San Gimignano / Pisa

pisa. 21 maggio 2013.

Ahi Pisa, vituperio de le genti! (Inferno, XXXIII, v.79)

Farciti di benessere, salutiamo il mattino della città delle Cento Torri con una cospicua colazione. Con le barbe ancora sporche dello zucchero a velo dei cornetti, usciamo dalla cinta muraria, con la lentezza sufficiente a farci ammirare in processione da un vecchio viandante, che alla nostra vista prorompe nella seguente catena di parole:
“amici di Padre Pio tutti barba barba barba oppure parlate”
Il tutto dura una frazione di secondo, il tono è leggermente indignato, la figura esce di scena con la stessa rapidità con la quale era apparsa.
Ma è tempo di rimettersi in viaggio: oggi ci aspetta la discesa verso le coste tirreniche e l’arrivo a Pisa da amici di Saverio, ma prima vanno passate le alture.

La mattina nebbiosa e umida è lo scenario ideale per gustare le prime salite mattutine e i tratti di campagna più belli finora incontrati.

Saliscendi continui e continui santi che scendono, colline a perdita d’occhio che nascondono appena antichi borghi dimenticati. Non facciamo in tempo a lasciarci alle spalle le torri di San Gimignano, che appaiono quelle di Volterra, meno fitte ma ugualmente imponenti e intente a scomporre le quiete diagonali di ulivi e casolari con le loro verticali austere.

In vista del fiume Era, poco prima di Ponsacco e Pontedera, l’orizzonte si appiattisce gradualmente: siamo finiti nella conca della Valle dell’Arno, e fin tanto che la geomorfologia segue delle regole logiche, il BCP di oggi è terminato. Dopo una sosta a panini in una tavola calda da Highway 61 nostrana, in cui veniamo rifocillati a schiacciate, formaggi e Vernacoliere, ci ritroviamo lungo i due corsi paralleli di due arterie: una d’acqua e fango, l’Arno, l’altra di asfalto e autovelox, la FI-PI-LI: questo acronimo, che ha sostituito il vecchio appellativo di Firenze/mare, rinchiude in un triangolare toponomastico una spirale d’odio e rivalità reciproche, le cui radici sono già ben solide nella Commedia dantesca.

Passiamo il grazioso borgo di Cascina, ammasso di case basse color rosso mattone, la cui via principale è adornata di portici e bizzarre statue moderne, e proseguiamo lungo il fiume, accompagnandolo alla sua perpetua morte nel Tirreno. A pochi chilometri da Pisa, Fabio sfodera una proposta di deviazione:

“Regà, ci sono dei miei parenti che abitano a Calci, questo paesino vicino Pisa! Vi va di andare a trovarli? Però mi sa che c’è un po’ di salita da fare, a giudicare dalla cartina…”
“Ah no, mi spiace, ma io de BCP me so’ rotto per oggi, vi aspetto a Pisa dagli amici miei, ci vediamo dopo”, dice Saverio.
Ovviamente, il mio animo dozzinale mi spinge a seguire Fabio in cerca di fatica gratuita, e – forse – di cibo extra.
E vengo accontentato.

Appena deviato dalla valle e oltrepassato ll’Arno, il paesaggio cambia immediatamente. Io e Fabio celebriamo il nuovo passaggio con una scrosciante pisciata a bordo fiume, nei pressi dell’ingresso di Caprona, paesino sovrastato da una rocca scoscesa che pare presa in prestito da Tolkien.

Le pendenze sono gentili, ma la loro benefica presenza si fa sentire, sia a livello di ombra che di boschi. Arrivati a Calci, Fabio si rimette alla ricerca della sua casa di sua zia: sorgono però pesanti dubbi sul numero civico, e vaghiamo avanti e indietro per un po’ prima che il suo arrivo inatteso si mascheri da scherzo malriuscito; visiera del cappello tirata sulla fronte, ancora in sella, Fabio così si rivolge alla donna in finestra dopo aver suonato il campanello:

“Signora, siamo in viaggio in bici e passavamo di qui, avrebbe dell’acqua per le borracce?”
Un solo attimo di silenzio e la risposta: “….oddio, guarda chi c’è!”
E subito voltandosi verso la figlia dentro casa, ”Isa! Guarda chi c’è!”

Abilità nel camuffamento: poca.

L’accoglienza in casa e le chiacchiere sfociano inevitabilmente in un secondo pranzo di metà pomeriggio, con pasta ai broccoletti, salumi vari, carciofi sott’olio fatti in casa. E la salita manco era dura. Vittoria.

È quasi il tramonto quando facciamo il nostro ingresso nelle prime rotatorie alla periferia di Pisa. Tanti ciclisti, molte piste ciclabili, palazzi bassi dalle mura chiare.  Arriviamo a casa degli amici di Saverio, Gioacchino e la sua ragazza spagnola, che condividono un appartamento con altri due coinquilini. La loro accoglienza è calorosa e alla buona:

“Venite di qua ragazzi, questa è camera nostra, occhio lì in balcone, ci teniamo due galline, così abbiamo uova fresche tutti i giorni, però occhio con i coinquilini, loro non ne sanno nulla e probabilmente ci farebbero storie”
“Cioè, voi tenete due galline in balcone e le persone che vivono nella vostra stessa casa non ne sanno nulla? Ma da quanto avviene ciò?”
“Boh, qualche mese”
“Ma non fanno rumore?”
“Mah, giusto un po’ la mattina quando vogliono da mangiare, ma se ne stanno lì in fondo coperte dai cartoni… e poi quelli non si accorgono di nulla, tranquilli”
“Volete fare una lavatrice per i panni sporchi? Venite, di qua c’è la lavatrice! Il detersivo lo facciamo noi, non è difficile, e non vedo perché dovremmo spendere per qualcosa che possiamo farci da soli”

La pacifica autarchia di Gioacchino e signora mi lascia ammirato. Ragionamento semplice quanto lineare: perché comprare le uova quando puoi tenerti le galline in balcone? Perché comprare il detersivo quando puoi fartelo da solo? E soprattutto, perché isolarti dalla cosiddetta civiltà e fare l’eremita quando puoi benissimo vivere a Pisa senza rinunciare a tutto ciò?
Un ammasso di materassi, sacchi a pelo, peli, aroma di gallina e panni sporchi accompagna l’arrivo del buio e l’ora del riposo. Il concerto notturno mio e di Saverio copre i coccodè, ma non disturba (troppo) gli altri tre.

San Gimignano / Pisa

Ahi Pisa, vituperio de le genti! (Inferno, XXXIII, v.79)...