San Potito Ultra / Cairano

San potito ultra. 30 luglio 2016.

L’alba nella terra dei lupi ci coglie ancora assonnati e incapaci di intendere e di volere. A causa dei miei panni non ancora asciutti e di una certa tendenza al letargismo, decidiamo di separare il gruppo e di riprendersi più in là.
E così, al suono di “Andate, andate, che tanto ve ripijo a tutti” Massimo e Agnese si avviano, mentre io me la prendo comoda. Laura stoicamente decide di aspettarmi e di perdere le prime ore fresche della mattinata.
Colazione al bistrot di San Potito, un elegante localetto con pareti dipinte e fiori, dove attiriamo la simpatia e la curiosità di un gruppo di anziani locali.
“E dove ve ne andate?”
“Ad Atene”
“Atena? Atena Lucana?”
Passiamo per le verdi vallate irpine nei primi saliscendi che portano a Parolisi, sedotti dai boschi e dai cartelli che pubblicizzano le sagre del tartufo o del cavatello nei paesi vicini, tutte in giorni in cui saremo già lontani o eravamo ancora lontani.
Quando si viaggia in linea retta, l’aspetto positivo è che vedi tante cose nello spazio intermedio tra A e B, quello negativo che non riuscirai a fermarti abbastanza per vedere C.
I dislivelli di oggi sono ancor più impegnativi di ieri, e amano mescolare con un certo sadismo strappi violenti e leggiadre discese, con un certo compiacimento bastonecarotistico. Ma tanto il fresco dei boschi ci circonda di tanta bellezza che soffrire la fatica è una perdita di tempo. Risaliamo il fiume Calore per i suoi paesini, certi della bontà delle fonti lungo il percorso.
CASTELVETERE – ridente borgo animato da tre o quattro bar sulla piazza principale, vero nodo sociale e politico dell’abitato: anziani e bambini dimenticano i loro ruoli sociali e di prestigio, mescolandosi in un unicum fatto di successi trash e giochi di gruppo.
CASTELFRANCI – La vediamo da sotto, mentre si erge su un’alta rocca, e proseguiamo costeggiando la provinciale. Frattanto Agnese ci fa sapere che si sono fermati a Sant’Angelo dei Lombardi, e che ci aspettano lì per pranzo.
Divorati dalla fame, divoriamo a nostra volta la salita per arrivarci, superando gli ultimi tornanti che portano alla cittadella fortificata. Sant’Angelo ha il triste ruolo di capitale del terremoto d’Irpinia del 1980, nel senso di epicentro col maggiore numero di danni e vittime. Le sue ferite sono ancora presenti, anche se in parte cicatrizzate: per rovinare tanta bellezza ce ne vuole.
Agnese e Massimo ci aspettano a un tavolino di un bar, un paio di birre per annullare ogni parvenza sportiva e si va a pranzo: “Ho prenotato un tavolo a una locanda qui dietro, fidateve che mi ispirava”, dice Massimo con orgoglio.
Le ore calde si protraggono con inesorabile lentezza, i piatti sono squisiti e mastodontici, il vino bianco ghiacciato annulla ogni nostro proposito di rimetterci in marcia. Il fungo porcino e i gamberi trionfano sul Fausto Coppi che è in noi, la lussuria dell’esofago balla sul cadavere dell’ascesi.
Nel frattempo chiamo Antonio, che mi avrebbe ospitato a Lacedonia, e gli dico che probabilmente ci accamperemo sulle sponde del Lago di Monteverde, e che probabilmente avremmo fatto tardi. Oltretutto ci anticipano che ogni sera ha luogo il Grande Spettacolo dell’Acqua, dove viene messa in scena la vita di San Gerardo sulle acque del lago.
Riusciamo a lasciare il tavolo verso le 5, per lanciarci ancora ebbri in discesa tra i campi di grano e le sculture dedicate alla festa della semina. E ovviamente sbagliamo strada, ritrovandoci in una conca molto più a sud di quanto avremmo dovuto. Ma non ce ne importa molto, l’ebbrezza dei campi di grano nel tramonto sul lago di Cunza e la strada deserta che si snoda sulle colline irpine ci bastano, di doman non c’è certezza.
E ce n’è ancora meno quando ci ritroviamo piantati su una stradina in salita al 20%, che pare lasciare il corso dell’Ofanto, per poi riavvicinarsi scendendo altrettanto vertiginosamente. Davanti a noi vediamo un paese inerpicato contro ogni legge gravitazionale, addossato sul cocuzzolo di un monte ripidissimo. Ridiamo pensando che non faremmo mai una salita del genere. Si fa sempre più tardi, e le strade indicate da google diventano sentieri che si perdono nella sera imminente.
Ci ritroviamo ai piedi del paese inerpicato a fermare con ignominia le auto in transito. Un ragazzo, vedendoci in quello stato pietoso, ci invita a pernottare su a Cairano – il paese inerpicato acquista finalmente un nome legittimo.
Un paio di telefonate e tramite la proloco del paese otteniamo il permesso di piantare le tende nel campo sportivo. Resta solo da fare la salita di cui ridevamo una mezz’ora fa – che ora sogghigna. Dicevate, scusa?
Luca, il ragazzo inviato dalla Provvidenza, si offre di portare in macchina i nostri bagagli e ci precede in paese.
Con le ultime energie affrontiamo dunque il muro che ci separa dal nostro riposo, guarda caso anche questo al 20%. E solo quando devo alzarmi in piedi sui pedali mentre sto usando il rampichino, capisco che c’è davvero un karma del dio delle salite.
Mi volto un attimo, gli altri tre sono indietro. Faccio ancora qualche centinaio di metri, e me li ritrovo caricati su un pick up di passaggio, con le bici e tutto. La fama del nostro arrivo ci ha preceduto nel piccolo borgo, e pare che destiamo più curiosità del previsto.
Laura, Agnese e Massimo mi sorpassano a bordo del pick up, imitando Alberto Sordi con un sonoro “Lavoratoriiii?”
Ma eccoci arrivati a Cairano: il Paese dei Coppoloni è il più alto della sua vallata, e deve il suo soprannome alle forme tonde che sbucano dalle nuvole quando si ritrova immerso nella foschia, diventando una sorta di isola in un mare bianco. Luca, il nostro Virgilio che ci ha tratto d’impaccio nella palude infernale lì sotto, è un seminarista e studia a Napoli.
Ama il suo paese ed è ansioso di farcelo conoscere, a partire dalla sua famiglia fino all’incredibile spettacolo della Rocca e delle rovine del Castello longobardo, un luogo mistico perennemente battuto dal vento.
Veniamo accolti con un calore inaspettato, a suon di porchetta e sottoli, di vino corposo come la terra che lo ha prodotto, di pecorino locale. Nel frattempo, Luca ci fa sapere che la signora Angelina, che ha saputo del nostro arrivo, ci tiene a ospitarci in casa propria, sia mai che prendiamo freddo all’aperto. E ancora una volta lontano da casa ritroviamo casa.
E finalmente giunge dolce l’oblio, mentre il vento soffia intenso là fuori.

Irpinia, la terra dei lupi e il mito dei cacciatori

Trovare miti di riferimento per queste regioni è stato piuttosto difficile: i greci preferivano sviluppare le loro città – e le loro tradizioni – in prossimità delle coste, e benché le regioni d’Irpinia e Lucania siano state a lungo sotto la loro influenza, la documentazione a riguardo è molto scarsa.
La controparte positiva di questo fatto è che le leggende relative all’Irpinia sono ancor più antiche e genuine, dato che discendono da culti preistorici e si fondono anch’esse con la tradizione greca: il mito più radicato riguarda l’origine stessa dei termini Irpinia e Lucania, derivanti dai rispettivi termini sannita e greco che indicano il lupo (hyrpus e lykos).
Che c’entra il lupo adesso, direte voi, e la domanda è legittima. Questo animale, che qualche decennio fa rischiava l’estinzione ed è recentemente ricomparso su tutto la dorsale appenninica dalla Calabria alla Francia, un tempo popolava tutta l’Europa ed è alla base delle più antiche tradizioni e riti tribali italici: alla sua figura sono associate svariate leggende di fondazione di città, la più nota delle quali è certamente quella di Roma, ma non l’unica.
E in effetti la storia di Tebe è incredibilmente simile a quella capitolina: anche qui ci sono di mezzo due gemelli non voluti e nascosti, e in un certo qual modo anche un lupo.
Quando Zeus sedusse Antiope, figlia di Nitteo re di Tebe, questa si rifugiò presso il re di Sicione, che la sposò. Ne nacque una guerra che lasciò Antiope orfana del padre e vedova del marito.
I miti dei cacciatori e degli uomini-lupo nascono proprio nella Preistoria, per spiegare e dare un ordine a una delle più antiche e importanti attività di sostentamento delle popolazioni di queste zone: e il mito serve appunto a dare gli strumenti di comprensione antropologica all’uomo per le sue attività. A questo proposito, lo studioso di mitologia rumeno Mircea Eliade identifica tre casi in cui un popolo poteva essere imparentato con il lupo: innanzitutto, i gruppi di immigranti che combattevano per la conquista di nuove terre, o lupi-guerrieri; in seconda istanza, i fuorilegge e profughi in cerca di asilo, o lupi-fuggiaschi; infine, gli adolescenti durante il periodo di iniziazione e di preparazione a diventare guerrieri, o lupi-giovani iniziati.
Il punto in comune a questi tre casi è la lotta per la sopravvivenza, la vita di isolamento in luoghi spesso montuosi e inospitali, ma al tempo stesso la protezione di Zeus Lucoreio e Apollo Liceo, o protettore dei lupi.
Sicuramente Irpini e Sanniti devono essere collocati nella prima delle categorie indicate da Eliade, perché erano popolazioni in continuo movimento e lotta con i vicini precedentemente insediati nell’Italia Centro-Meridionale, e dovevano difendere il territorio conquistato proprio come dei lupi.

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