Roma – Latina

colosseo. 27 luglio 2016.

 

Roma, Colosseo, resti della fontana Meta Sudans, ore 9.30 di un’assolata giornata di fine luglio. Sciami di turisti giapponesi si affollano tra i lastroni di basolato e i centurioni che propongono foto folkloristiche agli ingenui avventori.
La partenza di questo viaggio è un atto collettivo, è stato deciso così, una sorta di corsa alla Forrest Gump. E quindi per questa prima tappa, i 75 km tra Roma e Latina, ho voluto invitare amici, conoscenti e chiunque volesse a farsi una scampagnata. A dire la verità, l’invito era esteso e aperto per tutta la strada fino al Partenone, ma sono pochi gli incauti che hanno scelto di spendere la prossima ventina di giorni sotto al sole e sull’asfalto.
La partenza è un imbarazzante bagno di folla: un manipolo di ciclisti di varia estrazione e natura, un’armata Brancaleone, una roba che commuove e diverte al tempo stesso. Ma davvero ti sei preso un permesso dal lavoro solo per venire a salutarmi?
Evidente è il contrasto tra la serietà di Ludovica, venuta apposta per salutare la partenza, e la malandata accozzaglia a pedali, che comprende pesanti city bike, bici da strada in carbonio malamente caricate e una mountain bike della Baci Perugina, recuperata dai cassonetti e messa a posto alla meno peggio.
Poi, le foto di rito e il video di saluti iniziali, che finisce in un inevitabile gavettone. Questo viaggio pare una spedizione achea verso terre lontane, e come ogni viaggio verso l’ignoto cerca in maniera più o meno seria dei rassicuranti segni celesti: il passaggio inaspettato e surreale di un gruppo di metallari tra il Colosseo e l’assembramento di bici viene preso inevitabilmente come presagio funesto: le nere creature, la cui silhouette inizia con chiome altrettanto nere e arruffate, continua con rotondità da pancia alcolica e finisce con anfibi borchiati, sfilano tra le rovine romane, forse sono una band, di sicuro stridono con i colori caldi e accesi della mattinata estiva.
Infine, la partenza: Agnese, Laura, Massimo, Giancarlo, Piero, Giandomenico, Federica e Sandro si fanno largo tra il traffico degli autobus turistici e le inutili jeep dei militari a presidio di un mucchio di sassi e turisti. Ah, sì, ci sono anche io tra di loro.
La carovana improvvisata sfila in direzione sud passando prima davanti alle Terme di Caracalla, poi lungo l’Appia Antica.
All’altezza della Tomba di Cecilia Metella, tra i ruderi degli acquedotti e i primi timidi accenni di campagna romana, si aggiunge alla compagnia Paolo, stereo ufficiale delle critical mass romane.
“Regà, ve va bene se metto un po’ di musica?”
E di colpo la Regina Viarum nelle umide nebbie del primo mattino estivo si trasforma in una balera: echeggiano le note goffe e pesanti di Baglioni e Califano, tra pecore e monumenti funerari. Attoniti gruppi di archeologi al lavoro negli scavi si voltano al nostro passaggio, il momento è surreale.
La via Appia ci porta fuori dall’area urbana con il suo corso rettilineo e solenne, tra filari di pini e branchi di nuvole minacciose. L’aria è immobile e pesante. Api e vespe succhiano gli umori di frutti maturi e caduti senza nessuno che li abbia colti.
All’altezza di Ciampino, prendiamo dei tratti di Francigena del sud, che ci porta tra vigneti e filari verso le prime, gentili pendenze. Davanti a noi, i Castelli Romani e i suoi ex vulcani, oggi ridenti laghi e meta di solenni sbronze domenicali.
Le pendenze si fanno man mano sempre meno gentili, e le prime secchiate di sudore iniziano a grondare dalle nostre fronti. Guadagnato il bordo del cratere del Lago di Albano, un centinaio di metri di tunnel ci porta sulle sue sponde erbose. Prima tregua per la compagnia, porchetta e birra sono la meritata ricompensa.
Siamo in terre papali, ingentilite da villini liberty, proprietà nobiliari e ampi boschi ombrosi. Le pendenze però non danno tregua: salita, ancora salita verso Nemi: i castagni ci avvolgono, il silenzio è rotto soltanto dal sottofondo musicale di Paolo, siamo entrati nel bosco sacro sopra il secondo lago, quello caro a Diana.
Ancora qualche falsopiano, e inizia la discesa verso le terre pontine: tornanti violenti, vento che fende il viso e buche inaspettate dietro ogni curva. Arriviamo in qualche modo a Velletri, dove la compagnia si sfalda: Giandomenico, Federica e Paolo tornano a casa dopo averci scortato in questa trionfale uscita, Giancarlo e Piero si congedano insieme a loro: si uniranno al viaggio tra qualche giorno per un tratto più lungo, quando le terre pontificie avranno ceduto il passo a quelle borboniche.
Orfani di gente responsabile, io, Massimo, Laura e Agnese proseguiamo verso Latina: cosa ci fanno insieme un cancello di alluminio carico di oggetti inutili come un mulo, una bici da corsa con un carico composto da una maglietta di ricambio e un sacco a pelo, una city bike con telaio da donna che ondeggia sotto il peso delle sacche laterali e una Orbea in carbonio con bagaglio altalenante in perenne equilibrio?
L’Appia torna quieta e rettilinea, scandita da filari di alberi e campi arati, la luce dorata del pomeriggio culla la nostra pedalata prima fino a Cisterna, poi fino all’orrendo grattacielo di Latina.
Ci districhiamo tra inutili ciclabili e le rigide geometrie del razionalismo del ventennio, fino a raggiungere casa di Alessandra: il nostro primo rifugio ci aspetta in compagnia di Francesco, Davide e svariati gatti. Il primo è arrivato con una scatto fisso, l’altro in pieghevole, e il balcone di Alessandra si trasforma in un arcobaleno di pedivelle, raggi e borse Ortlieb accartocciate. Siamo a casa, ancora una volta.
Il resto della sera scorre tra la convivialità di chi non si conosceva eppure pare amico da una vita, zanzare e pasta alici e pecorino. La figura di Davide si staglia come un faro nell’oscurità della stanchezza, il cocomero e il vino bianco fanno il resto, fino a portarci a quattro zampe fino ai sacchi a pelo.

Ippolito, Aricia e il lago di Nemi

Che cosa c’entra quel mondo fatato ed etereo dei miti greci coi Castelli Romani? Non c’è bisogno di sostituire nettare e ambrosia con la porchetta, basta soltanto tenere a mente che la meta preferita dai romani per banchetti spesso triviali e stornellate ubriache, Ariccia, è nient’altro che il nome di una ninfa – sia pur contaminato dalla parlata romanesca e dalla sua inesorabile tendenza a raddoppiare le consonanti.

Aricia è stata collegata anche alla figura di Diana – Artemide, pardon – e al culto di una divinità ancor più antica, la Madre Terra. Tutte e tre le figure, la cui storia si perde nei meandri dell’imprecisione storica e della confusione da contatto culturale in epoche in cui non si andava tanto per il sottile quanto a filologia. Ma andiamo con ordine, anche se partire dall’inizio del mito significa partire dal fine del nostro viaggio, ovvero da Atene.

Come quasi tutti i miti greci, la storia di Ippolito ha a che fare con invidie, gelosie e vendette: sentimenti bassi che testimoniano quanto i greci avessero creato i loro dèi a immagine e somiglianza dell’uomo.
Ippolito era figlio di Teseo avuto prima delle seconde nozze con Fedra, nonché erede al trono di Trezene: un futuro roseo e sereno, insomma. Ma ecco che sulla strada degli umani, pedine dei capricci divini, si mette di mezzo il politeismo: se sei devoto alla casta Artemide cacciatrice, può darsi che Afrodite non la prenda bene. E può anche darsi che per le gelosie interne quest’ultima abbia visto il gesto di Ippolito di innalzare un tempio alla prima come un insulto personale e all’Amore stesso, insulto da punire con un gesto tanto esemplare quanto perverso: Afrodite pensò infatti di far innamorare la matrigna Fedra di Ippolito, secondo una sorta di maligno contrappasso.
La donna, già provata da anni di infelice matrimonio con Teseo (sì, proprio quel Teseo che aveva abbandonato sua sorella Arianna piantandola in Nasso dopo labirinti e minotauri – un recidivo, insomma), tenne segreta la sua incestuosa passione per un certo periodo, ma alla fine, stremata dalle pene d’amore e sgamata dalla sua vecchia nutrice, gli inviò una lettera: nelle righe che il giovane lesse gli proponeva di fuggire insieme, confessando i suoi sentimenti.
Ippolito di sicuro non la prese bene: stracciata la lettera davanti agli occhi di lei, la rimproverò con parole durissime.
E qui arrivano i danni veri – Afrodite quando faceva le cose le faceva per bene. Fedra disperata s’impicca, ma non prima di essersi strappata le vesti, invocato aiuto e lasciata una nuova, tremenda lettera: quella in cui per vendetta e umiliazione si inventava di essere stata violentata e uccisa dall’innocente Ippolito.
La macchina del fango è in atto, e certa stampa faziosa arriva ben presto all’attenzione di Teseo: il padre maledice il figlio, già fuggito da Atene in preda al panico, e invoca una punizione divina allo stesso Poseidone.
Il dio del mare obbedisce, mandando un enorme toro (o una foca, a seconda delle tradizioni) dal mare a spaventare i cavalli del carro di Ippolito, che spaventati a morte sbalzano lo sventurato auriga sugli scogli in prossimità della Roccia Moluride, calpestandolo a morte.

Questa infelice storia ha però vari sequel per un parziale lieto fine: una botta al cerchio e una alla botte, tragedia contornata da un’aura di ricompensa che sa di contentino. Alcune versioni lo vogliono in cielo tra le costellazioni, precisamente quella dell’Auriga; noi preferiamo però il finale in salsa nostrana, quello mescolato con la tradizione latina, secondo cui Artemide/Diana, impietosita e indignata per la fine del suo protetto, fa resuscitare Ippolito grazie all’aiuto delle arti mediche di Asclepio, donandogli nuova vita e un nuovo nome, Virbio (vir-bio = due volte uomo), nonché una nuova vita: il luogo prescelto fu un bosco sacro alla dea, un nemus quindi; sì, stiamo parlando proprio del bosco di Nemi, lo “specchio di Diana”, dove ancora oggi sorge un tempio a lei dedicato.
In queste verdi vallate Virbio-Ippolito ebbe una nuova, felice esistenza e sposò la ninfa Aricia. Quella della porchetta.
E ancora oggi secondo la leggenda vive tra quei boschi di querce, e pare che i cavalli non possano avvicinarlo. Chissà perché.

Roma – Latina

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