Tebe – Vilia

vilia. 13 agosto 2016.

 

La puzza d’Atene già è nell’aria, la porta il vento che s’insinua tra i monti dell’Attica fino alla piana di Tebe: e proprio quei monti sono l’ultima, grande barriera naturale che si frappone tra noi e la meta. Ci tocca quindi insistere e completare queste ultime due tappe.
In realtà, la sensazione di avere iniziato la discesa, di aver scavallato quel confine tra andata e ritorno all’interno del Viaggio l’avevo già avvertita in un momento netto, durante della discesa dal Monte Parnaso, mentre cambiavo carreggiata per sorpassare un gregge di capre lungo la strada. Mancano meno giorni di quanti ne siano trascorsi, mi è balenato in mente con fredda lucidità. E l’idea di ritorno si è fatta strada all’interno di quella di andata, rendendo la tappa di ieri un po’ triste ai miei occhi.
Occorre ripensare questi giorni, mettere in conto che possa avvenire ancora qualcosa di speciale, lasciare la mente aperta a nuovi casi, a nuove tessere del puzzle da raccogliere lungo la Strada.
Lasciamo Tebe per la strada nazionale, un lungo nastro rettilineo tra le vigne. I campi disegnano forme geometriche cangianti mentre ci avviciniamo alle forme ispide dei monti che dovremo attraversare.
Erythres: paese di passaggio dall’orizzontale al diagonale. La strada attraversa l’abitato con nonchalanche, tanto è composto dall’usuale modulo chiesa-giardini-anziani-gatti-casescrostate. La pausa per ricaricare le borracce a una fontana si trasforma in una pausa caffè.
Accanto al bar, un signore calvo arrostisce degli enormi tentacoli di piovra. Penzolano con le ventose bene in evidenza, rossicci. La ragazza del bar, capelli corti e movenze mascoline, ci dà indicazioni per la salita che svalica verso Megara.
Tornanti, bosco di conifere, rocce tagliate, immondizia ai lati della strada. Poi il primo valico. Ormai le salite non ci fanno paura più di tanto, e il tempo nuvoloso di oggi ci offre un ottimo riparo dal caldo.
Ci prepariamo a scendere nell’altopiano verso Agio Sotiras, dalla mappa abbiamo visto che dopo un po’ di chilometri in discesa e pianura ci sarà un nuovo valico, e dopo quello per Atene è una passeggiata. La discesa ci porta attraverso non-luoghi, autogrill per camionisti dove le bandierine delle nazioni europee rimangono l’ultima traccia di un passato economicamente più florido, e dove il cemento e il vetro hanno perso il loro originario status symbol di futuro per testimoniare soltanto un possente senso di abbandono. Nella mattina cupa l’unica cosa che scintilla sono le decorazioni degli abitacoli dei tir personalizzati, proprio come a Napoli.
La discesa è lieve ma trafficata, e dobbiamo fare attenzione alle assurde asperità dell’asfalto, probabilmente steso da un bitumatore ubriaco di ouzo, il fondo stradale disegna onde enormi al lato della strada e coi nostri bagagli è meno pericoloso stare al centro che sulla striscia bianca.
A bordo carreggiata, incontro un prete ortodosso che raccoglie cicoria. La busta di plastica increspata dal vento si impiccia nella lunga barba grigia e nelle pesanti vesti nere. Chiedo il permesso di fargli una foto, acconsente con un gesto cordiale senza sorridere.
Bivio per Vilia: occorre prendere una decisione, ci sono due strade che svalicano verso la costa e ognuna porta con sé delle conseguenze che ne escludono altre.
Se proseguiamo dritti per Agio Sotiras, la strada svalica subito, poi tutta discesa fino a Megara e al mare, ci vuole poco; se invece giriamo a destra, in 4 km arriviamo a Vilia, e da lì possiamo tentare la scalata del Monte Citerone, una quindicina di km di salute e salite.
Il vento culla la nostra indecisione. Io a questa cima tengo davvero tanto, propongo di dividerci e vederci più in là, mentre Agnese all’inizio è propensa a proseguire per Agio Sotiras. Si raggiunge un compromesso: deviamo per Vilia, si trova un bar e chi vuole aspetta lì quelli che scalano il monte.
I 4 km di salita inaspettata verso Vilia fiaccano Agnese, che ha bisogno di riposarsi un po’. Un peluche di orso messo alla guida di un camion abbandonato ci osserva mentre ci ristoriamo con acqua e integratori.
Sulle prime, il villaggio di Vilia (Bilia? Villia? a traslitterare i nomi greci in caratteri latini si perde sempre qualcosa della loro potenza originaria) ci appare desolato e anonimo: una comunità montana a 900 metri di quota, case semidiroccate in cemento, altri edifici costruiti e mai completati che recano la scritta “poleitai” (vendesi) con tanto di numero di telefono verniciato in nero sulle pareti. Giriamo l’angolo, c’è un po’ più di vita: un vecchio se ne sta seduto col sorriso stampato in faccia mentre viene trasportato su un pick-up azzurro. Attratti dall’insegna rustica, ci fermiamo a un negozio che vende formaggi di montagna; il kefalotyro viene prodotto proprio qui sul Citerone, forse è lo stesso latte che ha tirato su Edipo.
Una vecchina minuscola, tutta vestita di nero e pieghe, siede in un angolo della bottega. Ci dice qualcosa in greco, non capiamo. Arriva una signora, lei parla un po’ d’inglese, le chiediamo di assaggiare un po’ di formaggi; quella affetta un po’ di caci stagionati e ce li porge, poi solleva un coperchio dietro al bancone per scoprire un bidone di latta profondo fino al pavimento: poi vi cala un coltello, infilza un pezzo di feta ancora gocciolante e ce lo porge puntando la lama verso di noi.
Assaggiamo.
E l’Universo tutto si fa cacio, è l’apoteosi della Pecora, il trionfo della capra, il peana del caglio, visioni celestiali di mammelle vaccine e ovine ci si parano dinanzi agli occhi estatici.
Quello che non t’ammazza ti Coppifica“, sentenzia Fiorella con riferimento a Fausto Coppi.
Con le papille gustative ancora inebriate di latte e sale svoltiamo in una piazzetta: qui Vilia svela il suo vero volto, c’è un allegro viavai di persone di ogni età, tavolini e bar semplici ma accoglienti, agnelli appesi ai ganci dei macellai e forni in piena attività.
Un signore distinto che pare Gilmour ci ferma, parla un po’ di italiano, ci invita a sederci a un tavolo. Prima ancora di capire cosa stia accadendo ci ritroviamo a bere raki caldo con miele: ogni volontà di proseguire crolla di fronte a nettare e ambrosia, e nell’ebbrezza del momento capiamo che è meglio cogliere al volo i segni del Destino. Dopo soli 38 km cerchiamo da dormire qui, a Megara ci passeremo di sfuggita domani, tanto per Atene la strada non è poi tanta, e il ferreo programma giornaliero delle tappe annega tra iamàs e iàsas (salute e saluti – uno nel senso di cincin, l’altro di salve).
È ora di pranzo, approfittiamo del tavolino del bar per mangiare pane e formaggio comprati poco prima, al bar prendiamo qualche birra e altro raki, qui sono tutti ospitali e gentili.
E proprio David Gilmour da Vilia ci consiglia un hotel pochi metri più avanti, il Verori – un hotel? Non ci staremo imborghesendo? Vabbè, vediamo.
Il Verori è un misto tra l’Overlook Hotel e l’Hotel California, un posto che conserva ancora le tracce solenni del suo passato lussuoso, enorme, spettrale, elegante d’una eleganza dei tempi andati – di quando vi soggiornò Maria Callas, come reca una locandina alla parete.
File di stanze, arredi lussuosi e antiquati oltre ogni necessità di avventori di passaggio in un centro montano di un migliaio d’anime, una piscina vuota e non usata da chissà quanto tempo, come testimoniano le incrostatura tra una mattonella bianca e l’altra.
Una quadrupla, 60 euro. E come dire di no?
Il gestore è d’una gentilezza polverosa, sessantina passata da un pezzo e un grande ventre, pare il guardiano d’un albergo di anime dannate. Un signore anziano dorme sulla poltrona della hall, davanti al televisore acceso. Speriamo dorma. Controllo se si muove: ok, respira, debolmente ma respira.
Sono ancora le tre di pomeriggio, abbiamo trovato un posto per la notte e il Monte Citerone è a 15 km di tornanti qui sopra. Io, Laura e Fiorella tentiamo la scalata, mentre Agnese preferisce riposare un po’ in stanza.
Ci incamminiamo: la strada è praticamente a una corsia, e due strisce gialle la restringono ulteriormente. Saliamo in maniera graduale ma costante, tra i pini e la vegetazione, qua e là rocce bianche spuntano dal verde.
Anche qui la salita è lunga, ma non proibitiva; oppure sarà che siamo scarichi e allenati.
Guadagniamo quota, perdiamo calore. Poi anche luce.
Man mano che saliamo, infatti, la nebbia prende il sopravvento e ammanta ogni cosa d’un grigio uniforme e compatto. La visibilità si riduce progressivamente, le nostre ombre si fanno miraggi più scuri nel bolo molliccio e umido in cui ci addentriamo. Restano solo le due strisce gialle dei confini della carreggiata a tracciare la nostra rotta.
Saliamo ancora, sempre più nebbia, sempre più freddo. Il vento ulula e smuove i pochi pezzi metallici dei due o tre edifici in cemento, dei gabbiotti abbandonati e pieni di scritte di adolescenti in fuga dalla monotonia della provincia.
E sempre il vento ci avverte della presenza del cocuzzolo, quando intensifica le folate facendoci capire che gli stiamo girando attorno nell’ultima voluta fatta di sassi e sterrato. Facciamo a piedi gli ultimi passi per guadagnare la cima, sormontata da una colonnina di cemento e da un cardo rinsecchito. 1409 m sul livello del mare, e l’umidità si fa solida, disegnando goccioline e cristalli acquosi sulla mia barba.
Scendiamo con cautela, come in una sorta di ritorno alla vita: curva dopo curva riacquistiamo colori e calore, dapprima il bianco si fa grigio, poi compaiono le ombre, poi i primi accenni di verde ai lati. A un tornante più largo degli altri, avvertiamo di nuovo il calore del sole attraverso le nuvole. In un rettilineo più lungo degli altri, invece, Fiorella avverte un rumore sulla ruota posteriore: è il cambio che è entrato nei raggi, spaccandoli quasi tutti.
La ruota posteriore è inservibile e totalmente bloccata, così storta che tocca sia freni che carro. E mancano ancora 5 km all’hotel.
Ci inventiamo una soluzione circense: Fiorella sale sulla bici di Laura, una sul portapacchi e l’altra sul sellino, io mi carico su una spalla la bici – per fortuna scarica di Fiorella – e pedalo sulla mia, imprecando a ogni buca. Il telaio della Benotto, infatti, pare essersi affezionato a un certo nervo proprio vicino all’osso, e ci saltella graziosamente a ogni asperità del terreno.
Manteniamo comunque l’equilibrio per circa 3 km, fino al ritorno sulla strada principale all’uscita di Vilia. Qui proseguiamo a piedi – la spalla non ce la fa più, sperando in un aiuto dal possente e generoso popolo greco. E il miracolo del deus ex machina ancora una volta si realizza, sotto forma di camioncino per il trasporto di alluminio: il conducente, soltanto vedendoci appiedati a bordo strada, accosta senza che avessimo fatto il minimo cenno, scende e carica bici e Fiorella.
Una fazza, una razza.
Dopo un po’ di riposo in hotel, andiamo a scoprire il paesino che ci ha adottato senza che facessimo nulla di particolare. Agnese si ferma a fare qualche foto alla vetrina di una macelleria dove un uomo è intento al lavoro con la spontaneità di pratiche generazionali, e sua moglie ci invita all’interno: ci mostra una locandina di un gemellaggio con l’Italia che il paese di Vilia fa ogni anno, un viaggio organizzato a Pompei, Napoli e Alberobello, una storia di emigrazione e lavoro. Ci lascia il suo numero di telefono: per qualsiasi cosa di cui possiate aver bisogno in Grecia, non esitate a chiamarmi.
Una fazza, una razza.
Ci torna in mente di continuo la poesia di Luigi Todisco, l’archeologo incontrato ieri ad Arachova che ha donato a Fiorella il suo libro di liriche. Recita così:

“Il popolo che ancora
più amano i greci
resta quello italiano”,
Mi sussurra Ioanna
fiondando dalla magra
sua faccia bianca
gli enormi occhi
di carbone nei miei.
Fisso incredulo
il frapè che mi ha offerto
nel cafeneio di Psirri,
e intristito ammutolisco.

Ecco, Luigi ha colto perfettamente quel senso di colpa per questo immeritato affetto di mediterranea memoria – “una faccia una razza” viene detto nel film di Salvatores – che dimentica o perdona dignitosamente i nostri maldestri tentativi di spezzare reni. Di fronte a tanta umanità ci sentiamo davvero piccoli.
Ceniamo in una taberna consigliataci dalla donna, guarda caso il cameriere è fidanzato con una ragazza di Palermo: sorrisi e ricordi di arancine hanno il sopravvento sui menu, e con piglio mediterraneo e ospitale ci consiglia di prendere la specialità del paese, l’agnello. E meno male che l’ha fatto.
Ma Vilia non si esaurisce in una cena: è sabato sera, e il paese è tutto nell’unica strada principale. Il gestore del bar che ci aveva convinto a restare qui col suo raki caldo con miele è poco più avanti, corre tra i tavoli con i bicchieri in mano; stasera c’è musica dal vivo.
I tre musicanti hanno tutta l’aria di saperla lunga: i due uomini di mezza età accompagnano con chitarra e bouzouki una donna che canta dandosi il tempo col tamburello. Il chitarrista è ieratico, ispirato, guarda fisso nel vuoto mentre cambia accordi, nemmeno uno sguardo al manico o alle corde. “He is blind“, ci dice un signore che ha invitato e Fiorella a unirci al loro tavolo. Lei canta con voce oscillante, quasi ammiccando a certe melodie mediorientali, impressione rinforzata dalle scale disarmoniche del bouzouki, ma non ditelo ai greci come ho fatto io: “It sounds like Middle-Eastern music”
I tratti del viso del signore si irrigidiscono: “No no no no, this is original GREEK music! No Middle East!”, come a rimarcare che coi turchi loro non hanno nulla in comune.
Il chitarrista cieco è un vero bluesman: durante l’intervallo dalla scaletta dei pezzi folk, si concede il suo momento di gloria intonando due o tre pezzi dei Doors. Il suo viso incorniciato da capelli bianchissimi si deforma nell’imitare Jim Morrison, gli occhi guardano un punto nell’infinito.
“He is blind”, ci ripete il signore di prima mentre sorseggia il quinto o sesto ouzo. Sì, ce l’hai già detto.
Anche la cantante ha passato la cinquantina da un po’, ma conserva un fascino che ama esporre e ostentare in maniera allegra e scanzonata. E quando il sirtaki e le danze tradizionali aumentano il ritmo e tutti ballano o tengono il tempo con le mani, lei si lancia ancheggiando in mezzo alla strada a bloccare le auto di passaggio. La prima suona il clackson e passa, la seconda si ferma: il ragazzo alla guida, alla vista di lei e della folla entusiasta, non ci pensa troppo su. Spegne il motore, esce dall’abitacolo e si unisce alle danze con lei negli applausi generali, lasciando una fila di auto dietro di lui a suonare.
Raki e ouzo scorrono a fiumi, la gente canta. Ci sono bambini, adolescenti, anziani. Una giovane mamma lascia i figli al tavolo per ballare il sirtaki tra i tavoli.
Indicando il chitarrista, il signore vicino a noi ci dice commosso: “He is blind”. Sì.
Poi sbofonchia un “I love you” a Laura, le chiede il contatto facebook. Per fortuna di lei, domani non si ricorderà il suo nome.

IL MONTE CITERONE E LA STORIA DI EDIPO

Con le sue forme austere e minacciose, il Monte Citerone si presta a storie ruvide come le sue pietre. Giusto per dare un’idea, nei suoi anfratti si nascondeva il feroce leone Nemeo, che Eracle usò come grazioso indumento dopo aver scuoiato. Ma torniamo a Edipo, che anche lui aveva i suoi problemi col suddetto monte.

Nel complesso, Edipo non ha colpe. Ma Delfi e il suo oracolo apollineo gli segnarono la vita con due funeste profezie: la prima lo colpì che ancora si trovava nel grembo di sua madre Giocasta.
Infatti a suo padre Laio, che si disperava perché non aveva ancora figli dall’unione con lei, il dio spiegò che quella che lui credeva una dannazione era in realtà una benedizione: il figlio di Giocasta avrebbe infatti ucciso il proprio padre.
Per tutta risposta, Laio ripudiò Giocasta senza darle spiegazioni: la regina allora risolse il problema a modo suo, ovvero con una buona dose di vino nero. Dopo che Laio fu sufficientemente ubriaco, lo attirò di nuovo a sé e al suo letto, eh no caro, io un figlio lo voglio, mica ti tiri indietro così bello mio.
Il risultato della notte brava arrivò nove mesi dopo: Laio non fu esattamente un padre amorevole, dato che appena nato lo strappò alla nutrice, gli perforò i piedi con un chiodo, legandoli assieme, e lo abbandonò proprio da queste parti, sul Monte Citerone.
Ma il Fato aveva altro in serbo per il piccolo Piedigonfi (Edipo significa proprio questo), di sicuro una vita lunga, anche se non felice. Il neonato fu infatti trovato vivo da un pastore corinzio, Polibo, che lo allevò assieme a sua moglie Peribea come se fosse suo figlio. E in questo modo l’infanzia gli passò tutto sommato serena, almeno fino ai primi scherzetti con gli adolescenti, che, si sa, sanno essere crudeli.
Infatti, quando un giovane cretese lo prese in giro per la scarsa somiglianza coi suoi genitori, Edipo volle togliersi il dubbio e ricevette dall’oracolo di Delfi una risposta speculare a quella data al padre Laio: “Ucciderai tuo padre e sposerai tua madre!”
E Freud già stava lì a fregarsi le mani.
Inorridito, il povero giovane lasciò Corinto, nella speranza di evitare sciagure a quelli che credeva i suoi genitori. E invece andava incontro al destino, come il cavaliere di Samarcanda.
Il trivio tra Delfi, Tebe e Daulide è uno stretto crocevia tra i monti, un valico petroso che ci si passa un carro solo per volta.

“Cedete lo passo!”, urla Laio a Edipo.
“Cedete lo passo tu!”, gli fa eco Laio.
Entrambi non sanno di trovarsi l’uno davanti all’altro, o meglio non sanno che uno e altro sono identificabili come padre e figlio.
Lunghi sguardi rancoroso, qualche parola di troppo, il vento tra i monti. Il terzetto è completato da Polifonte, auriga del padre.
Pare un western di Sergio Leone.
Sotto l’ordine di Laio, Polifonte avanza il carro, pestando un piede a Edipo. E quello, iroso, uccide entrambi a colpi di lancia e prosegue verso Tebe.
Prima che il Fato fermasse il suo viaggio, Laio stava andando verso Delfi proprio per conto dei tebani, che in quel periodo avevano certi problemini con la Sfinge.
Essa era un mostro dal corpo leonino, artigli e ali d’aquila e la testa di donna, volata dalle sabbiose terre d’Etiopia, e se ne stava appollaiata sul monte Ficio all’ingresso della città a tediare i passanti.
Scusa, non ho spicci, provavano a dire, ma quella aveva altre intenzioni: la Sfinge poneva un enigma ai viandanti, che le Muse in persona le avevano insegnato, e se essi non erano in grado di risolverlo, potevano considerarsi divorati.
“Qual è quell’animale che ha quattro gambe al mattino, due al pomeriggio o tre alla sera?”
Lo so! Lo so! È l’uomo! Perché va a quattro zampe da bambino, cammina su due gambe da adulto e si appoggia al bastone quando è vecchio”
Edipo prenota la risposta in tempo e vince il quiz.
La Sfinge si schianta giù dal monte e s’ammazza con un urlo lancinante.
Liberata poi la città dalla calamità della Sfinge, Edipo fa il suo trionfale ingresso a Tebe, dove gli abitanti per dimostrargli gratitudine lo fanno re e gli fanno sposare Giocasta – chi? – ma sì, Giocasta, sua madre. Ecco fatto.
Senza saperlo, lo sventurato campa anni felici generando figli che sono al tempo stesso suoi fratelli: nascono così Eteocle, Polinice e Antigone, tutta gente buona solo da generar tragedie – ma questo l’abbiamo già visto ieri.
E quando Tiresia, l’indovino cieco che ogni tanto prevede il futuro a qualcuno ma se sta zitto sono tutti più felici, gli rivela la verità, Giocasta si impicca per la vergogna dell’incesto, mentre lo sventurato Edipo si acceca con uno spillone, perseguitato dalle Erinni, mostri alati persecutori dei crimini parentali.
La morale è che il Fato, se lo conosci lo eviti. Ma lui poi si diverte a incontrarti in un altro modo.

Tebe – Vilia

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