Consigli da viaggio

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VADEMECUM SEMISERIO DEL CICLOVIAGGIATORE

VADEMECUM SEMISERIO DEL CICLOVIAGGIATORE

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Raccolta di pensieri, informazioni e considerazioni di chi viaggia in bici da 15 anni senza alcuna cognizione di causa. Ma tant’è, il cialtrone non ha una struttura fisica o tecnica per viaggiare in bici, eppure non lo sa e ci va lo stesso (cit.)

Preamboli (auto)ironici a parte, sentivo il bisogno di mettere per iscritto una serie di consigli e in generale il mio modus operandi nel preparare e affrontare un viaggio in bicicletta, dato che – ce ne sono! – più di una persona si è ritrovata a chiedermi informazioni. Per questo, “semiserio”: perché viaggiare in bici non è una cosa seria, e perché quando se scherza bisogna esse seri (aricit.), proprio per far capire che chiunque può farlo, e non servono né ironman né tecnici provetti.

  1. PERCHÈ

    1. Cos’è viaggiare in bici

    2. I km tra un posto e un altro – l’Etica del Pellegrino

    3. Esistono tanti tipi di viaggio quante le persone

  2. COME

    1. Lo spirito del viaggio

    2. Ascesi, curiosità e benessere

    3. Straccioni e principi – dalla tenda all’excelsior, a seconda del budget

  3. CON COSA

    1. L’attrezzatura

    2. La bici

    3. Componenti, marche e feticci

    4. Cosa portare

  4. DOVE

    1. La pianificazione del viaggio

    2. La pianificazione delle tappe

    3. Altimetrie, queste sconosciute

    4. Il fondo stradale

    5. La bici e i trasporti

  5. QUANDO

    1. Pioggia, vento, sole e ferie

    2. Tra turismo e cicloturismo, tra città e umanità

  6. CON CHI

    1. I compagni di viaggio – meglio soli o male accompagnati?

    2. Indipendenza e gruppi si parte insieme, si arriva insieme?

  7. E ADESSO?

    1. La suddivisione della giornata: orari, programma, soste

    2. Dove andiamo? GPS&GPX

    3. Beree mangiare: colazione, pranzo, cena

    4. Riposare e dormire – la scelta di un posto per la notte

  1. PERCHÉ

1.1. Cos’è viaggiare in bici

Esistono tanti viaggi quanti viaggiatori: lo spostarsi da un posto all’altro copre una gamma di motivazioni, modalità, sapori, colori e odori che non è possibile racchiudere in una categoria. Viaggiare è un’esperienza estremamente soggettiva, variabile e mutevole anche all’interno di sé stessi: c’è chi viaggia per riposarsi, chi per faticare, chi per ritrovare sé stesso, chi per perdersi. A volte, il mezzo è anche il fine: e se dico che la bicicletta in ambito urbano è innanzitutto (e deve esserlo, altrimenti ci ritroviamo nella sfera delle sottoculture!) un mezzo, un qualcosaperfarqualcosaltro, invece in ambito turistico può essere mezzo e fine al tempo stesso.

Che poi, che rabbia il termine turismo: utilizzarlo mi fa subito venire in mente creme abbronzanti, ombrelloni, gente in coda e alpitour, mentre tour vuol dire semplicemente giro, e nel lessico ciclistico ha già un suo posto di tutto riguardo. Io preferisco – ma questo vale appunto nella mia sfera soggettiva – l’accezione di Grandtour, quello dei romantici inglesi e tedeschi dell’Ottocento, il viaggio di formazione spirituale, educativa ed emotiva, di chi spendeva mesi alla ricerca e alla scoperta di luoghi incontaminati dalla grigia quotidianità.

Ma rimaniamo in ambito soggettivo, appunto: per me viaggiare in bici significa vedere il mondo a venti all’ora, sudarsi la meta, conoscere l’inmezzo prima ancora di tale sudata meta, omaggiare e rispettare una terra, penetrarla, conoscerla in maniera un po’ più approfondita. E poi significa anche pedalare, sfogarsi, raggiungere quell’effetto catartico in cui “ogni pensiero vola” – come recita l’iscrizione su una nota porta a Bomarzo.

Viaggiare in bici vuol dire inoltre privarsi delle comodità quotidiane, per dare loro un nuovo valore. Fare un po’ il selvaggio, giocare all’intothewild (e dico giocare perché non ho certo la pretesa di scelte estreme: mi piace tornare alla rassicurante quotidianità occidentale, ma mi piace anche metterla di continuo in discussione), oltre che purificare mente e corpo, ci permette di ragionare sul ruolo di oggetti e situazioni che si danno sempre più per scontate. Come facevamo prima? Come l’antichi, dice.

1.2. I km tra un posto e l’altro – l’Etica del Pellegrino

Come già accennavo, non conta la meta, ma la strada in mezzo. Certe cose vanno sudate, si tratta di una sorta di tributo ai luoghi attraversati, di uno sposalizio con la Terra. Non puoi dire di essere stato a Parigi davvero, se prima non hai preso la pioggia della Piccardia o costeggiato i canali belgi. Così come Atene e la Grecia intera assumono un altro senso soltanto se abbiamo avuto venti giorni per digerire il sole e i calamari fritti sparsi lungo il percorso tra Epiro e Beozia. E le salite, che dire delle salite? Io le vedo come sfide pacifiche, sfide in cui non c’è un vincitore e uno sconfitto – si tratterebbe di sfidare una montagna, sia mai! Al limite la montagna va onorata e venerata in un’ottica panteista, non certo col passo del colonizzatore armato di fuoristrada.

E il bosco? E le interminabili distese? Tutti quegli elementi naturali (e antropizzati, ovviamente: l’uomo fa parte della natura, con tutti i suoi sbagli e i suoi meriti, e i suoi prodotti vanno apprezzati in quanto tali) diventano non una cornice o uno scenario da occupare e sottomettere, ma un insieme di cui fruire e al quale dare qualcosa, come uno scambio simbiotico.  

Viaggiare in bici ti dischiude un nuovo concetto di viaggio: diventa lineare, scorrevole, fluido. E questo mi ha deformato (o ri-formato, a seconda dei punti di vista) al punto che non riesco più a concepire vacanze statiche, giri nei dintorni con ritorno nello stesso posto-campo base, o pause troppo lunghe. Viaggiare diventa un’urgenza, un virus, una bella malattia che ti spinge a inseguire virtute e canoscenza tipo Odisseo. E se già dieci anni a Ogigia da Calipso erano troppi e toccava rimettersi di nuovo in cammino, io dopo un paio di giorni già ho il prurito.

Oltretutto, va considerata la dimensione scaturita dal viaggiare con le tue cose appresso, nella maggiore autosufficienza possibile, in maniera “onesta” e con la sola forza muscolare applicata a una meccanica tutto sommato rudimentale in confronto ai nostri tempi: è quella che io chiamo l’Etica del Pellegrino.

Scrolliamoci subito di dosso ogni implicazione religiosa del termine pellegrino, e teniamoci invece quella umana e sociale: se ti allontani da casa tua, dal tuo paese, ti poni automaticamente in una condizione di apertura e di vulnerabilità nei confronti del mondo, ne diventi abitante e ospite al tempo stesso. E ci entri in punta di piedi, chiedendo ospitalità o acqua da bere, o rubando la frutta matura dagli alberi che sporgono o le pannocchie nei campi di grano, proprio come un pellegrino sulla strada da Canterbury a Roma. Solo che qui il Papa non c’entra, o meglio il Papa in questo caso è la Natura e la Scoperta del Mondo.

Insomma, viaggiare in bici ti riavvicina a una dimensione umana fatta della semplicità dei rapporti, dello scambio e della comunione con la terra. Ti permette di attaccare bottone a sconosciuti e di offrir loro da bere – sempre che non lo abbiano fatto prima loro – così come di girare senza preoccuparti delle tue condizioni esteriori o di come sei pettinato.

In altre parole, viaggiare in bici conferisce un lasciapassare per l’umanità perduta nei meandri della cosiddetta società civile.

Per usare parole di Battiato,

Nomadi che cercano gli angoli della tranquillità

nelle nebbie del nord e nei tumulti delle civiltà

tra i chiari scuri e la monotonia

dei giorni che passano

camminatore che vai

cercando la pace al crepuscolo

la troverai

alla fine della strada.

Lungo il transito dell’apparente dualità

la pioggia di settembre

risveglia i vuoti della mia stanza

ed i lamenti della solitudine

si prolungano

come uno straniero non sento legami di sentimento.

E me ne andrò

dalle città

nell’attesa del risveglio.

I viandanti vanno in cerca di ospitalità

nei villaggi assolati

e nei bassifondi dell’immensità

e si addormentano sopra i guanciali della terra

forestiero che cerchi la dimensione insondabile.

La troverai, fuori città

alla fine della strada.

(F. Battiato, Nomadi, 1988)

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Va da sé, spostarsi a pedali permette di scoprire cose non conoscibili in auto, aereo o treno. Se dovessi fare una classifica sulle mie preferenze dei mezzi di trasporto, sarebbe questa:

  1. bici: è semplicemente il punto più alto del progresso umano, dopo si è andati solo peggiorando, tramite la complicazione dell’evoluzione scientifica. Meccanica pura, impiego ragionato della ruota, un gradino sopra il Neanderthal, uno sotto il Cro-Magnon. Consente spostamenti giornalieri con un ragionevole carico tra i 40 e i 120 km giornalieri, a una velocità perfetta per godersi tutto.

  2. piedi: subito sotto, forse anche più nobile per la totale mancanza di filtri tra sé e il resto del mondo (al limite, gli scarponi e un bastone), rispetto alla bici hanno il solo svantaggio di un carico più limitato (sulle spalle dopo un po’ il peso si fa sentire) e di una distanza giornaliera minore (max 30/40 km).

  3. cavallo: mai provato – mi intimorisce un po’ l’idea di un essere animato sotto le chiappe, anche se mi incuriosisce molto l’empatia che si può stabilire tra te e lui, lo metto come terzo honoris causa, sulla fiducia;

  4. nave: o come si diceva un tempo, piroscafo: un ragionevole compromesso per “sudarsi” le distanze marine, avere il tempo necessario di interiorizzare lo spostamento, di metabolizzarlo. E poi, mi piace sempre vedere la terraferma allontanarsi e avvicinarsi, e le manovre di attracco in porto; e amo la sensazione che si prova quando ci si addormenta in mare, il dondolio ti dà l’impressione che qualcosa stia andando avanti senza la tua coscienza, un po’ come quando fischia il vento e tu sei al riparo;

  5. treno: l’estetica dei treni ha sempre avuto un certo fascino, rientrano in un prodotto umano che è stato simbolo del progresso e che è ormai diventato obsoleto – quindi gode di quel fascino un po’ retrò che tra l’altro permette di caricare agevolmente le biciclette, non a caso si trova vicino alla nave nella mia classifica. È un modo ancora onesto di guadagnarsi lo spostamento, sebbene dal cavallo in poi non parliamo più di propulsione muscolare propria;

  6. autobus: versione a gasolio del treno, oltretutto senza rotaie da seguire: se la locomotiva ha la strada segnata, l’autobus può scartare di lato e cadere (semicit.) Questo lo rende leggermente meno affascinante del primo, sebbene sia ancora un mezzo di trasporto collettivo, dove c’è occasione di conoscere e osservare un’umanità varia – prendi Kerouac, più di metà di On the Road è ambientato su queste linee bus di lunga percorrenza sulla Highway 61;

  7. automobile / caravan: garantisce autonomia di spostamento, e fuori dai centri urbani ha ancora un certo fascino: tutto questo, a condizione di prendere stradine secondarie e provinciali – le autostrade sono per chi ha un appuntamento con la Noia.

  8. aereo: quando è più lungo il tempo di fare il check in e il ritiro bagagli del volo stesso, ti rendi conto che qualcosa non va; oltretutto, se prendi un intercontinentale da Roma a Osaka, ciò non aumenterà la tua conoscenza di Turchia, Iran, Russia, Mongolia e Cina – anche se ci passi sopra.

1.3. Esistono tanti viaggi quante sono le persone

Dopo aver espresso queste convinzioni romantiche e un po’ adolescenziali, occorre fare un disclaimer: l’ho già detto prima, viaggiare è soggettivo – anche se molti stili soggettivi di viaggio io li chiamo vacanza, o peggio villeggiatura, sono di tutto rispetto, semplicemente si tratta d’altro.

Personalmente, mi è capitato di fare viaggi di scoperta, di sfida, di penitenza, di sfizio, di socialità goliardica e di esplorazione, il tutto filtrato dal periodo della vita, dal posto, dalla stagione e da innumerevoli variabili congiunturali. Fatto sta che ogni viaggio in bici ha lasciato in me un sapore diverso, unico e irripetibile, dal dolce all’amaro, dall’aspro all’intenso, ma mai sciapo. MI è capitato di viaggiare con gente identica a me e con gente molto diversa, con perfetti sconosciuti diventati poi amici fraterni e con imperfetti conoscenti restati poi tali. La compagnia, il luogo e lo stile di viaggio sono stati variabili costanti, tinte di un acquarello che mischiate hanno reso questo o quel viaggio così o colì. Ma di questo parleremo in dettaglio nel prossimo capitolo.

2. COME

Se sei arrivato fin qui a leggere, vuol dire che hai la pazienza di soffermarti sulle frasi e sui pensieri altrui. In altre parole, vuol dire che hai lo spirito del cicloviaggiatore, che presuppone la pazienza di arrivare in un luogo senza cercare scorciatoie. Se ci sei arrivato scrollando il testo, invece, ti consiglio www.momondo.it . Ci troverai molti voli e le coincidenze più veloci per le mete che ti interessano.

2.1. Lo spirito del viaggio

Come dicevo, anche all’interno della scelta di un viaggio in bici esistono innumerevoli soggettività e uno spettro di concezioni molto ampio. C’è chi mira più al ciclismo in senso sportivo e più al turismo: i primi avranno necessità di tappe più lunghe e dure, i secondi cercheranno collegamenti brevi e facili fermandosi molto nei posti, magari anche per giorni. C’è poi chi non vuole rinunciare alle comodità, e chi invece punta a un viaggio in stile clochard: i primi non si addormenteranno se non in un letto d’albergo, dopo aver messo le zampe sotto a un tavolo di ristorante, i secondi si accasceranno nel sacco a pelo in qualche macchia verde riparata dopo aver consumato tonno e fagioli di supermercato.

Ovviamente, in mezzo agli estremi citati come esempio esistono infinite scale di grigio, come ogni cosa nella realtà. La scelta del livello di abbrutimento, o di benessere, dipende dalla propria predisposizione ad adattarsi, a spendere e alla scelta dei compagni di viaggio – sempre che ve ne siano.

2.2. Ascesi, curiosità e benessere

Personalmente, questi sono i tre assi lungo i quali muove la mia pedalata lenta e goffa: il primo è il bisogno di purificazione di cui sopra, quella voglia di fatica e sudore che se non hai fatto tot km allora non va bene, quel desiderio di mancanza di sconti e di farla tutta, quella salita, senza barare. La bici eleva i sentimenti, una terra può essere compresa solo se si è bestemmiato interiormente per arrivarci. E se si è passata la notte in un sacco a pelo umido, a cercare di trattenerci dentro il fiato per mantenere quel po’ di calore corporeo. Insomma, in una parola, ascesi: non mi piace il concetto di cilicio, ma mi piace pagare (non spendere, pagare): ovvero, dare il giusto prezzo alle cose.

La curiosità è invece la seconda motrice del viaggio in bici: cosa c’è oltre quella collina? Posso farcela a svalicare prima che tramonti il sole? Quella deviazione dove conduce? Le domande sono la linfa vitale del viaggio, mettono l’adrenalina nelle gambe e condiscono la voglia di arrivare. Non ultima, le domande che ogni tanto rimbalzano nel cervello sudato sono: “Perché sono partito?” e “Cosa troverò alla fine del viaggio?”. La curiosità ci spinge a trovare un raffronto del reale col sognato, a far coincidere quella linea tracciata su carta con una rotta effettiva, a parlare a quel vecchio seduto al tavolino sotto quel portico ombroso. Ed è sempre la curiosità che ci permette di metterci in discussione, di assaggiare quel piatto tipico di quel posto, di fare un cuscino coi vestiti sporchi.

A proposito di piatti tipici di quel posto (ma anche di quell’altro): è mia consuetudine e fiera debolezza la resa incondizionata al Cibo: fammi dormire in un pagliaio o nel letame, ma non privarmi di un piatto di fettuccine ai funghi porcini. E qui arriviamo al terzo vettore, quello del Benessere. Per me il benessere spirituale coincide col vento sulla faccia tra i tornanti in discesa, con il profumo dei pini di fine agosto o con una strada a picco sul mare, mentre il benessere fisico si sovrappone quasi totalmente all’esplorazione della cucina tipica dei posti che si attraversano. Il cibo, a patto che venga prodotto nella stessa terra in cui si mangia, è un’emanazione diretta del Viaggio, un modo di capire una regione, di interiorizzarla – sì, in tutti i sensi, un po’ come in alcune tribù primitive vi era l’usanza di mangiare il cuore del nemico per assumerne il coraggio, ed era anche una sorta di omaggio. E non si possono scindere i boschi secolari della Corsica dal profumo dei suoi salumi che passeggiano allo stato brado, così come non si può evitare di ubriacarsi di Montepulciano quando si pedala sugli sterrati dell’Eroica.  

2.3. Straccioni e principi – dalla tenda all’excelsior, a seconda del budget

Sempre nell’ambito della soggettività dello stile di viaggio, potremo asserire che viaggiare in bici può risultare più o meno economico: di default è senza dubbio un tipo di turismo economico, di certo più di quello tradizionale fatto di automobili e aerei: la sola propulsione umana abbatte i costi di (alcuni, se non tutti gli) spostamenti.

Ciononostante, un cicloviaggio può spaziare dall’avventura estrema on the road in cui la tenda diventa la propria casa, al di fuori del campeggio (Alastair Humphreys girò il mondo in bici per 4 anni con un budget di 7000 sterline) fino alla vacanza “green” di relax, con soggiorni in hotel a quattro stelle e Spa. Anche in questo caso, si tratta di un continuum con questi due punti alle estremità: proviamo a elencare le soluzioni in mezzo, ordinandole dalla più economica alla più costosa:

  • tenda e campeggio libero: è la soluzione più avventurosa, quella che ci dà un contatto diretto con la Terra, quella che richiede maggiore adattabilità. Si tratta di scegliere un luogo appartato, tranquillo e sicuro dove piantare la propria tenda – non è possibile fare questo ovunque, ovviamente, ed è possibile che la polizia ci chieda di smontare tutto o ci multi – nei casi più estremi. È una soluzione praticabile in condizioni limitate, che garantisce grandi soddisfazioni ma che priva al contempo di molte comodità (doccia, bagno). A questo proposito sono particolarmente indicate le spiagge libere, alcune riserve naturali boscose, alcune aree da picnic attrezzate o semiattrezzate, mentre sono assolutamente sconsigliati e impraticabili gli spazi urbani, veri nemici del cicloturista fricchettone.

  • ospitalità – tenda  giardino – capannone – garage: seguendo l’Etica del Pellegrino sopra citata, è possibile, con una buona faccia tosta e con le debite facce pulite e oneste, appellarsi al diritto d’asilo del viandante. Si fa buio, sui monti ci sono i lupi e un posto alla buona in cui dormire non si nega a nessuno. E se un tempo l’ospitalità di forestieri sconosciuti era molto più comune, oggi la gente ha molta meno fiducia nel prossimo – per quanto chi si presenti coi bagagli e una bicicletta di solito venga automaticamente catalogato come una persona onesta e innocua: la bici in questo senso è un salvacondotto, una bandiera bianca che pare dire “Vengo in pace” in qualsiasi cultura: tanto dove scappo? A chi potrei far male, dopo cento chilometri a pedalare? Cosa avrei la forza (e la voglia!) di rubare? Tutto questo vale nei piccoli centri, mai nelle grandi città, e più in montagna che al mare, dove la gente è più conscia delle difficoltà dei luoghi e quindi più disposta ad aiutare il prossimo. Si bussa a qualche casa o fattoria, si chiede il permesso di poter piantare la tenda in giardino – meglio dentro a un recinto che in balia di cani selvatici – o in un capanno degli attrezzi. Se l’ospite è particolarmente gentile, solo o fiducioso, ci può scappare anche un letto. Il discorso ospitalità è ovviamente esteso agli amici e agli amici degli amici, e a questo proposito è opportuno crearsi una rete di contatti in quanti più luoghi possibile (mi è capitato più di una volta di costruire un itinerario di viaggio proprio in funzione delle conoscenze che mi potevano ospitare), come faceva Jack Kerouac appena arrivato in una città degli States. Oltretutto, ragionare per amici sparsi per il mondo favorisce l’internazionalismo e lo scambio culturale, e ci fa sentire parte di un pacifico tutto in movimento, specie se siamo disposti a ricambiare l’ospitalità a casa nostra.

  • couchsurfing e warmshowers: siamo ancora nell’ambito gratuito, ma stavolta codificato: couchsurfing.com e warmshowers.com sono due social network che hanno negli anni creato una rete di mutua ospitalità, fatta di referenze, profili pubblici e verificati, scambi culturali e sociali. Insomma, malgrado qualche rarissimo caso isolato ci sia stato, non si va a dormire da Jack lo Squartatore, ma da una persona che ha messo a disposizione il suo couch (divano) o un letto dei viaggiatori di passaggio: ci si apre un profilo, si mandano richieste mirate di ospitalità, se si può e si vuole si offre anche ospitalità di ricambio nella propria città. E si fanno nuove conoscenze, si ha l’opportunità di conoscere il punto di vista di un residente di quel luogo e non di un albergatore, ecc. L’unico lato negativo di questo sistema è il fatto di essere vincolati alla data e al luogo concordati, se si è preso l’impegno di farsi trovare lì in quel giorno. E se couchsurfing è una rete mondiale diffusissima ovunque, warmshowers è la sua versione creata appositamente per cicloturisti: target più specifico, maggiori cose in comune, gente più disposta ancora ad ospitare il viaggiatore di passaggio. Il difetto di quest’ultima rete è che ovviamente è meno diffusa e c’è un numero molto minore di iscritti rispetto a couchsurfing, quindi in alcune zone sarà difficile trovare potenziali ospiti warmshowers. Su come utilizzare al meglio questi due canali, si veda più giù al 7.4, “La scelta di un posto per la notte”.

  • Il campeggio attrezzato è la più comune forma di pernotto del cicloturista, e forse anche la più amata: abbiamo servizi spartani ma un “minimo sindacale” garantito, relativa sicurezza, contatto con la natura e costi contenuti. Per quest’ultimo aspetto, molto dipende dalla zona e dal tipo di campeggio: la Francia, per esempio, ha una meravigliosa rete di camping municipali che offrono servizi puliti in luoghi tranquilli e affascinanti a prezzi molto contenuti (6/7€ a notte), mentre le zone balneari più turistiche d’Italia sono arrivate a costare anche più di una stanza – va da sé che i campeggi a forma di villaggio turistico, quelli con animatore e piscina, vanno evitati per quanto possibile. Al cicloturista basta un angolo ombroso, una doccia e un bagno – il resto è sovrastruttura, e le sovrastrutture in molti casi più che un agio si rivelano un peso. Il campeggio ha i vantaggi sopra elencati più una certa libertà di arrivo e partenza (in 15 anni di cicloturismo non mi è mai capitato di trovare un campeggio al completo o che richiedesse prenotazione, ma magari sono stato solo fortunato io), e lo svantaggio del peso della tenda da portare con sé; oltretutto, va considerato che non sempre si trovano campeggi attrezzati nei luoghi in cui ci vogliamo fermare. Sotto questo punto di vista, le zone costiere offrono molta più scelta di quelle interne.

  • la camerata in ostello è un’ottima soluzione per le nottate di pioggia in cui non si può o non si vuole montare la tenda: un letto (vabbè, una branda) e uno spazio al chiuso a volte possono fare la differenza, quando l’umidità bussa. ll vantaggio è un posto asciutto tra i 5 e i 12€ a notte, lo svantaggio è la mancanza di privacy (ma che ce frega?) e la fiducia che va riposta nel prossimo quando si lasciano i bagagli in un ambiente comune. E anche in questo caso, il fatto che gli ostelli non si trovano ovunque.

  • il bungalow è la versione comodona ma ancora piuttosto economica del campeggio attrezzato: niente tenda da montare, un minimo di comodità in più, costi leggermente più alti della piazzola e leggermente più bassi di una stanza. Anche in questo caso i costi sono molto variabili, a seconda del numero di persone, della zona e della qualità del campeggio, oscilliamo comunque sui 15€ a notte.

  • la stanza è un lusso borghese: ciò non toglie che dopo salite, pioggia e disavventure si possa cedere al suo fascino tentatore, spinti magari dal fallimento delle opzioni precedenti – o semplicemente dalla voglia di stare comodi. È un’opzione da valutare nei Paesi particolarmente economici: per esempio, quando in Grecia un campeggio costa 7/8€ e una stanza 15, può capitare che per una volta l’Etica del Pellegrino se ne vada beatamente a fare in culo. Di norma, andiamo dai 20€ a notte in su.

  • sopra questa soglia, esiste il Lusso Regale: hotel, agriturismi, resort. A seconda delle comodità e degli agi desiderati, il prezzo lievita.

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3. CON COSA

3.1. L’attrezzatura

Come molte delle cose scritte sopra, anche l’attrezzatura è molto soggettiva: c’è gente che viaggia con nulla, e altra con tutto. C’è gente che viaggia con tante cose inutili e pesanti e altra che riesce a non farsi mancare nulla viaggiando leggeri come piume (io questi ultimi li ho sempre invidiati, avendo sempre riempito le mie borse di zavorre rivelatesi totalmente superflue). C’è chi ha bisogno di una serie di oggetti inseparabili e chi invece partendo fa di tutto per separarsi degli oggetti, per starsene un po’ con sé stesso.

Si pone inesorabile la dicotomia Esigenza di Leggerezza vs. Concetto di Necessario.

I parametri-base sono innanzitutto:

  • modalità di pernotto (la tenda, il materassino e il sacco a pelo sono le prime cause di ingombro)

  • stagione (il freddo impone un abbigliamento più pesante e ingombrante)

  • disponibilità e voglia di lavare il proprio cambio (farsi il bucato diminuisce notevolmente la quantità di cambi da portarsi dietro)

  • quantità di attrezzatura per le riparazioni (dove stiamo andando? Siamo così fiduciosi del fatto che negli Altipiani dell’Anatolia troverò uno smagliacatene o un copertoncino da 28?)

Va da sé che un abbigliamento tecnico – leggero, poco ingombrante e di facile asciugatura – vince nella sfida all’etto di carico in meno.

Ma in fin dei conti, tocca considerare un’ultima domanda: Quanto ci spaventa il peso? Davvero partire con quel chilo in meno vale il partire senza una borraccia piena di grappa? Abbiamo tutta questa fretta di arrivare da non poterci portare dietro nemmeno un libro?

3.2. La bici

Tanto per cambiare, anche questa è soggettiva. Questo articolo fornisce un’ottima panoramica sui tipi di bici da viaggio più diffusi, con spiegazioni tecniche che io a stento saprei dare. A seconda del grado di adattabilità (o di incoscienza, a dir si voglia), sentirai gente sostenere che si può viaggiare con qualsiasi bici e gente dire che senza una bici fatta così e così non si può viaggiare. Intanto, però, c’è gente che di fatto viaggia con qualsiasi bici. Una cosa è certa: quando si ha tutta la giornata per arrivare in un posto e l’unico limite imposto è quello della propria stanchezza, conta molto di più la comodità delle prestazioni.

I requisiti minimi di una bici da cicloturismo sono quindi i seguenti:

  • comodità: quando passi tutto il giorno sulla sella, e arrivi con la schiena rotta col pensiero di dover affrontare i km del giorno successivo, viaggiare può diventare un incubo più che quel sogno di libertà di cui parlavamo sopra. La bici da viaggio deve avere una postura comoda (manubrio, sella, misure giuste) e rilassata; a questo proposito, con gli anni mi sono abituato al manubrio da corsa e ora non riesco più a pensare a una bici da viaggio senza la piega, che consente una posizione della schiena in diagonale molto riposante per lunghe distanze;

  • resistenza: quando si viaggia carichi, si sottopone ogni componente della bici – telaio, ruote, portapacchi – a uno sforzo sovradimensionato: portare un centinaio di kg per un centinaio di km causa sovraffollamento di centinaia, ed è bene che il nostro mezzo non sia troppo delicatino, perché ogni movimento e tensione viene ingigantita da uno stress continuo.

  • una buona tripla davanti: puoi avere la migliore gamba al mondo, ma se viaggi a pieno carico non puoi affrontare le salite senza un rampichino degno di questo nome. Poi, certo, si fa tutto, ma perché soffrire di proposito? Rapporti agili e leggeri e nessuna velleità da tutinato è la prima regola della pedalata da viaggio; sono sempre più diffuse tuttavia le bici monocorona con compatta dietro, che garantiscono comunque rampichini senza bisogno di tripla.   

3.3. Componenti,  marche e feticci

  • copertoni: se ogni componente di una bici da cicloturismo deve o dovrebbe essere resistente, la priorità assoluta va ai copertoni, che saranno sottoposti a fondi stradali diversi: in linea di massima, anche qui dipende dal tipo di viaggio che si è pensato, e dalla programmazione dell’itinerario su strada, su sentieri o ibrido, ma per questo sarà utile consultare il prossimo capitolo (4.1, 4.4); i requisiti sono uno spessore non troppo sottile (tra il 25 e il 35) e una resistenza alle forature. Quando si viaggia la prima marca che viene alla mente è la Schwalbe, e i più gettonati sono senz’altro i Marathon Plus, sebbene ci sia anche chi non la pensa così. Altri copertoni usati sono i Durano, sempre della Schwalbe, i Continental, i Michelin , ma personalmente mi sono trovato benissimo con i Kojak (ancora una volta della Schwalbe), che sono totalmente lisci e leggerissimi, e costituiscono quindi un ottimo compromesso tra scorrevolezza su asfalto e agilità su sterrato (tengono bene anche con la pioggia).

  • cambio: come già detto, è necessaria almeno una tripla davanti, e un cambio resistente e agile. Sul lato tecnico non mi soffermo, se non per dire che personalmente ho sempre viaggiato con cambi economici (Shimano Tourney, Acera) e a meno che non si facciano viaggi intercontinentali possono svolgere il loro compito in maniera decente; sempre per opinione personale, mi trovo molto bene con i comandi bar-end (le leve alla fine della piega del manubrio), che di fatto liberano spazio sul manubrio per attacchi borse, luci, bandierine e cotillon.  

  • sella: Brooks, BMP, Selle Italia e Royal sono solo alcune delle marche più quotate.

  • portapacchi: entro certi carichi e viaggi di una certa difficoltà, è sufficiente un portapacchi tarato per il carico previsto, ma la migliore scelta per il cicloturismo è senz’altro il Tubus.  

  • borse e bagaglio: il must del cicloviaggiatore è senz’altro la coppia di borse Ortlieb, praticamente eterne e impermeabili. Ne esistono vari modelli, più innumerevoli accessori che vanno dalle borse da manubrio all’abbigliamento. Ottime ma più costose anche le Vaude, più economiche e meno resistenti le BRN, ancor più economiche ma sconsigliate le Btwin della Decathlon

3.4. Cosa portare

Quella che segue è una lista – strettamente personale anche questa – che utilizzo come modulo preimpostato ogni sera prima di una partenza (sì, ovviamente mi riduco sempre all’ultimo e altrettanto ovviamente non dormo, come i ragazzini prima di una gita). Anche se la quantità e il tipo di oggetti da portare con sé è come tutto soggettivo, può costituire una buona base di lista da integrare (e da sfoltire, a seconda di esigenze e circostanze). Per eccesso di maniacalità compulsiva e Alzhaimer galoppante, giungo a stampare la lista spuntando le cose messe in borsa, per poi passare la notte insonne col dubbio di aver effettivamente messo dentro quell’oggetto, oppure a mettere ciò che ho paura di dimenticare davanti alla porta o sulle chiavi per essere costretto a vederlo, ma non voglio rischiare di sconfinare nella psichiatria.

Va da sé che di quanto è elencato qui sotto quasi nulla è indispensabile, e raramente mi sono portato l’elenco al completo, ma valutare l’utilità effettiva di ogni oggetto in relazione al viaggio può rivelarsi utile.

ATTREZZATURA BICI

commento

borse laterali

vedi 3.3, l’attrezzatura

portapacchi

vedi 3.3, l’attrezzatura

eventuali altre borse (manubrio, sottosella, ecc.)

vedi 3.5, l’assetto di carico

ganci tiranti

anche se non si utilizzano in partenza, sono utili per caricare oggetti temporanei (vedi 3.5 l’assetto di carico), spesa, ecc.

catena

raramente capiterà di lasciare la bici carica incustodita: ma “raramente” è più di “mai”, e di certo è più importante legare la bici che il carico. Se magari gli oggetti di valore (portafogli, cellulari, macchine fotografiche, ecc.) possono essere portati sempre dietro nella borsa da manubrio, è difficile che qualcuno voglia rubare le vostre mutande sporche. (Vedi 3.5 l’assetto di carico)

chiavi e brucole

tutte quelle necessarie per la propria bici, compreso lo smontaggio dei pezzi se si prevedono trasporti in aereo o treno (vedi 4.5 Trasporti)

bomboletta gonfia e ripara

può essere visto come un disonore, in ogni caso è una pezza temporanea e un rimedio veloce: quando si è in viaggio non si sa mai che tempi e modi si avranno per cambiare una camera d’aria, e questa può essere un rimedio per accorciare i tempi e arrivare a destinazione della tappa, per poi fare le debite riparazioni a tappa completata.

camere d’aria (2 o 3)

L’ideale è ricomprarne man mano che si usano le scorte, lasciandosene sempre un minimo di due sempre in borsa.

tip top + colla

pompa

casco

Esistono dibattiti e polemiche sull’utilità effettiva del casco nel ciclismo urbano e nel cicloturismo. Personalmente lo trovo scomodo, ma lo metto nelle discese, ovvero negli unici tratti in cui possa acquistare una velocità tale da risultare pericoloso.

olio lubrificante e sgrassatore

smagliacatene e falsamaglia

tiraraggi

I raggi, specie quelli della ruota posteriore, col carico tendono ad allentarsi o piegarsi, ed è bene controllarli e tirarli periodicamente anche durante il viaggio.

raggio di riserva

mappe google offline / cartine

Vedi 7.2 “Dove andiamo?”

borracce

Vedi 7.3

copriborsa impermeabile

Non strettamente necessario se le borse sono già impermeabili; si tratta di un telo elastico da avvolgere attorno alle borse in caso di pioggia.

Spazzolino pulizia catena

viti e bulloni varie

Servono sempre, e quando si allentano vengono perse senza che ce ne rendiamo conto. Per fissare un portapacchi, un parafango o qualsiasi altra cosa, è sempre bene averle.

tante buste

Perché le buste, direte voi? Perché le buste ingombrano e vengono buttate sempre e poi si rimpiangono nel momento del bisogno, e il viaggio coincide con l’apice di tale momento del bisogno. Servono a separare indumenti buoni da quelli malvagi (puzzolenti), attrezzi, cose umide, cose unte, cose asciutte, cibi e criceti vari. O eventualmente ad autosoffocarsi, se qualcosa va storto.

tantissime fascette di varie misure

Se le buste si rivelano amiche del cicloviaggiatore, le fascette diventano salvezza: da quando me ne sono accorto, sostengo che “non c’è problema al mondo che non possa essere risolto con una fascetta o con un caffè”

ATTREZZATURA CAMPEGGIO

tenda

non dimenticate picchetti e stecche – se pensate sia impossibile, sappiate che a me è capitato.

materassino

dal dormibene della palestra agli autogonfiabili tecnici, per tutti i gusti e schiene

sacco a pelo

ovviamente in linea con la stagione e il clima della meta scelta

torcia

fornelletto a gas

se si va in campeggio e si evitano cibi pronti

caffettiera e tegami

come sopra

posate da campeggio

coltellino multiuso / cavatappi / apriscatole / apribottiglie

Ok sei bravo e apri la Peroni con l’accendino, ma il vino come lo stappi poi?

accendino

anche se non fumate, serve SEMPRE (vedi sopra)

martelletto per picchetti

sapone di Marsiglia (da bucato)

se si decide di lavare i panni

filo stendipanni e mollette

come sopra

tappi per le orecchie

Indispensabili se si viaggia e dorme con me

ABBIGLIAMENTO

calzoncini

maglie tecniche

cambi (mutande, calzini)

magliette cotone

felpa pile

giacca a vento

ovviamente la cosa migliore è sempre un abbigliamento a strati; la pesantezza della o delle giacche va valutata in base a luogo e stagione

pantalone lungo

come sopra

scarpe

sandali / infradito

berretto

occhiali / occhiali da sole

asciugamano tecnico

sono più piccoli, fatti apposta per raggiungere piccole dimensioni piegati, si asciugano prima – purtroppo non asciugano benissimo te, ma non si può avere tutto

telo mare

se c’è il mare; altrimenti, telo da montagna.

costume

vedi sopra

guantini

giacca impermeabile / k-way

bandana

ACCESSORI

Cellulare

caricabatterie

caveria usb varia

power bank

Il power bank è uno strumento indispensabile se si usa molto il cellulare e si sta in campeggio, o comunque in posti dove non è scontato trovare una presa di corrente. Io uso un Aukey da 20000mAh, che può fornire quattro/cinque cariche complete a seconda del modello, ma anche la Cellularline fa ottimi prodotti. In linea di massima, sono da considerare funzionali per il viaggio quelli da 7/8000mAh in su.  

tablet / caricatore

mi è stato utile per scrivere gli appunti di viaggio e mandarli in tempo reale

macchina fotografica / camera go pro / ecc.

libri

crema solare

anche quando è nuvoloso o non particolarmente caldo, stare esposti a luce e vento per svariate ore a fine giornata si fa sentire (per lo stesso motivo, cappello e occhiali sono utili)

portafogli / passaporto / documenti

Se si viaggia per perdersi, sapere chi si è può tornare sempre utile

generatore codici bancari / chiavetta

Se non si vuole viaggiare con grande contante o si prevedono disastri economici, un ATM si trova (quasi) ovunque; tuttavia, dovesse essere necessario ricaricare una prepagata, fare un bonifico o qualsiasi altra cosa… insomma, non si sa mai.

chiavi di casa / chiavi catena o lock

cuffiette / I-pod

Se si viaggia soli, possono rivelarsi ottime compagne

carta e penna

Evitando la Moleskin, un bloc notes da 50 centesimi in cartoleria andrà benissimo. Decisamente più affidabile e più romantico del tablet.

SANITARI / BAGNO

dentifricio e spazzolino

I migliori amici dell’uomo fin dal momento della loro invenzione, e forse l’unico punto indispensabile della lista

shampoo / docciashampoo / bagnoschiuma

tagliaunghie

deodorante / sapone

salviettine umidificanti e fazzoletti

Secondi in pole position subito dopo lo spazzolino, per le soste nature sono un fattore chiave, che può determinare l’umore di intere giornate di viaggio.

cerotti / garze / acqua ossigenata

medicinali

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3.5. L’assetto di carico

Caricare la bici in maniera ragionata e funzionale è una delle parti più ardue del viaggio. Solo col passare dei giorni diventa più semplice e rapida la localizzazione di un oggetto, e il suo conseguente posizionamento in cima o in fondo alle borse in base alla sua frequenza di utilizzo: è praticamente impossibile tentare di accorciare questo processo di apprendimento sul campo, rassegnatevi. Tuttavia, col passare degli anni, mi sono abituato a fare almeno una macrodivisione a monte delle cianfrusaglie spesso inutili che mi porto dietro (sì, sono uno di quelli “meglio pesante ma con un oggetto inutile in più”, categoria di viaggiatore scomoda): vado per livelli.

Viaggio o escursione breve, una borsa Ortlieb; viaggio medio, due borse Ortlieb; viaggio lungo, due borse Ortlieb + borsa manubrio. Eventualmente, si può pensare di espandere ulteriormente lo spazio di carico con seconda coppia di borse anteriori, e ancora con zaino o sacca legata sopra il portapacchi, ma andiamo sul molto pesante, pesante perfino per me.

In una borsa metto tutto ciò che è attrezzi e meccanica, nell’altra tutti gli indumenti, mentre gli accessori, i valori e le cose di utilizzo frequente nella giornata vanno nella borsa manubrio. Se ho tenda e/o materassino, li lego sul portapacchi sopra le borse, lasciando quello spazio più leggero possibile. Basta solo ricordarsi quale è la borsa-officina e quale la borsa-guardaroba, io ormai le distinguo dalle spillette.

4. DOVE

Scegliere la meta e il percorso di un cicloviaggio è una delle mie parti preferite: l’adrenalina che ti corre in corpo davanti a una mappa o a delle curve di livello, decidere il chilometraggio giornaliero e collegare i punti di interesse, dare un senso simbolico a quella linea (o a quel cerchio, perché no) ideale che si andrà a tracciare col proprio sudore è una sensazione di intensità quasi pari al viaggio in sé. Non è forse l’attesa del viaggio il viaggio stesso?

Ma anche qui si possono seguire vari criteri, a seconda della nostra concezione di viaggio.

4.1. La pianificazione del viaggio

Per me un viaggio in bici deve necessariamente avere una valenza simbolica. Una traversata o un attraversamento, un periplo, un tematismo forte… sicuramente dev’essere lineare, sono rari gli eterni ritorni al punto di partenza, magari obbligati nei casi in cui si tratti di isole. Però la maggior parte delle volte ho disegnato una linea cercando solo in seguito di darle un senso logistico, in parole povere ho sempre cercato di adattare la realtà all’idea.

La partenza e la meta devono avere una forte energia, e vanno raggiunte staccando le ruote da terra solo in casi di assoluta necessità: le già nominate Etica del Pellegrino e Ascesi, immancabili compagne di viaggio, esigono che non si bari, o lo si faccia soltanto quando serve davvero. Così come in salita non si scende, piuttosto ci si ferma a riprendere fiato e si riparte da quello stesso punto, è una questione deontologica – se non quasi d’onore cavalleresco.

Anche il simbolismo della meta va maturato, riempito nelle settimane se non nei mesi: un germe di un’idea, bella quella terra, vorrei proprio girare per quelle strade lì, poi studi sparsi sul web, vediamo un po’ cosa incontro per questa costa qui, e se taglio per le montagne? E così via dicendo. I consigli di chi c’è già stato, una foto, una semplice suggestione data da un verso, una poesia, un libro, anche due parole buttate a caso dal primo stronzo che passa: ciascuno di questi fattori, se seminato in una mente resa fertile dal giusto concime, può germogliare fino a diventare un’urgenza da appagare a tutti i costi. E quando mi fisso, non mi do pace e rimugino varianti, sfoglio mappe, elucubro programmi.

Mi piace fare programmi che poi non riesco a seguire.

Mi piace anche tirare la corda, e su carta le distanze appaiono sempre meno temibili che dal vivo – quando magari ci scontriamo con la cruda realtà, fatta di pioggia, tir, deviazioni e forature che rallentano i nostri ipotetici 25 km all’ora di media per coprire quei 100 km in metà giornata. E mi piace ideare un viaggio da poter raccontare, per poi vedere cosa mi riserva il Caso rispetto alle aspettative che mi ero fatto prima della partenza.    

Ma tutte queste sono perversioni strettamente personali, e si può (fortunatamente!) fare cicloturismo in mille altri modi diversi, alcuni più sani, altri più rilassanti.

C’è anche chi preferisce proprio non farne, di programmi, e pedalare in una direzione per fermarsi solo quando il sole scende a violentare altre notti. E magari scegliere lì per lì di fermarsi in un posto un giorno in più, una settimana in più, soltanto perché quel vecchietto gli ha offerto da bere o perché in quella taverna la cameriera è carina. O proprio scegliere di non tornare.

Di solito si agisce così quando si hanno lunghi periodi di tempo a disposizione, e non si hanno a cuore tutte quelle baggianate sulla coerenza ciclistica di cui sopra, che – ripeto – sono problemi che mi faccio solo io. È un modus vivendi che mi affascina, ma al momento non me lo sono mai potuto permettere, e dico “potuto” per scelte fatte a monte e non per mancanza di possibilità (il Tempo uno se lo crea, se vuole).

C’è poi chi preferisce dei binari sicuri, un viaggio con la libertà della bicicletta limitato però dalla codificazione di un percorso scelto da altri. È questo il caso di chi sceglie una ciclovia o un tracciato già battuto o consigliato dalle comunità ciclistiche. Questa concezione di itinerario non mi trova affatto contrario, anzi: ha il pregio di scegliere dei percorsi studiati apposta per pedalare, solitamente sicuri e affascinanti, in molti casi anche attrezzati appositamente per i bisogni del cicloturista. Porta però con sé l’inevitabile taglio alla parte di progettazione della rotta, e dona in cambio la sicurezza di un qualcosa che già funziona, perché qualcun altro ha già testato per te. Per fare un esempio concreto, qualche anno fa ho provato la blasonatissima ciclovia Londra/Parigi, l’Avenue Verte: un percorso bellissimo, rilassante, fatto apposta per il cicloturista, però preferisco ancora le statali abruzzesi.

Questo discorso vale naturalmente solo per i viaggi su strade carrabili: per i sentieri e la MTB vale la pena avere delle tracce GPS da seguire, se non altro per motivi di sicurezza.

4.2. La pianificazione delle tappe

Il cicloturista non è uno sportivo, non necessariamente perlomeno: se si vuole trascorrere un viaggio che sia anche vacanza, con dei tempi di relax e di turismo tradizionale, insomma non avere il fiato sul collo, sarà bene considerare alcuni variabili nel pianificare le tappe.

Superate le turbe sturmundranghiane relative al simbolismo, quando butto giù un programma di viaggio, mi pongo dapprima queste domande:

  • deve essere un viaggio in bici o una pedalata attraverso dei posti? (traduzione: l’accento sarà spostato sul turismo o sul ciclismo?)

  • con chi parto? Che livello di allenamento / fretta / resistenza hanno?

  • mi interessa di più quello che posso scoprire lungo il viaggio o la compagnia?

  • quanti giorni a disposizione ho?

  • che budget ho a disposizione?

  • che tempo farà nel posto in cui vado? Farà freddo, caldo, ci sarà vento, sole, pioggia, neve? E posti in cui fare il bagno?

  • Ci sono posti in cui voglio assolutamente passare?

  • Quali mezzi di trasporto ho per raggiungere la partenza? E il ritorno? E lungo il percorso, a cosa mi posso appoggiare in caso di problemi?

  • Ho intenzione di prendermi dei giorni di pausa in cui non si pedala?

  • Quanto voglio lasciare al caso, e quanto alla programmazione?

Solitamente, almeno per i miei gusti personali sto sul 70% ciclismo e 30 turismo. Amo stare molto in sella, e ogni tanto fermarmi in qualche posto (mai più di due notti nello stesso posto). Dopo l’idea, il concetto di viaggio, la prima cosa che faccio è capire quanti km sono in tutto, e da lì divido per il numero di giorni che ho a disposizione. Di rado mi è capitato di avere più di 20 giorni liberi di fila, quindi la lunghezza dei miei viaggi è sempre stata influenzata dai limiti temporali.

A seconda del risultato della divisione, tiro le prime somme e verifico la fattibilità del progetto.

So ormai bene – a mie spese e di alcuni che mi hanno sciaguratamente seguito – che se ci si vuole godere il viaggio, prendersi il proprio tempo per visitare questo o quello, fermarsi qualche giorno o anche solo avere parte della giornata libera dalla pedalata, sarà bene non fare più di 60 km al giorno. E so altrettanto bene che la velocità media di un viaggiatore, pause comprese, è di 10 km orari. Via ogni pregiudizio sportivo, quando ci si allena ci sono delle cifre, quando si pedala per scoprire una terra tendenzialmente non ce ne sono proprio, ci cifre: sono irrilevanti, se non per pianificare.

Ciononostante, i 60 km giornalieri a 10 all’ora sono soltanto una prescrizione responsabile per occupare 6 ore della giornata a pedalare e il resto a vagare: mi è capitato di fare tappe da 130 km, ma devo dire che in questi casi ci si lascia troppo alle spalle senza il tempo di metabolizzarlo. Diciamo che un range attendibile e verosimile senza sofferenze inutili può andare dai 30 ai 100 km al giorno, a seconda del livello di allenamento (e di penitenza).

Verificato se la divisione rientra in questi valori, passo a programmare le tappe in un elenco, appuntandomi le città o le località di possibile sosta – e ovviamente tutto ciò che c’è di utile nel raggio di una decina di km prima e dopo la possibile sosta. A quel punto, ho in mano una prima bozza di programma giornaliero con le relative distanze, di solito variabili nel mio caso tra i 70 e i 110 km, e a seconda dei luoghi e delle aspettative valuto la possibilità di inserire giorni di riposo.

Deciso anche questo aspetto, è pronto un calendario. Mi segno i punti critici (altimetrie, v.4.3; ma anche passaggi obbligati poco piacevoli su strade a grande percorrenza, che solitamente cerco di evitare), quelli in cui mi interessa fermarmi o prevedere giorni di pausa, e quelli in cui intendo pernottare (vedi 7.4, “Dormire: la scelta di un posto per la notte”). E preparo quello che viene definito dai tour operator un “roadbook”, tappa per tappa, con chilometraggio, dislivello, meta della giornata e pernotto.

Se tutto questo metodo può sembrare claustrofobico e troppo vincolato ai tempi, dipende unicamente dalla quantità di giorni liberi per viaggiare: se potessi, me ne starei mesi e mesi fuori e andrei alla Ventura, ma avendo tempi circoscritti dell’anno in cui partire, mi è purtroppo necessario pianificare. Tanto quel margine di imprevisto e di libertà c’è in ogni caso.

4.3. Altimetrie, queste sconosciute

Quando si va in bici a livello amatoriale, il primo, grande mostro da affrontare è la Salita. Ho visto persone macinare in tranquillità chilometri in piano, e arenarsi alla prima, flebile rampetta. Rimango convinto che sia in larga parte un fattore psicologico, che è razionalmente abbattibile con l’assunto “fretta non ne ho”: se la scalata è dura, ci si ferma, ci si riposa, si va piano piano, si ingrana il rampichino e via. A meno che non ci insegua un gruppo di cani randagi: in quel caso si torna indietro in discesa.

Il cicloturista (o il ciclista) neofita avrà difficoltà a quantificare e valutare il concetto di salita accumulata, o di dislivello complessivo. Tracciare su uno dei tanti tracker online le tappe permette oggi di capire in anticipo quali e quante salite ci saranno durante la giornata, in modo da razionalizzare gli sforzi.

Omettendo la solita premessa che qualsiasi singola parola scritta qui è strettamente soggettiva e che i dati che elenco sono relativi al mio allenamento e al mio concetto di viaggio, ho rilevato una serie di parametri orientativi e relativi al mio livello di allenamento per stabilire la difficoltà di una tappa:

  • facile: 0 < 300 m di dislivello complessivo. Entro i 300 metri di accumulata parliamo sostanzialmente di pianura;

  • medio: 300 < 800 m di dislivello complessivo. In questa soglia rientrano tappe collinari con saliscendi o brevi salite.

  • impegnativo: 800 < 1500 m di dislivello complessivo. In questa categoria ci sono tappe montane, con passi e valichi da superare

  • molto impegnativo: > 1500 m di dislivello (il massimo mai fatto in una giornata per me è stato di 3000 m di dislivello)

Altro fattore di cui tenere conto è la pendenza media delle salite, e  - guarda caso – anche questo dipende dalla preparazione atletica: personalmente preferisco una salita lunga e graduale a una breve e ripida. Comunque sia, mi sono abituato a riconoscere i tipi di salita da questi parametri:

  • graduale / appena percettibile: 0% > 3%: parliamo quasi di falsopiano, quello che fa guadagnare quota senza nemmeno accorgertene;

  • graduale / salita classica: 3% > 7%: in questo range di pendenza è inclusa la maggior parte delle strade asfaltate. Si tratta di salita, certo, ma è fattibile con un rapporto agile con una certa velocità, anche a carico pieno;

  • salita dura: 8% > 12%: qui la pendenza costringe al rampichino e a ritmi più lenti: solitamente si tratta di strappi brevi, ma sofferti;

  • rampa / muro da castigo divino: > 12% Oltre il 12% è buono per le mountain bike, oppure per spingere a piedi bestemmiando.

Per pianificare al meglio le tappe di un viaggio, sarà bene tracciare l’itinerario prima di partire su uno dei router / tracker gps disponibili gratuitamente on line. Queste risorse sono numerose e variegate, e il loro utilizzo può essere diviso essenzialmente in tre funzioni principali:

  • pianificazione: questa fase preliminare permette di “disegnare” a tavolino il tracciato che ci interessa sulla mappa, e ottenere tutte le informazioni e specifiche tecniche relative alla tappa da noi creata: lunghezza in km, altimetria complessiva, pendenza media, diagramma altimetrico;

  • orientamento: questa funzione ha invece il compito di orientarci e guidare il nostro percorso durante la pedalata lungo la traccia scelta; ovviamente, è anche possibile seguire un percorso creato da altri, saltando la fase precedente di pianificazione; i formati di file utili a questo scopo sono .gpx, .kml e altri ancora;

  • tracking: questa funzione registra in tempo reale il nostro cammino in formato di dati gps, che rimane utile da condividere o da analizzare in funzione dei dati di tempo e quindi velocità raccolti. È utile soprattutto agli sportivi, per misurare le proprie performances, ma anche in fase di ricognizione quando si crea una traccia da seguire in un secondo momento o far seguire da altri.

In questa fase, quella di pianificazione, lo strumento che finora ho trovato più utile è MapMyRide, ma nel paragrafo 7.2 “Dove Andiamo?” verranno passati in rassegna alcuni dei più usati tracker gps online e le loro caratteristiche.

E in questo modo la triade Ascesa / Ascesi / Ascelle sudate viene pienamente soddisfatta.

4.4. il fondo stradale

Il fondo stradale è una variabile non indifferente. Personalmente il mio tipo di viaggio ideale è principalmente su asfalto con qualche excursus per sentieri sterrati non impegnativi, e la rete stradale di solito offre alternative affascinanti alle arterie di grande percorrenza che permettono di godersi paesini e paesaggio incontrando una macchina ogni tanto. Soprattutto questo tipo di strada mi piace: non ciclabile (che palle fare il criceto su strade già predisposte), né statali (perché viaggiare in bici se devo farlo per il percorso più breve e brutto?), ma strade secondarie condivise con le automobili. E ogni tanto un po’ di wilderness sulle strade bianche, niente sentieri tecnici da mountain bike, quel tanto che basta per ricordarsi che veniamo dalla Terra e alla Terra ogni tanto dobbiamo tornare.

Partire con una bici da strada ci preclude ogni imprevisto, scegliere una mountain bike ci rallenta molto: quando si viaggia si è sempre oscillanti tra l’imprevisto e la progettazione, tra comode rotaie e deviazioni inaspettate, ed è opportuno per questo motivo scegliere un tipo di bici pronto a fondi stradali diversificati. Ovviamente la percentuale di sterrato influirà drasticamente sulla velocità media e quindi sulla lunghezza delle tappe.

C’è ovviamente poi il cicloviaggio classico, quello nato da un articolo su quella ciclovia attrezzata e sicura, e anche questa scelta è di tutto rispetto. Ma a mio avviso si perde qualcosa dello spirito stesso del Viaggio. Come a dire, se i polsi non tremano sul manubrio per i sassi e le bestemmie, se almeno una volta non hai l’impressione di pedalare a vuoto, se non ti capita mai di non sapere dove stai andando e senti i cani che abbaiano al tramonto, ecco, allora ti stai perdendo qualcosa.

4.5. La bici e i trasporti

Molte destinazioni dei viaggi le scelgo proprio in base alla facilità che un certo luogo ha di farci arrivare la bici – smontata o montata che sia. A questo proposito, treni regionali e traghetti sono amici preziosi per il cicloturista, dato che consentono il trasporto bici senza doverla necessariamente smontare e imballare.  Treni veloci e aerei un po’ meno, bus un’incognita.

Se il tempo di soggiorno è piuttosto breve (entro le due settimane), cerco di non smontare la bici per il trasporto, o perlomeno farlo soltanto al ritorno: non tanto lo smontaggio e il rimontaggio, quanto l’imballaggio è un’operazione scomoda e tediosa, a meno che non si possiedano le apposite sacche – pensate soltanto ai trasporti del materiale di imballaggio in aeroporto: mi è capitato di dover impacchettare la mia cavalcatura coi cartoni degli stracciaroli di Atene,operazione già complessa di suo per il reperimento degli stessi, e poi di dover portare questa pila di fogli piuttosto piccoli ma pesanti e ingombranti in aeroporto insieme alla bici carica in metro, quindi smontarla e fare un collage coi cartoni più adatti.

Un viaggio che invece parta e finisca in porti o stazioni ferroviarie permette operazioni di carico più snelle e veloci (quando il servizio funziona, sia chiaro). Ma passiamo in rassegna i principale mezzi di trasporto sui quali è possibile caricare la bici, e i loro pro e contro:

  • treno regionale: lento, scomodo e poetico, è la croce e la delizia dei primi spostamenti extraurbani. Trenitalia sta deliberatamente affossando il servizio regionale per privilegiare la TAV, cancellando corse, servizi e orari. Malgrado ciò, il nostro carro bestiame favorito resiste, guadagnandosi odio e amore. 3,50€ di supplemento giornaliero (a parte alcune regioni illuminate come Liguria e Puglia, dove non si paga) e passa la paura – o inizia, a seconda dei punti di vista. Utile per gli spostamenti entro i 300 km, se si inizia a fare troppi cambi per distanze più lunghe si perdono intere giornate di trasporto, che invece si potrebbero passare a pedalare.

  • traghetto o piroscafo, come a taluni piace definirlo in maniera un po’ retrò: affascinante e comodo, rivela tutta l’agilità del cicloviaggiatore nel districarsi nella stiva, dove ha sempre un posto sicuro. Non bisogna smontare nulla, soltanto godersi le uscite dal porto e l’orizzonte blu durante la traversata. Unica pecca la scarsità di tratte, che sono dipendenti da porti e compagnie, questo mezzo è particolarmente utile per le mete mediterranee (Sardegna, Corsica, Croazia, Spagna, Francia meridionale, Albania, Grecia, isolette varie) e per le traversate nordiche (Manica, Baltico, Irlanda, ecc.)

  • bus: è la grande incognita del cicloturista: salvezza insperata o beffa. La sua possibilità di caricare bici a bordo dipende dalla compagnia, dal Paese e soprattutto dall’empatia del conducente, che si riserva di decidere se c’è spazio o no per la bici a seconda di quanto è pieno il mezzo. Per esperienza personale, posso affermare che esiste un rapporto inversa proporzionalità tra cultura ciclistica ed empatia: in altre parole, meno sono abituati a vedere viaggiatori in bici (cfr. Sud Italia, Grecia), più saranno disposti a fartela imbarcare facendo uno strappo alla regola. Ecco, tutto ciò era valido fino a qualche mese fa, prima dell’avvento di FlixBus: ora, in quello che potremmo definire la RyanAir del trasporto su gomma, è possibile prenotare il trasporto bici (intera!) a bordo insieme al biglietto – non sempre il servizio è disponibile, ma almeno te lo dicono prima, in fase di prenotazione. Ulteriore vantaggio è che le rotte seguite sono molto più ramificate rispetto ai treni regionali, e a volte fanno meno cambi su destinazioni lontane.

  • treno veloce e aereo: personalmente li uso come ultima ratio, un po’ per partito preso, un po’ per l’effettiva scomodità del dover trovare o portarsi dietro l’imballaggio. Malgrado alcune compagnie come TransAvia, non a caso olandesi, consentono il trasporto bici senza smontaggio, con le sole ruote sgonfie, il manubrio girato e i pedali tolti, arrivare in aeroporto con il proprio mezzo già carico e in più i cartoni o la sacca per caricarlo è impresa scomoda e laboriosa. Quasi tutte le altre (finora ho provato RyanAir, British Airways e Vueling) consentono il trasporto bici smontata e opportunamente imballata: qui e qui ci sono maggiori informazioni. L’alternativa per utilizzare questi due mezzi con comodità è viaggiare in Brompton.

  • esistono ovviamente altre soluzioni, più turistiche e agevoli ma che rendono il viaggio meno avventuroso, dal noleggio bici in loco al trasporto attrezzato con mezzi a motore da parte di tour operator – ma volete mettere la soddisfazione di viaggiare col proprio catenaccio? Si tratta sempre di scegliere tra un viaggio e una vacanza (vedi 1.3)

  • per chi ha tempo, poi, il modo migliore per spostarsi in un viaggio in bici resta comunque la bici.

5. QUANDO

5.1. Pioggia, vento, sole e ferie

Per il viaggiatore il Quando è un concetto relativo, subordinato al Come (che a sua volta è subordinato al Se). Viaggiare annulla il Tempo, lo possiede e fa proprio, un po’ Dean Markley dice di Charlie Parker in On The Road - “Lui sì che ha la nozione del tempo!” – o forse si riferisce soltanto al fatto che suoni bene il be-bop, ma ognuno ci vede quello che vuole. Quindi aprire un paragrafo sul Quando fare un viaggio potrebbe suonare quasi offensivo, antipoetico.

Tuttavia, esiste un concetto che consente di portare a termine progetti, magari anche da vivi e perfino in maniera piacevole, talvolta: si chiama realismo.

Sono solito viaggiare in ogni stagione e in ogni luogo senza preoccuparmi troppo del clima o delle condizioni meteorologiche, seguendo l’antico detto che “Tutto ciò che si bagna, prima o poi s’asciuga”: personalmente, la voglia (l’urgenza?) di viaggiare è tanta che la prima variante sono i giorni liberi a disposizione, ma chi ha modo di scegliersi la stagione può farsi due conti in base al caldo, al freddo, alla piovosità e ai grandi flussi turistici che rendono alcuni posti più affollati e meno vivibili – in generale, maggio, giugno, settembre e ottobre sono i miei mesi preferiti per pedalare.

5.2. Tra turismo e cicloturismo, tra città e umanità

Quando si è in viaggi di questo tipo, le convenzioni legate alla quotidianità su educazione, contegno e pulizia si scardinano, diventano lasche: attenzione, parlo di convenzioni e quindi di formalità, non di rispetto e solidarietà. Quelle aumentano, e non potrebbe essere altrimenti, visto che allontanarsi dalla propria tana implica uno spostamento di contesto fuori dall’ordinario, che mette in discussione il proprio status abituale.

Non appena si lasciano i rassicuranti confini di casa propria, il Mondo stesso – e poco importa che sia anch’esso antropizzato e nient’affatto selvaggio – diventa casa, e si crea immediatamente una spaccatura netta tra Mondo Rurale e Mondo Urbano: il primo, anche se non parliamo della steppa siberiana o del deserto cileno, è più a contatto con la natura, è abitato da persone accoglienti e semplici, offre tanto a prezzi abbordabili; il secondo è fatto di traffico, velocità e divieti, e ci riporta alla nostra cattiva coscienza dalla quale fuggiamo. Nei grandi centri non si trovano campeggi, tutto è turistico e standardizzato, bisogna sempre buttare un occhio alla bici per timore che te la rubino. Man mano che si viaggia sempre più forte è il desiderio di limitare il tempo trascorso nelle città e di aumentare quello in campagna, riservando alla metropoli il piacere di una visita da turista tradizionale – ma un’altra volta.

6. CON CHI

6.1. I compagni di viaggio – meglio soli o male accompagnati?

Come già detto, un viaggio mette l’individuo tanto quanto il gruppo in una condizione inconsueta, calandolo in un contesto spesso problematico, spesso euforico, mai piatto o scorrevole. Insomma, grandi alti e bassi. Le persone con cui si viaggia sono un banco di prova di socialità non indifferente, in maniera più profonda rispetto a quello che può rappresentare un viaggio ordinario: come ogni cosa, può andare bene e può andare male. Si possono creare situazioni di tensioni ma anche rapporti inimmaginabili al di fuori della Strada, amicizie che nascono in seguito a un viaggio o che restano soltanto all’interno dello stesso.

A volte – a me un paio – si può scegliere di viaggiare in bici da soli: pedalare dà molto più tempo per pensare e meno per annoiarsi rispetto a un viaggio senza bici, e lo sforzo fisico è in ogni caso catartico quando si vuole stare un po’ coi propri pensieri. Quello che ho capito dopo una ventina di giorni da solo, però, è di avere un limite temporale di serena solitudine, circa 12/13 giorni: passato quel termine, inizio a parlare e cantare da solo perché mi manca il suono di una voce umana, oppure attacco bottone con qualsiasi malcapitato trovi sul mio cammino.

6.2. Indipendenza e gruppi si parte insieme, si arriva insieme?

Il fattore primario di possibile divergenza durante un viaggio è certamente il ritmo di pedalata: c’è chi non può o non vuole correre, chi ha bisogno di più pause e chi tende invece a spingere perché stare fermo gli mette ansia, chi vuole viaggiare in gruppo e così via: tendenzialmente, il primo postulato in questi casi è “Si parte insieme, si arriva insieme” – se non altro per solidarietà, rispetto e coerenza nei confronti della scelta comune che si è fatti all’inizio. Però questo non deve essere un vincolo all’interno del viaggio, se ci sono disparità che condizionano il cammino, e mettere in conto l’eventualità di potersi separare per poi darsi degli appuntamenti lungo il cammino o a fine giornata è necessario.

7. E ADESSO?

7.1. La suddivisione della giornata: orari, programma, soste

Com’è la giornata di un cicloturista? Di norma, non esiste un programma fisso, e il bello è proprio quello. L’unico metronomo che ha voce in capitolo è l’arco luminoso del sole, dal momento in cui ci dà luce e calore a quando ce li toglie. All’interno di quest’arco, ci sono poi alcune variabili: a meno che non si scelga di pedalare soltanto mezza giornata e di godersi il resto in relax, lo spartiacqua tra “salita” e “discesa” (metaforicamente parlando) della tappa è il pranzo, e le eventuali ore calde successive se parliamo di estate e temperature proibitive per pedalare.

Al di fuori della pausa pranzo, non esistono barriere se non quelle che decidiamo sul momento – una pausa per bere, per fotografare, per visitare un posto bello. Cercare di formalizzare questa prepotente libertà cognitiva è quasi una forzatura, tuttavia di proveremo dando un modello di programma giornaliero (per questo è opportuno anche conoscere l’altimetria della tappa che si va ad affrontare, in modo da non doversi trovare ad affrontare salite impreviste – che comunque ci saranno, in un modo o nell’altro):

7.30 sveglia e colazione

8.00 partenza

8.00/12.30 pedalata e pause varie

12.30 inizio ricerca posto per mangiare

13.00 pausa pranzo e ricerca posto per accamparsi la notte (a meno che non sia già pianificato)

15.00/16.00 ripartenza (a seconda del caldo e delle ore luce disponibili)

17.00 eventuale spesa (se non ci sono posti aperti per mangiare la sera dove si arriva)

18.00/19.00 arrivo, cena e sollazzo

Se ci sono salite dure, è molto meglio pianificarle in mattinata o comunque a inizio giornata, per togliersi subito la parte difficile e per non rischiare di affrontare ostacoli già stanchi.

7.2. Dove andiamo?

Se si viaggia su strada, orientarsi è importante ma non troppo difficile. Una buona cartina, magari di quelle vecchie con le curve di livello altimetrico e i tratti panoramici evidenziati in verde, sarà più che sufficiente, così come in molti casi la strada giusta si ottiene semplicemente seguendo le indicazioni dei cartelli stradali, magari sapendo quali città seguire in successione. Tuttavia, una serie di ulteriori informazioni – nonché più precise – si può ottenere con la tecnologia satellitare GPS, della quale ormai tutti gli smartphone sono dotati. Sapere il punto preciso in cui ci si trova, quanto dista in km quella località e cosa ci aspetta oltre quella curva ci aiuta a pianificare i tempi e a dosare le energie. Come già anticipato in 4.2 e 4.3 per la pianificazione delle tappe, esistono varie app utili a questo proposito, che passeremo ora in rassegna per quanto riguarda la funzione di orientamento (seguire un tracciato prestabilito o un’indicazione stradale):

  • Google my Maps: le mappe Google sono un’app preinstallata in tutti i telefoni e sono consultabili gratuitamente. Hanno inoltre la preziosissima risorsa di mostrare tutti i punti di interesse sul percorso in cui ci troviamo, hotel, punti di assistenza, informazioni reperibili tramite motore di ricerca e connessione ad Internet. Se però siamo all’estero senza un contratto adeguato o in montagna dove non c’è campo, abbiamo comunque un modo per utilizzarle che mi ha spesso salvato, scaricarle offline. Qui è spiegato come fare, e da quel momento la mappa è visualizzabile come file sul telefono senza più dipendere dalla connessione dati o wifi; il segnale gps è invece indipendente dalla connessione a prescindere, e ci mostrerà dove ci troviamo anche in assenza di connessione. La funzionalità MyMaps permette inoltre di creare mappe personalizzate con segnaposto e punti di interesse nonché vari livelli (layers) esportabili e importabili in .kml (purtroppo ci sono problemi con la lettura dei gpx): per utilizzarla è sufficiente avere un account Google.

  • Mapmyride: ottimo in fase preliminare per la pianificazione a tavolino delle tappe, è invece meno chiaro per quanto riguarda l’orientamento. È vero che esiste una funzione in versione mobile per seguire un itinerario precedentemente caricato, ma dipende sempre dalla connessione. Preferisco usarlo per creare percorsi o per registrarli dal vivo, come tracker, lasciando a Google Maps o a uno dei seguenti il compito di orientarmi.

  • Viewranger: è forse la più completa e versatile app di questo tipo: permette di importare ed esportare file gpx, nonché di seguirle offline (anche con una funzionale modalità navigazione che non costringe a guardare costantemente il telefono); ha il solo difetto che alcune mappe sono a pagamento.

  • Bike Route Toaster: ottimo per la pianificazione, è estremamente leggero e versatile per quanto riguarda l’import / export di file gpx, kml ecc. ma non ha una funzione mobile per orientarsi in tempo reale, né di tracker per registrare i percorsi.

  • Open Street Map: costituisce insieme a ViewRanger la più importante risorsa cicloviaria sul web; basato sul concetto di opensource, utilizza mappe libere dal copyright che ad esempio ha Google, frutto del contributo della comunità di utenti. Utilissimo il layer relativo alle strade più battute e alle ciclovie più o meno segnalate altrimenti, così come la funzione per seguire tracce gpx offline.

  • Bikemap: ottimo tracker funzionale soprattutto per la funzione di pianificazione, ha però anche le modalità di orientamento (sarebbe solo online, ma se si carica un percorso quando si è connessi lo si può seguire offline dato che rimane nella cache) e di record (non molto precisa). Come MapMyRide, Viewranger e OpenStreetMap, è fondato sul concetto di community e vi si possono molte tracce di altri utenti divise per zona e regione.

  • Strava: app pensata essenzialmente per sportivi, tarata sulla performance (è molto precisa e ricca di statistiche in fase di record della traccia), diventa poco funzionale nel momento in cui abbiamo bisogno di orientarci o di pianificare una tappa a tavolino.

Ai lati di questa carrellata di applicazioni tecnologiche, esistono due poli opposti: il Garmin, lettore/navigatore tracce gps che ci libera dal fardello del cellulare, delle batterie che si scaricano, della ram occupata, ecc.; e il metodo de l’antichi, che consiste nel chiedere la strada ai volenterosi villici. Essi, bontà loro, nella quasi totalità dei casi fervono e bramano nel mostrare la propria conoscenza dei luoghi natii ai forestieri: ciononostante, può verificarsi l’accidente che essi filtrino le indicazioni stesse in base a ricordi o esperienze personali, dacché distanze, pendenze e fattibilità di alcune strade ne escono pesantemente distorte. In altre parole: se un contadino in trattore ti dice che quella strada si può fare, è perché lui la fa in trattore; se un bifolco in macchina ti dice che mancano 2 o 3 chilometri alla meta, va messo in conto che potrebbero effettivamente essere 15 o 16, dato che non è abituato a pedalarli, e così via. Va infine considerato che il tempo speso a raccogliere informazioni ridondanti e superflue – spesso filtrato da aneddoti strettamente personali, tipo “Gira a destra alla grande quercia che porta alla chiesetta dove si sposò mia figliuola, che gran giorno fu quello” – rischia di essere equivalente al tempo perso sbagliando strada per conto proprio. Insomma, è da considerare e valutare.

Un’ultima risorsa che dà preziose indicazioni sulla strada – questa muta e anche oggettiva – è la strada stessa, o meglio il paesaggio: punti di riferimento a vista, selle, valichi, foreste, salite, discese, mari, monti, fiumi, autostrade, ferrovie, il territorio che attraversiamo è pieno zeppo di indicatori naturali che ci possono dare un’idea di come saranno i prossimi chilometri anche se non siamo mai stati in quella zona. Per fare un paio di esempi tra i tanti possibili: so che una salita è quasi al termine quando vedo più cielo che alberi, e immagino difficile un altro picco nascosto dietro quel tornante; quando evo tenere una direzione, cerco di usare come riferimento un fiume, una costa, una ferrovia – è fondamentale sapere sempre dove sia il nord, almeno approssimativamente.

7.3. Mangiare e bere: colazione, pranzo, cena

Se bere durante una pedalata è fondamentale – come altrettanto fondamentale è l’ “acqua del sindaco” e il diritto imprescindibile di averla gratuitamente, ci abbiamo fatto pure i referendum – una delle cose sulle quali non si può lesinare è il cibo: se devo andare al risparmio, come già si diceva prima (vedi 2.2, “Ascesi, curiosità e benessere”), si può tagliare sulle comodità o sul giaciglio, ma non sulle calorie. Senza lo stomaco pieno non si va da nessuna parte. Personalmente preferisco andare a panini e frutta, concedendomi sporadiche incursioni in taverne e locande dove trovare cibi del posto – no posti turistici, no trattorie di lusso. La ricerca del “posto tipico” prevederebbe un trattato a parte, essendo dotato di un’estetica tutta propria che solo in parte si interseca con quella del viaggio; scoprire quell’angolo in cui il vecchietto che puzza di cacio munge le capre a mano, dove la sordida matrona riempie succulente scodelle di pasta e fagioli, dove l’oste è già ebbro del proprio vino nero, ecco, tutto ciò non ha prezzo. Più siamo lontani e nascosti dalla globalizzazione urbana, più accessibili saranno questi paradisi della sugna. Durante il viaggio si dovrebbe mangiare in maniera semplice e abbondante, scoprire i sapori della terra in cui si passa, mangiare come i suoi abitanti. Fare colazione nei forni prima ancora che nei bar, preferire le crostate ai cornetti confezionati, (ri)scoprire il sapore del pane di giornata con miele o marmellata. Fermarsi ai chioschi a bordo strada e comprare mele o susine. Fare razzia degli alberi incustoditi di ciliegie, fichi e scavalcare gli steccati per prendere un grappolo d’uva o un paio di pannocchie – non di più di quanto serva in giornata, il viaggio richiede un approvigionamento di sussistenza.

L’alcol, contrariamente a quanto vale per gli sportivi, è un buon compagno del cicloviaggiatore: distende la mente e rilassa la gamba, aiuta a liberare endorfine e a godersi la passeggiata – non è certo della performance o di dimagrire che ci interessa.

Il Teorema del Vecchietto di Paese costituisce da sempre un ottimo criterio per stabilire la genuinità di un posto: guarda dove vanno a mangiare o dove si radunano i locali di una certa età, e hai fatto bingo. Tale teorema supera in affidabilità persino la Legge del Coltello Tagliente e il Postulato della Tovaglia a Quadri, ed è pari soltanto al Corollario del Bicchiere Spaiato per determinare se quella taverna è davvero autentica e zozzona.

7.4. Riposare e dormire – la scelta di un posto per la notte

Quando il sole volge a ponente e le ombre si allungano, è tempo di smontare dalla sella e cercare un covile, una casa temporanea che accolga le nostre membra intorpidite. A seconda delle scelte fatte a monte, possiamo avere più o meno chiaro in testa quale sarà il letto che ci ospiterà stanotte – sempre che di letto si tratti.

Se abbiamo programmato le tappe in base a un pernotto certo e al chiuso, il problema non si pone: che sia albergo, ostello, b&b o amico ospitante, occorre soltanto averlo prenotato per quella data e raggiungerlo prima che faccia buio per rilassarsi; se invece si tratta di un campeggio, nella quasi totalità dei casi non occorre nemmeno prenotare, è davvero raro che le piazzole siano tutte piene – perlomeno in vent’anni di campeggi ovunque non mi è mai capitato di essere rifiutato perché non avevo prenotato: in questo caso, sarà sufficiente prevedersi un margine di tempo per non montare la tenda col buio.

Se non si sa con precisione dove ci si fermerà, sarà opportuno preoccuparsi dei cartelli, delle informazioni di chi si incontra per strada o su internet già dall’ora di pranzo. Voglio fermarmi in questa città o nei suoi pressi? Comincio a vedere quali soluzioni offre quella zona già dal primo pomeriggio, se ci sono campeggi, strutture, ecc.

Una tattica diversa richiede l’utilizzo di couchsurfing e warmshowers: anche in questo caso è abbastanza importante avere almeno tre o quattro giorni di preavviso sulla data in cui si intende cercare ospitalità, ma se si è in pochi (meglio ancora da soli o massimo in due) si hanno buone possibilità di essere accettati. Del resto, chi viaggia in bici mette fiducia e ispira simpatia; per ottenere maggiori possibilità di essere ospitati, sarà opportuno curare il proprio profilo con foto e informazioni (numero di telefono, eventuali link a blog, viaggi fatti, gusti personali, ecc.), per fornire una sorta di biglietto da visita al potenziale host: dopodiché si passa al bombardamento a tappeto. Si inviano tante richieste sulla zona nella quale si intende cercare ospitalità, controllando ogni volta che è possibile l’app da mobile, anche durante il viaggio stesso. In questo modo ho fatto viaggi senza spendere un centesimo di alloggi, programmando i pernotti con un paio di settimane di anticipo e le tappe di conseguenza, in base a chi poteva ospitarmi. Anche in questo caso, campagne e piccoli centri si dimostrano più ospitali delle città, perlomeno su base empirica.

Se infine si vuole andare alla Ventura, abbiamo due strade da battere – più o meno praticabili a seconda del clima, della zona e dell’adattabilità: il campeggio libero e l’ospitalità a sconosciuti. La prima soluzione sacrifica sull’altare di Supertramp la comodità di una doccia calda e di un cesso con tavoletta: si tratta di scegliere un posto appartato, una spiaggia libera, una radura in un boschetto, la riva di un fiume, a volte persino un campetto sportivo di paese o un parco pubblico. La tolleranza nei confronti del bivacco è come al solito inversamente proporzionale alla rusticità del luogo, e assolutamente sconsigliato / impossibile nelle città.

Nelle riserve naturali o in alcuni Parchi nazionali il campeggio libero è permesso, in altre vietato, in altre ancora sarebbe vietato ma è di fatto tollerato: l’importante è avere rispetto per il luogo e fare attenzione a cani randagi o a ronde leghiste.

La seconda soluzione richiede un buon livello di sfacciataggine e al tempo stesso una faccia pulita e affidabile: si tratta di bussare di porta in porta chiedendo un posto dove dormire – non necessariamente dentro casa, anche un garage, un capannone o un giardino in cui piantare la tenda possono fare la differenza rispetto all’esterno – che è effettivamente imprudente in alcuni contesti. Se la faccenda di chiedere ospitalità a sconosciuti può sembrare avventata, basti pensare che questa usanza varia di regione in regione (e di epoca in epoca): ci ricolleghiamo al discorso sull’umanità perduta di qualche paragrafo sopra, e magari questo può essere un buon modo per ritrovarne un po’ – esiste ancora, ve lo garantisco, specie per chi si sposta con una bici.

7.6. Comunicare

Non di solo isolamento si vive in viaggio: mantenere i rapporti col resto del mondo è in fin dei conti naturale e necessario. A parte il telefono, può capitare di non avere connessione dati nel Paese in cui si viaggia, e che al contempo le informazioni in rete siano indispensabili per il nostro viaggio: i punti wi-fi diventano in questi frangenti delle oasi di informazione nel deserto, e in cambio di un caffè, di un pasto o semplicemente di nulla ci si può fermare in maniera tattica per raccogliere informazioni sul nostro percorso. Un’alternativa economica e un’insperata risorsa viene inoltre dal colosso della globalizzazione, il McDonald: per chi non lo sapesse, infatti, oltre a essere radicato sul territorio mondiale in maniera capillare, i fast food del McDonald e di altri grandi catene multinazionali offrono un potente segnale wi-fi gratuito senza una consumazione in cambio. E dato che non amo i loro prodotti, più di una volta mi sono ritrovato a scroccare la loro connessione semplicemente sostando all’esterno.

7.7. Raccontare

Un viaggio affastella ricordi e sensazioni in maniera più veloce di quanto si possa elaborare: dietro ogni curva c’è un’immagine, ma il senso del tempo e dello spazio si fondo in un unicum, ed è utile annotare le proprie memorie regolarmente per evitare che la linea tracciata si avviluppi nella nostra testa come una matassa confusa. Al tempo stesso, o si scrive o si vive: e se si è troppo presi dal dover registrare quello che ci sta accadendo, non si vivrà mai appieno l’esperienza del viaggio; come in ogni cosa, occorre buon senso nel dosare questi due aspetti. Personalmente ho provato a scrivere da pc o tablet, a fissare i miei ricordi registrando note vocali sul telefono (quanto ci si sente stupidi a parlare da soli!), ma il miglior compagno di viaggio resta sempre un blocchetto di carta e una penna.

 

Premessa doverosa

Se cercate consigli tecnici e attendibili, in giro per il web ci sono risorse di gran lunga più utili di questa sezione, una tra tutte, le segnalazioni e recensioni di BikeItalia. Del resto, un sito abbondante e dozzinale come il mio si definisce da solo.

Quello che intendo invece fare è condividere qualche consiglio e impressione basato sulla mia esperienza, roba spicciola e per neofiti.

Perché viaggiare in bicicletta?

Già all’interno di uno dei miei diari spiego cosa significa affrontare un viaggio a bordo di una bici, quindi non mi dilungherò: spostarti su distanze medio-lunghe con il solo ausilio delle tue gambe, non dipendere da niente e da nessuno per i tuoi spostamenti, guadagnarti i posti che visiti col sudore, penetrare una terra senza offenderla o calpestarla, nel suo pieno rispetto della sua essenza e della sua cultura, avere come unica preoccupazione il dover trovare un posto dove dormire prima che scenda il sole, sono tutte sensazioni che non hanno prezzo. Personalmente sono convinto che sia il modo più adatto per comprendere il luogo che si è scelto di visitare, e alla velocità giusta per rendersi conto di dove ci si trova e che cosa c’è nello spazio in mezzo tra una città e un’altra.

 

Requisiti minimi di sistema

Non occorre essere sportivi per viaggiare in bicicletta. Nel bellissimo libro Tre Uomini in Bici (che poi, lo ammetto, è alla base della mia concezione dei diari di viaggio) Paolo Rumiz, Altan ed Emilio Rigatti hanno affrontato la Trieste/Istanbul a età comprese tra i 50 e i 60 anni e senza alcuna particolare preparazione fisica. È però altrettanto vero che il viaggio in bici non è per tutti: ciò che è indispensabile è l’adattabilità, la curiosità, una certa resistenza alle difficoltà e la disposizione a perdersi nel mondo e in sé stessi. Del resto, privarsi di particolari comodità serve a dare valore a ciò che tendiamo a dare per scontato, o più semplicemente a rendersi conto che non tutto è così necessario come crediamo. E anche se non bisogna essere necessariamente sportivi e che ogni meta va scelta proporzionalmente alle proprie capacità, un minimo di allenamento è sempre consigliabile prima di mettersi in viaggio.

Fasi preliminari #1: L’attrezzatura

Che cosa serve per fare un viaggio in bici? Innanzitutto, una bici. Solitamente hanno due ruote, dei pedali, un manubrio e così via. Tecnicamente è possibile fare viaggi con quasi tutti i tipi di bici, ma la scelta di quelle da trekking è sempre la più auspicabile. Escludendo per motivi di budget quei gioielli di ditte specializzate come la Koga o la Tout-Terrain, una bici con ruote da 28 sufficientemente resistenti andrà benissimo per viaggi su strada. Molto meglio se a 21 rapporti, dotata di V-brake (i freni a disco non sono indispensabili per il viaggio) e di parafango, e di meccaniche semplici (sganci rapidi ruote, misure chiavi standard e facilmente regolabili) per fronteggiare riparazioni e cambi di assetto con pochi attrezzi e relativa velocità. L’importante è che tutte le componenti siano in grado di trasportare un certo peso, altrimenti succede questo.

2013-08-22 17.25.53Per i viaggi, fortemente consigliato anche se non indispensabile è il manubrio a farfalla o dotato di corna, per una maggiore comodità su tratte lunghe.

Anche il portapacchi deve essere molto resistente. La ruota posteriore solitamente è sottoposta a un carico maggiore, sia perché il peso di chi pedala ha il baricentro spostato all’indietro, sia per ragioni di equilibrio: per questo motivo, la camera d’aria e i raggi di quest’ultima possono rivelarsi i punti deboli dell’assetto se non sono di buona qualità. Personalmente preferisco sistemare uno zaino e due sacche dietro lasciando i pesi più leggeri sul portapacchi anteriore, come il sacco a pelo o il materassino.

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Per i viaggi più lunghi, è però preferibile dotarsi di un altro paio di borse anteriori e/o di una sacca da manubrio. Si perde un po’ in agilità e in equilibrio, ma si guadagna in ripartizione del peso e in capacità di trasportare bagaglio. Tuttavia, la mia filosofia di viaggio è “fai a meno di qualcosa, lascialo a casa e viaggia più leggero”.

Le borse laterali devono essere anch’esse molto resistenti e impermeabili. Se ne trovano anche da 20€, ma in questo caso sono sufficienti due o tre tappe per lacerarne delle parti. Quelle di Decathlon sono un’economica via di mezzo sicuramente migliori, ma devo ammettere che in questo caso conviene spendere qualcosa in più (dalle 80/90€ in su) e preferire le Ortlieb, totalmente impermeabili, comode da sganciare e agganciare, utilizzabili anche singolarmente e praticamente eterne. Pe’ ste cose i tedeschi ce sanno fà. Di più c’è solo il carrello, una dimensione che mi affascina e che devo ancora sperimentare.

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Un’ultima componente-base dell’attrezzatura è una buona tenda, compatta e leggera il più possibile: niente gazebi da campo militare, per intendersi. La tenda è sempre uno degli elementi più pesanti dell’intero bagaglio, quindi c’è chi tende a escluderla preferendo soggiorni più comodi su un letto di quelli veri, ma in alcuni casi è sempre bene averla appresso, non si sa mai.

Casomai ci fosse bisogno di dirlo, NO TWO SECONDS DELLA DECATHLON. Ingombrante anche da piegata, scomoda e da falsi campeggiatori: se vai in campeggio ti assumi la responsabilità di saper montare una tenda, non si bara. Sempre da Decathlon, Questa è molto usata tra i cicloturisti, anche se in giro c’è di molto meglio, e una buona tenda può fare la differenza. Quella di Fabio è forse un po’ più ingombrante e pesante, ma certamente più funzionale e comoda. Anche il pollame la apprezza, come si evince dalle foto.

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Per il resto dell’attrezzatura (abbigliamento, attrezzi per le riparazioni, ecc.) rimando a una lista più dettagliata alla fine di questa pagina, alla voce “cosa portarsi e cosa no”, oppure al documento di progettazione dell’ultimo viaggio da Nantes a Barcellona, dove sono annotate tappe, pernottamenti e lista cose da portare.

 

Fasi preliminari #2: Lo studio del percorso

Almeno per quanto mi riguarda, la scelta di un itinerario è una delle fasi più divertenti e dense di significato del viaggio in bici: sì, perché una meta deve essere simbolica, avere un valore affettivo, storico, epico, mitico. Avere un significato, appunto. La Rotterdam/Parigi è nata come una sorpresa all’insaputa di chi era in Erasmus nella capitale francese e mi sapeva da tutt’altra parte, le isole di Corsica e Sardegna sono microcosmi densi di una loro peculiarità irripetibile, e la chiusura/cultura dei loro abitanti è un tesoro che solo lo sferragliare tranquillo di una bici può avvicinare con la dovuta discrezione; sogno di tagliare il continente americano per le Montagne Rocciose per conoscerne le contraddizioni umane e le magnificenze naturali, l’attraversamento dei Pirenei tramite Andorra era una sorta di sfida ma anche di pegno da pagare a un Occidente in evidente decadenza. E tra i progetti rimandati a data da destinarsi c’è anche la Milano/Sanremo, magari in bici da corsa onore di tempi più cavallereschi e quasi eroici. Mentre tra quelli in cantiere per quest’anno c’è la Barcellona/Lisbona, per chiudere la Trilogia Atlantica cominciata con Rotterdam/Parigi e Nantes/Barcellona:


Visualizza BARCELLONA / LISBONA 2014 in una mappa di dimensioni maggiori

 

Tolte queste romanticherie da vecchi dinosauri sentimentali, per la scelta di un itinerario adeguato occorre considerare le seguenti variabili logistiche:

  • Tempo a disposizione: un viaggio in bici che lasci il giusto sapore in bocca richiede almeno una decina di giorni, anche se non sempre è facile conciliare dei tempi rilassati con impegni e lavoro. I viaggi epici e di una certa lunghezza richiedono anche mesi o anni, ma parliamo di un altro livello.
  • Budget a disposizione: risolto il discorso attrezzatura, i viaggi in bici non richiedono grandi somme, e possono arrivare a diventare praticamente a costo zero a seconda dell’adattabilità, della stagione e delle condizioni. Il nome “abbondanti e dozzinali” non è certo stato scelto a caso. L’ultimo viaggio, quello da Nantes a Barcellona, ha limitato le sue spese al biglietto aereo di andata Roma/Nantes (110€) e di ritorno via traghetto Barcellona/Civitavecchia (80€ per 18 ore di follia) e al cibo (e non è detto che serva sedersi in trattoria per saziarsi!). Le notti sono stato ospite come couchsurfer presso residenti nei luoghi in cui passavo, un’ottima soluzione, specie quando si viaggia da soli e ci si ferma ogni notte in un posto diverso. Quando si ha modo di portarsi appresso una tenda (ne esistono di molto compatte), anche il campeggio è un amico di vecchia data del cicloturista, e aiuta a entrare in una dimensione di viaggio più fisica e intensa.
  • Facilità dei trasportinon tutti gli stati sono bike-friendly, e a meno che non si voglia partire dalla propria città (e nel caso di Roma, uscire dall’anello del Raccordo non è affatto piacevole) o noleggiarne una sul posto, è necessario trasportare la propria bici fino alla città di partenza del viaggio. E il trasporto è più o meno difficoltoso a seconda della politica di mobilità dello stato in questione. Per esempio, mentre il traghetto è un’opzione sempre comoda e agevole (bici in stiva, sovrapprezzo minimo e via!) e pertanto partire da città di porto può essere un’opzione agevole, i treni in Italia hanno politiche molto restrittive: a meno che non si voglia smontare e rimontare completamente la propria bici e inserire in una delle apposite sacche da viaggio, i vagoni per il trasporto delle bici sono al momento presenti soltanto sui treni regionali. Questo vuol dire che portare la propria bici da Roma a Milano, per fare un esempio, equivale a scegliere tra avvalersi delle pregiate (e costose) Frecce, smontare e rimontare la bici, oppure a viaggiare per 16/20 ore con 3 o 4 cambi da un regionale all’altro. Il sovrapprezzo per il trasporto bici su regionali è di 3,50€, vale 24 ore dall’obliterazione ed è acquistabile sia nelle biglietterie che negli automatici, sotto l’enigmatica dicitura “altre opzioni”. Per quanto riguarda l’aereo, vale sempre la regola dello smontaggio e dell’apposita custodia, anche se ogni compagnia ha la sua politica: personalmente ho trovato molto comoda ed economica Transavia, compagnia olandese che permette di caricare intera la bici in stiva come bagaglio speciale con un sovrapprezzo di soli 40€, a patto che si sgonfino le gomme (la pressione le fa scoppiare!), si ruoti il manubrio e si tolgano i pedali. L’unico difetto è che le linee coperte sono ancora poche (da Roma va a solo Rotterdam e a Nantes, e le ho sfruttate già entrambe).
  • distanza complessiva, lunghezza tappe e dislivello altimetrico: a seconda delle proprie capacità fisiche e del ritmo che si vuole dare al viaggio (passeggiata? villeggiatura rilassata e itinerante? viaggio della speranza? sfida ascetica?), sarà opportuno valutare, cartina alla mano, quanti chilometri si intendono fare giornalmente e per quanto tempo. Personalmente sono arrivato a pianificare tappe da 90/100 km al giorno, mai più di 120 e raramente meno di 40, ma a volte mi rendo conto che ho ritmi un po’ troppo frenetici per godermi a pieno i posti che visito. Per chi non ha esperienza di cicloturismo sarà opportuno scegliere una grande ciclabile europea (tra Olanda, Germania e Francia ce ne sono molte e belle lungo i fiumi, che tra l’altro garantiscono un andamento pianeggiante e molto facile) e tappe da 20/30 km, fattibili in una mezza giornata. È opportuno pianificare anche giorni di riposo, specie quando si allungano le distanze, per fronteggiare imprevisti come danni, riparazioni o semplice relax. Una variabile non trascurabile è il fattore altimetrico, ed eventuali salite vanno previste e considerate attentamente prima di ritrovarsi intrappolati in una conca tra due valichi mentre la sera scende. Ecco, il criterio-base è proprio questo: dove posso piantare la tenda o trovare un giaciglio prima che cali il sole? Posso fare quella salita, posso arrivare al valico per quella determinata ora? Qual è la mia velocità media da crociera? Quante ore di luce mi concede la stagione scelta? Quante ore calde posso permettermi di stare fermo all’ombra? Personalmente, so che a pieno carico e con rilassatezza posso viaggiare a 25km/h di media in pianura, 20km/h in generale, 15 considerando le pause nell’arco dell’intera giornata, 10 nelle salite. Un cicloturista alla prima esperienza può tranquillamente considerare 10/15 km/h di media per pianificare le sue tappe. Ultimo fattore da tenere conto è una minima consapevolezza di ciò che ci si aspetta durante la giornata, perché il fattore umorale è molto importante per la resistenza agli sforzi e sapere se si deve affrontare una salita o no prima di pranzo può rivelarsi fondamentale.
  • strutture sul percorso: la presenza di itinerari ciclabili o strutture ricettive per ciclisti sul percorso sono senz’altro punti a favore nella scelta di un itinerario, così come è sconsigliabile scegliere strade troppo trafficate o a scorrimento veloce. È fondamentale uscire dall’ottica di chi programma un itinerario in macchina: non tutte le strade sono percorribili in bicicletta, e ovviamente i nemici principali sono superstrade, tunnel e strade a scorrimento veloce. Al contrario, scegliere uno degli itinerari ciclabili di Eurovelo può essere una mossa azzeccata: oltre a essere meno pericoloso, fare una strada non percorsa da automobili rende tutto più piacevole e godibile.
  • stagione e clima: per quanto siano fattori che vanno messi inevitabilmente in conto, la pioggia e il freddo sono elementi che possono causare svariati problemi. Così come il caldo eccessivo, a seconda del luogo. Sta di fatto che anche in paesi non eccessivamente caldi, l’esposizione a sole e vento per molte ore al giorno si sente più di quanto si possa immaginare (sono riuscito ad abbronzarmi sotto la pioggia olandese di fine aprile). A questo proposito abbigliamento, impermeabili, cappelli e creme solari vanno scelti con cura a seconda del mese e del luogo scelti. O vi ritroverete a pedalare con le Clark a Monaco di Baviera, di metà dicembre.

2012-12-06 15.28.15

Fasi preliminari #3: cosa portarsi e cosa no

In viaggio tutto assume un’importanza diversa: cose indispensabili nella quotidianità perdono ogni utilità, attrezzi prima mai considerati diventano di colpo preziosi. Ecco una lista sommaria di bisogni primari da considerare per un viaggio, divisi per argomento:

Abbigliamento: comodo, tecnico ed essenziale, ovviamente in relazione al luogo, alla stagione e all’opzione tenda/letto. Non sono per le maglie tecniche e sintetiche, preferisco t-shirt di cotone, con felpa sempre di cotone o di pile se è più freddo (quella della Quechua mi ha salvato la vita dall’umidità in tanti casi… le escursioni termiche, specie quando non conosci un posto e sei in tenda, sono notevoli tra giorno e notte), bermuda o calzoni comunque leggeri (mi è capitato di pedalare anche con jeans larghi e vecchi, sono più comodi di quanto si pensi specie quando fa freddo), occhiali da sole e capello con visiera (fondamentale per chi è esposto alla luce varie ore al giorno!) o bandana, scarpe comode e leggere, un buon impermeabile da tenere sempre a portata di mano. Personalmente sono affezionato al mio orrendo marsupio Reebok verde comprato per una gita alle elementari nel 1990 o giù di lì, penso sia l’oggetto più antico che mi rimane, e non sono mai partito per un viaggio in bici senza. Lì dentro tengo gli oggetti piccoli e di uso frequente (portafogli, cellulare, occhiali, cartine, biglietti, ecc.). Abbigliamento in quantità ridotta, fondamentale il sapone di Marsiglia per lavare i panni ed economizzare così sullo spazio. Per accelerare i tempi di viaggio e far asciugare le cose prima, Fabio suggerisce un’ “antica tecnica samurai“.

  • calzoncini
  • magliette
  • felpe cotone / pile
  • giacca a vento / impermeabile
  • occhiali
  • berretto
  • scarpe
  • ciabatte
  • asciugamano
  • telo
  • sapone di Marsiglia
  • cavo stendipanni
  • marsupio
  • kit pronto soccorso (cerotti, disinfettanti, medicinali base, ecc.)
  • crema solare
  • tante buste di plastica. Servono sempre, non bastano mai, riparano il bagaglio dalla pioggia, proteggono, incartano, ecc.
  • guanti aderenti

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Attrezzatura bici

L’usura e lo sforzo cui è sottoposta una bici a pieno carico che viene usata tutti i giorni per distanze medio-lunghe sono grandi, quindi danni e rotture durante un viaggio sono sempre da mettere in conto. E anche se non si è esperti ciclisti, è abbastanza importante essere in grado perlomeno di saper cambiare una camera d’aria o regolare un freno. C’è poi una serie di attrezzi di riparazione che non è pratico portarsi dietro in viaggio, in quel caso molto dipende da una bici tosta e/o in buone condizioni di partenza. L’ideale sarebbe essere totalmente autosufficienti in qualsiasi condizione, ma in molti casi informarsi sulla presenza di negozi di assistenza sul percorso non è un’idea malvagia. In questi casi saranno utili i giorni di pausa previsti come “bonus” per non sforare nella tabella di marcia.

  • almeno un paio di camere d’aria (anche il kit per le riparazioni delle camere d’aria rotte può essere utile)
  • cacciagomme
  • pompa
  • raggi di riserva (normalmente non è un tipo di danno comune, ma quando il peso sulla ruota posteriore è troppo può accadere che ne saltino uno o due: a quel punto il cerchio rischia di deformarsi e di rimanere a piedi nel giro di poco)
  • chiavi e brugole di tutte le misure richieste dalla propria bici (sulla mia la misura standard è la 4mm, ma sono comuni anche le 6 e le 8), pinze e cacciaviti (sia a stella che a croce)
  • olio lubrificante
  • tacchetti freni di riserva (in realtà se si cambiano prima di partire bastano ampiamente)
  • casco
  • borracce varie (la presenza di fontane sul percorso è un altro dei fattori che assume importanza mai immaginata prima)
  • tanti tiranti a gancio per fissare il bagaglio oltre alle borse. Per un periodo i ganci di metallo sono stati dichiarati illegali perché pericolosi e sostituiti con quelli inutili di plastica, ma ora si trovano di nuovo.
  • spugnette e spazzole per la pulizia
  • opzionale una catena di riserva (la rottura della catena è piuttosto rara, a me capitò una volta sola in 15 anni di pedalate ed è stato durante uno spostamento a Roma, per fortuna)
  • opzionale-nerd ma salva la vita: smartphone e portasmartphone da manubrio; ovviamente una buona mappa cartacea resta quella preferenziale, ma avere a portata un segnale gps integrato con google maps può essere molto utile. Se si è all’estero e non si dispone di una connessione dati a Internet, i bar dotati di wireless o l’onnipresente arcinemico MacDonald, dotato di Wi-Fi gratuito, diventano preziose risorse per scaricare la mappa che ci interessa e renderla disponibile offline. La batteria degli smartphone / I-phone tende a durare poco se usata in questo modo, ma esistono vari caricabatterie usb alimentati a energia solare, a carica elettrica o addirittura a dinamo

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Ripartizione del carico

Dopo anni di maldestri tentativi da troll, ho finalmente capito che almeno per quanto riguarda i miei bisogni l’opzione più semplice è destinare lo zaino agli indumenti più pesanti, asciugamani, tuta e calzoni, una borsa laterale agli attrezzi da bici e l’altra a magliette e biancheria, lasciando sul portapacchi anteriore sacco a pelo e spesa alimentare e nel marsupio gli oggetti di uso frequente.

 

Bisogni primari: magnà&dormì

Pedalare stanca, e lo stomaco va riempito. Non a caso il momento-clou di ogni tappa viene inevitabilmente assorbito dalle operazioni di nutrizione. E mangiare diventa una sorta di contrappeso fisico allo sforzo, più che un esercizio di stile di golosità (che pure esiste ed è sempre, eh). A parte l’acqua, nostra sorella&fonte di sostentamento, alimenti insospettabili assumono importanza inaspettata: succhi di frutta da tracannare a litrate, dolci e barrette energetiche per prevenire i cali di zuccheri, il pratico scatolame da portare ovunque (l’apriscatole e il coltellino multiuso sono i migliori amici dell’uomo) e l’immancabile baguette: ce pranzi, ce ceni e all’occorrenza diventa anche un oggetto contundente. O un simbolo.

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Per quanto riguarda il dormire, se possibile un materassino dormibene alza la qualità del riposo in tenda (e tra l’altro arrotolato occupa più o meno le stesse dimensioni di una baguette). Attenzione alla scelta del sacco a pelo! Se si decide di andare in campeggio in posti freddi o umidi, è importante sceglierne uno termico. O comunque vestirsi a strati, ché non si sa mai.