distanza: 72,75 km
dislivello: 721 m+
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Quando si dorme in campeggio, la sveglia diventa un fatto collettivo. Ogni rumore si confonde
col proprio dormiveglia, i fuochi d’artificio della festa del patrono si mischiano col russare
regolare del vicino di tenda.
E così la sveglia tra gli aghi di pino del campeggio avviene a orari monastici, verso le cinque e un
quarto. Si striscia nel modo più dignitoso possibile fuori dalle tende, all’ombra della pineta ancora
addormentata dai festeggiamenti della notte.
I fornelletti di Massimo e Giancarlo eseguono il prezioso ruolo di riscaldatori della caffettiera.
Quando si viaggia, ogni piccolo gesto non è più scontato, ma regalato.
Una piccola deviazione ci distoglie dalla nostra rotta: un’eco di sirene bianche, morbide e
appetitose, che attirano i viaggiatori nel Tempio della Bufala, il Santuario della Zizzona, l’Eremo
della Mozzarella.
La Tenuta Vannulo.
E non basterebbe un singolo diario di viaggio per intessere lodi o un adeguato Elogio di Vannulo.
Un luogo onirico, in cui le bufale vengono massaggiate con rulli dell’autolavaggio e ascoltano
musica classica, dove il frutto del loro lavoro viene venduto nel giro della prima mattinata, dove il
Sapore del Latte si trasfigura gorgogliando nei gargarozzi dei beati che le assaggiano.
E poco importa se si devono tagliare chilometri alla tappa di oggi, una bufala vale ogni imprevisto.
Dopo una colazione con gelato al fiordilatte e pistacchio, ci pare giusto farci riconoscere con un
rinforzino a base di bocconcini di bufala consumati davanti al resto della gente normale. Sono le
dieci di mattina, e c’è bisogno di carburante.
Il siero delle mozzarelle cola lungo le barbe. E anche oggi lo show è servito.
Torniamo sui nostri passi a ritmo rilassato lungo la spianata di Paestum, prossima meta del nostro
personale Gran Tour. I resti di questo affascinante insediamento greco, poi lucano e infine romano
si sono preservati in maniera incredibile, grazie al fatto che dall’abbandono della città per gli
allagamenti sempre più frequenti del fiume vicino.
Quando Goethe ci passò, scrisse di resti di capitelli sommersi nella vegetazione, reliquie di una
città un tempo grandiosa e ora annegata in una palude: non è un caso che l’antica Paistom, poi
chiamata Paestum dai romani, fosse intitolata a Poseidone, dio del mare. L’acqua prende, l’acqua
dà.
Le forme armoniche del Tempio detto di Poseidone sanciscono l’inizio della Magna Grecia. E
riprendiamo a pedalare in un altro tempo, in un altro luogo, senza tempo e senza luogo.
Fino ad Agropoli la strada è tranquilla e pianeggiante, e ci godiamo l’ingresso-sfilata sul
lungomare ornato di palme. Formicolii di gente in spiaggia, gli odori dei fritti si alternano alla
crema abbronzante. Proseguiamo.
Il Cilento arriva insieme alle prime salite, e i regala i primi panorami davvero belli.
Il Mediterrano sembra aver vestito ogni sua costa di una sfumatura diversa di blu o d’azzurro,
quasi a renderla unica e inconfondibile all’interno della somiglianza con le altre; la Grecia ha un
suo blu intenso e sfocato, il Circeo un suo blu violento e profondo, la Sicilia vira più sull’azzurro,
la Sardegna ama cambiarsi d’abito e sfoggiare spesso verde e viola. Il Cilento è sempre blu, ma
striato. E l’odore dei pini è forte come solo quello dei limoni sulla Costiera Amalfitana.
Passiamo Castellabbate, e poco dopo il sole ci impone una sosta. L’ombra di un ulivo, una fontana,
qualche frutto. E ovviamente il resto delle bufale comprate in mattinata.
Donna Samà continua a sfoggiare le sue caratteristiche cinquanta sfumature di rosa, spaziando dal bianco al bordò, con i segni delle due diverse canottiere a intrecciare graziosi motivi geometrici e arabeschi.
Man mano che proseguiamo, la costa diventa sempre più bella: arbusti sfidano la fisica, la gravità e
il vento, vivendo una precaria immobilità affacciati sul mare, la strada si dipana lungo scogli,
rocce e gallerie. Acciaroli, saliscendi e poi Pioppi.
Da qui in poi inizia la Via Silente, una ciclovia cilentana frutto dell’unione di vari comuni e
strutture ricettive. Molti bar espongono la dicitura bike friendly, mettono a disposizione
materiale informativo o noleggi bici, altri hotel o b&b hanno servizi per cicloturisti, donando così
a queste zone una sensazione di accoglienza per chi si sposta sulle due ruote.
Ci fermiamo per un paio di birre ai tavolini di uno di questi bar, dove dei bambini ci attorniano
affascinati dal nostro chiasso:
– Siete di Roma?
– Sì! Si sente tanto?
– Vedi, l’avevo capito! Ma l’avete conosciuto Totti?
– Ma no, e poi chi è Totti, un cretino come me o te.
*silenzio*
*nuovo chiasso*
*nuove birre*
Il ritardo sulla tabella di marcia si accumula, Camerota sembra allontanarsi. Nel frattempo
Giuseppe è sceso a Battipaglia, è caduto a causa dei pedali SPD, si è graffiato e ricoperto di
polvere, e si è fatto medicare con la mozzarella di bufala, una quarantina di km dietro a noi. Al
momento è sulle nostre tracce, e pensa di riuscire ad arrivare ad Ascea in serata. Tranquillo, Giusè.
Arriviamo a Palinuro, almeno!
Diego accusa problemi di postura, Agnese di sole, la compagnia in generale accusa stanchezza.
Ad Ascea cerchiamo un posto per piantare le tende, e dopo essere stati rifiutati da due villaggi
turistici fighetti troviamo una piazzola al Camping Le Serre, un posto per famigliole stanziali
abituate a farsi tutta la stagione.
Dei nomadi come noi stridono immediatamente a confronto con le roulotte con antenna satellitare
e i giochi di plastica per bambini abbandonati nei cortili. Qui la bici la usano, ma per spostarsi dal
barbecue al mare, una media di 150 metri giornalieri.
Ci accampiamo nella sabbia sporca di un anfratto al margine del campeggio, un tuffo nell’acqua
melmosa (pochi km prima era limpida!) e ci concediamo una pizza a un forno a legna. E altra
birra.
Nel frattempo è arrivato Giuseppe, settimo elemento della compagnia: è partito da Taranto
stamattina col treno, e la caduta e l’inseguimento solitario non hanno intaccato il suo sorriso. Ci
dice di essere stata affascinato dal concetto di traversata nell’ex Regno delle Due Sicilie, nelle terre
degli ultimi da sempre bistrattate e oppresse dal “civile” nord.
Briganti, partigiani, reietti, eroi, bastardi, nord e sud. Tante parole per secoli di ingiustizia.
La pizzeria di fronte al campeggio è spoglia, iluminata soltanto da un’unica lampada al neon. Un
forno a legna sfrigola nell’ambiente vuoto.
– Vorremmo cenare, è possibile?
– Ma certo, accomodatevi!
– Ci sono due amici che ci stanno raggiungendo, fanno in tempo?
– Qui siamo aperti fino alle due di notte, tranquilli!
Estrema cortesia e un filo di timidezza nei modi del cameriere, un po’ impacciati. Pizza
eccezionale, arancini ancora congelati all’interno. Quando glielo facciamo notare si profondono in
una serie di scuse prostrate, annichiliti al nostro cospetto.
La doccia a tempo del campeggio ci priva degli agi solitamente riservati alla dignità umana. Birre,
amari, buio e oblio.
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