificazionista del ventennio. Quando c’era lui le zanzare non portavano la malaria.
Alle nostre spalle lasciamo le belle colline privernesi, un po’ più in là a pochi chilometri nell’interno c’è quella Vallecorsa nella quale fu girata “La Ciociara”: un film che esprime magistralmente quelle storie con la esse minuscola che andiamo cercando lungo il sanguinoso cammino della Gustav. Ché a volte i vissuti e le percezioni dei singoli si perdono nelle grandi dinamiche collettive, ma vengono ripresi quando fa comodo per commuovere o emozionare.
Ma la Storia con la esse maiuscola è un mosaico, un oceano fatto di gocce, e le bombe naziste o quelle alleate al massimo agli Ausoni e gli Aurunci hanno fatto il solletico, mentre scivoliamo alla loro destra immaginiamo che il loro profilo non sia cambiato di una virgola in questi anni; qualche danno in più lo hanno fatto ai ruderi in mattoni e pietra viva rimasti ai loro piedi.
Per pranzo ci raggiunge Alessandra, che ha raggiunto Terracina in bici con una casuale deviazione da Sabaudia prima del lavoro. Dopo esserci rifocillati e aver munito la trombetta della mia bici di un avanzo gamberetto che ci porteremo dietro fino all’Adriatico, ci rimettiamo in cammino in direzione sud lungo la costa: il copioso vino bianco ha ammorbidito la gamba e reso gli occhi lacrimosi, nonché alleggerito gli animi, in modo tale che il morale della truppa non possa essere intaccato dal cielo volubile e plumbeo.
Facendoci dunque beffe delle poche gocce, quasi indecise se cadere a terra o no, allunghiamo il passo macinando chilometri con ritmo sostenuto fino a Sperlonga, godendoci la violenza del vento e quella dei contorni delle scogliere che precipitano in acqua. Ci troviamo ora sulla via Flacca, variante dell’Appia, anch’essa di epoca consolare, un tempo percorsa in fretta e furia da Cicerone per cercare di sfuggire invano alla condanna di Ottaviano e Marco Antonio.
L’oratore trovò la morte su queste spiagge mentre cercava salvezza via mare, noi oggi ritroviamo un fazioso cartello che ci dà il benvenuto a Minturno apostrofandola “terra di Cicerone”, scambiando il suo luogo di morte per quello di nascita.
Lungo i litorali tormentati dalle onde, bunker di cemento mezzi seppelliti dalla sabbia sembrano ancora attendere un nemico via mare, come se ospitassero ancora vedette pronte a rilasciare una sventagliata di mitra.
Minturno fu liberata il 19 gennaio 1944 dalla 5° divisione degli Alleati, mentre la 56° cercò di infiltrarsi nella zona di Castelforte e Suio. Per questo motivo quest’ultima divisione fu bersaglio di una durissima controffensiva tedesca ad opera del generale Schlemm che si appostò nei pressi del cimitero del paese: Minturno si ritrovò allora intrappolata per due interminabili giorni, e a farne le spese fu ovviamente la popolazione locale.
Le più celebri e violente offensive a pochi chilometri nell’interno, a Cassino, contribuirono ad aumentare la tensione lungo il Garigliano, e nel mese di marzo i bombardamenti tra Formia e Minturno si intensificarono. La Gustav fu sfondata all’altezza degli Aurunci e al grido di “Allah lo vuole!” del generale Sevez, che guidava il Corpo di Montagna algerino. Di frazioni come Santa Maria Infante, perduta e riconquistata ben 17 volte dai due schieramenti, non rimase neanche un muro in piedi.
Oggi di questa scacchiera fatta di granate, edifici che crollano e civili in fuga non c’è alcuna traccia visibile, perlomeno nell’immediato.
Formia è una città cresciuta su sé stessa in modo disordinato e tutto sommato allegro; il suo traffico da movida tardoprimaverile, che impone di rimanere chiusi in auto per restare imbottigliati sul lungomare, fa da contorno agli alti grattacieli moderni, che coi loro colori vivaci sembrano enormi sex toys puntati verso il grigio delle nuvole.
Ci fermiamo in un campeggio sulla spiaggia, dove il mare mosso e l’oro del tramonto conferiscono alla sera un’atmosfera selvaggia e apocalittica.
Per ottenere la prima testimonianza diretta dei superstiti della Linea Gustav dobbiamo attendere la mattina successiva: la perturbazione di ieri ha ceduto il passo a un sole radioso, e aspettando l’arrivo del treno di Daniele, che da oggi si aggiunge alla brigata, ci godiamo la nostra colazione di Primo Maggio ai tavoli di un bar sull’Appia.
Le automobili sfrecciano a velocità sostenuta, stiamo per incamminarci verso l’interno quando a bordo statale notiamo una signora seduta su sedia di paglia, un bilancino in una mano e un enorme sacco di fave accanto a sé.
Gli anni che ha sono rimpiccioliti dalla dignità dei suoi capelli raccolti, ma anche traditi dalle pieghe del viso malcelate dagli occhiali: con la scusa che non è Primo Maggio senza fava romanesca, ci avviciniamo per comprarne un po’. Daniele le chiede il permesso di scattare qualche foto, io colgo la palla al balzo, e inizia una chiacchierata-intervista improvvisata.
Siamo in viaggio lungo la Linea Gustav, il fronte di ritirata tedesco degli ultimi mesi di guerra. Lei se la ricorda la guerra? Com’è stata da queste parti?
I suoi occhi si illuminano di un sentimento misto di dolore e gioia di poter raccontare. Aveva dieci anni quando la sua famiglia fu deportata a Fondi, senza preavviso. A mio padre ci mancò poco lo fucilassero, ci divisero e non sapevo cosa gli fosse successo.
Anche se nel corso del nostro viaggio non sarà sempre e solo così, il terrore impresso da queste parti sembra portare l’uniforme tedesca:
[...] mamma mia, è stato brutto… E ci portarono a Fondi, piedi tutta la notte, a piedi nudi e io c’avevo le piaghe sui piedi per il camminare… e noi piedi a piedi arrivammo alla cima, della montagna. [...] eh mia madre si ammalò malamente, perché non tenevamo da mangiare, c’avevamo le carrube. [...] Ricordo mia madre che diciva, che ci dò da mangiare alle criature? Manco il pane teng’, e ci dava le carrube per tre giorni. Speriamo che non ritornino più quei tempi, anche se pure adesso stamo male combinati, eh, è pieno di forestieri.
Chissà se e in quale misura ai suoi occhi i forestieri-mercenari di ieri vengono associati ai forestieri-rifugiati di oggi.

Priverno / Minturno

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